Wilson, il razzismo e l'autodeterminazione dei popoli


A cura del corrispondente Furioso


Apprendiamo e diffondiamo la notizia secondo cui la Scuola di Affari Pubblici e Internazionali e il College della prestigiosa università americana di Princeton non saranno più associati all'ex presidente e Premio Nobel per la Pace, Thomas Woodrow Wilson, il vincitore della prima guerra mondiale e l’artefice principale della Società delle Nazioni. Il suo nome sarà rimosso dall'ateneo, come richiesto con insistenza dalla società americana contro il razzismo a seguito delle proteste seguite all'uccisione di George Floyd.

Sono trascorsi due anni dalle varie celebrazioni del centenario della fine della Grande Guerra. Tra i tanti libri pubblicati, consiglio però quello a firma di Cardini e Valzania, La pace mancata (Mondadori). L’aspetto più interessante del libro, infatti, riguarda proprio la figura di Wilson, la sua insipienza politica e diplomatica, la sua arroganza intellettuale (era stato docente universitario, per l’appunto) e la discrepanza totale tra il suo cavallo di battaglia – l’autodeterminazione dei popoli, che proprio in quella svolta storica inizia la sua marcia di principio di diritto internazionale – e il rifiuto che oppose alle istanze, provenienti soprattutto dal Giappone, a che nel futuro Patto della Società delle Nazioni si dicesse a chiare lettere che il razzismo era vietato. Il “sudista” Wilson non volle accettarlo.

“Ebbene, il Consiglio di amministrazione dell’università di Princeton decide oggi che il razzismo wilsoniano debba condurre, se non a una damnatio memoriae, almeno alla rimozione del suo nome dai luoghi dell’istituzione universitaria. Di statue e targhe da togliere o tenere si è molto parlato in queste ultime settimane. Da Marte, dove respirare è difficile, sembra che la questione non sia tanto togliere intitolazioni, quanto riconoscere gli errori, a volte gravissimi, di taluni “eroi” del passato. Leggiamo nel comunicato del rettore che: "le politiche segregazioniste di Wilson lo rendono un rappresentante particolarmente inappropriato per una scuola di politica pubblica. Quando un'università dà il nome di una scuola di politica pubblica a un leader politico, suggerisce inevitabilmente che l'omonimo sia un modello per gli studenti. Questo momento scottante della storia americana ha reso chiaro che il razzismo di Wilson lo squalifica da quel ruolo. In una nazione che continua a lottare contro il razzismo, questa Università e la sua Scuola di affari pubblici e internazionali devono sostenere con chiarezza e fermezza l'uguaglianza e la giustizia". E’ una risposta di cui i marziani prendono atto, ricordando però che ciò che conta è non rimuovere la Storia, nella sua complessa interezza. E le contraddizioni di Wilson sono le contraddizioni degli Stati Uniti. Certo è che il monito del Dies irae sembra talvolta funzionare anche prima della fine del mondo: “nihil inultum remanebit” (“niente resterà non vendicato”).

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