Umami. Il nuovo senso critico


 

di Marta Raffone

Umami: u|mà|mi. Pronuncia: /uˈmami/ => Uno dei gusti fondamentali percepiti dalle cellule del cavo orale umano, insieme all'amaro, al dolce al salato e all'acido. L’ormai diffuso termine "Umami" è un prestito della lingua giapponese e significa, grossolanamente, “saporito”. L’umami è una parte del senso del gusto che permette di riconoscere il glutammato, molto presente in cibi ricchi di proteine e nei brodi.

Forse il prof. Kikunae Ikeda, chimico presso l'Università Imperiale di Tokyo che per primo isolò e classificò l'Umami nel 1908, non si sarebbe aspettato di divenire, molti anni dopo, l'identificatore di uno stile di vita, di quello che rappresenta, oggi, uno stigma della modernità. L'umami fa parte di quella pressoché infinita famiglia di concetti dai confini sfumati e poco definiti, tanto cari alla cultura giapponese. L'umami, infatti, non è un gusto immediatamente percepibile, ma diventa persistente in un secondo momento, dopo la deglutizione, dai residui di saliva rimasti in bocca.

Il mondo occidentale ha accettato e inserito nei propri vocabolari il termine "umami", traducendolo, approssimativamente, con "saporito". Ma non è solo saporito: è delizioso, gradevole al palato, lievemente sapido. È interessante notare come le parole raccontino un po' della storia di un popolo. Per i giapponesi sembrerebbe particolarmente gradevole, quindi, qualcosa che sia un po' salato. Cosa succede, però, se questo concetto di umami come delizioso e sapido fosse utilizzato da chi ha un concetto culturale di "delizioso" diverso, magari più tendente al dolce? Ad esempio, la qualità di cui parliamo è o meno influenzata dal fatto che, diversamente dall’Occidente, il Giappone ha una cultura della pasticceria e dei dolci in generale, poco significativa? (La pasticceria tradizionale giapponese, sebbene molto antica, è piuttosto scarna. L’uso dello zucchero, prima legato solo alle funzioni religiose, oggi è non è diffuso tanto quanto in altri paesi. I dolci tradizionali sono legati al momento del tè e, solo dopo il secondo dopoguerra, la pasticceria giapponese ha iniziato ad avere una certa diffusione all’estero, in particolare con la cosiddetta yoshoku (contaminazione)).

Il fatto di avere importato una parola straniera in tante lingue diverse non desta preoccupazione quando si tratta di termini tecnico-scientifici che non sono portatori di un corollario culturale. Il discorso, invece, cambia quando questo corollario, non solo è presente, ma è anche molto ingombrante. La lingua è intimamente connessa al senso critico, si sviluppa insieme alla storia dei popoli e ne descrive alcune caratteristiche. L'italiano è, come molte altre lingue indoeuropee, una lingua flessiva, cioè forma alcune categorie, come il genere e il numero, attraverso la declinazione dei sostantivi e la coniugazione dei verbi. L’italiano, quindi, è una lingua estremamente precisa la cui grammatica è molto complessa. Il giapponese, invece, è una lingua agglutinante che non ha né genere né numero e forma le sue parole grazie all'accostamento di più morfemi che ne determinano il significato. Questa specificazione linguistica ha lo scopo di rendere evidenti delle differenze che non devono essere sottovalutate nel processo di importazione dei termini dalle altre lingue.

In un'attività così importante come l'inserimento di un concetto tanto ampio, che va oltre la traduzione letterale, è necessario prendere tempo. Non si può avere un atteggiamento superficiale e troppo suscettibile al fascino esercitato da una parola non immediatamente comprensibile e le cui implicazioni successive risultano poco chiare. Oggi abbiamo introitato, assimilato e reso parte integrante delle nostre attività la velocità e l'efficienza. Concetti apparentemente privi di connotazioni positive o negative ma che, invece, determinano scelte la cui portata è paurosamente vasta. Il panorama linguistico internazionale si sta misurando, giustamente, con le problematiche del gender. In un clima più attento all’immediatezza della risposta che al ragionamento, si stanno producendo rapidamente mode e costumi efficienti e pervasivi.

In particolare, alcuni hanno iniziato a utilizzare, soprattutto su social network e riviste online, schwa (Ə) e asterischi in finale di parola al fine di non differenziare genere e numero in un’ottica di asserita non discriminazione. L'intento sembrerebbe davvero nobile. Dimostrare un tale grado di empatia nei confronti di chi non riesce a identificarsi nei generi della propria lingua rappresenta un valore emotivo enorme, un capitale prezioso. Quello che è preoccupante però, è la totale mancanza di lungimiranza da parte di chi adotta nuovi codici linguistici imponendoli senza senso critico e senza permettere al tempo di formare un'adeguata sedimentazione culturale di tali nuovi codici.

Oggi, i processi di assimilazione e accomodamento, necessari per il corretto sviluppo culturale dell'individuo, vengono eliminati in favore di velocità ed efficienza, unici veri valori della modernità. Ho quindi delle domande da porre ai cultori della schwa: la presenza di un limite linguistico costituito da genere e numero è davvero la prima condizione che pregiudica il pieno sviluppo di un individuo in un'ottica di non discriminazione? È corretto pensare che la definizione per sottrazione sia l'unica strada percorribile per sconfiggere le discriminazioni? E, infine, è possibile, oggi, per uno studioso, pensare che esistano delle battaglie che inizierà a combattere ma delle quali potrebbe non vedere la fine? Battaglie che saranno altri a portare avanti dopo di lui? È possibile resistere alle lusinghe della velocità super efficiente la cui unica istanza è che tutto questa venga subito applicato senza tenere conto delle notevoli implicazioni successive? È ancora possibile mantenere una distinzione, un orizzonte temporale lungo tra teoria e pratica? In conclusione, l’umami è affascinante, saporito, delizioso, ma ha bisogno di tutti gli altri gusti per essere compreso nella sua indefinita molteplicità. Ecco, forse più che di eliminazioni brutali e immediate, avremmo bisogno di una permanente educazione alla complessità e a un adeguato sguardo critico.
 
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