Triello

Dialogo a tre voci
 

di Sabino Rascio

Qualche tempo fa, nella dolorosa operazione di svuotamento della casa paterna, ho ritrovato il mio tema della maturità, che trentaquattro anni orsono avevo avuto modo di svolgere sull’impegnativa frase di Norberto Bobbio («Cultura significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi, controllare tutte le testimonianze prima di decidere, e non pronunciarsi e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in modo irrevocabile, una scelta perentoria e definitiva»). L’ho riletto, riscoprendo un altro me stesso, ormai lontano e sfumato nel ricordo e che mi è apparso così distante e quasi opposto a quel che sono ora. Quasi preso da un senso di vergogna per quell’altro me, ho ben presto lasciato quei fogli, seppellendoli in uno scatolone, sotto vecchie fotografie e cartoline ingiallite, senza più tornare a leggerli. La frase di Bobbio, però, mi tornava spesso alla mente e, in un’occasione, l’ho citata alla mia dolce primogenita, ormai quasi diciottenne, che vedo cambiare costantemente sotto i miei occhi e che spesso pare si opponga a me, nella normale dialettica che si instaura tra genitore e figli.

Colto poi da improvvisa ispirazione e vincendo il senso di pudore, ho deciso di sottoporre quel tema all’esame di mia figlia; con fare misterioso, l’ho distolta dalla quotidiana adorazione del tablet e le ho chiesto di venire nel mio studio. Ricordo di aver iniziato a scavare nello scatolone e di aver infine trovato i fogli ed averglieli dati; ricordo lo sguardo di stupore di mia figlia, la cui attenzione era attratta non tanto dal tema, ma dal vedere nelle foto quell’altro me - giovane, biondo ed atletico -, assai diverso dallo stantio genitore che conosce; ricordo poi…di aver sottovalutato la mia allergia e dunque ben presto mi sono trovato a tossire terribilmente. La vista mi si è offuscata e mi è parso quasi di scorgere quel ragazzo materializzarsi nella stanza e porsi di fronte a mia figlia, ciascuno di noi ai vertici di un triangolo immaginario, in una scena che sembrava tratta da un film di Sergio Leone. Il tempo mi è sembrato fermarsi e, quasi fossi al cinema, ho potuto assistere ad un dialogo tra quei tre personaggi che si fronteggiavano nella stanza.

LA DOLCE [che nel frattempo stava velocemente leggendo il tema, guardando il giovane quasi con commiserazione] Come puoi vedere, qualcosa è andato storto nel tempo e ti sei fatto sfuggire la situazione di mano… IL BIONDO [guardandosi intorno e guardando le proprie mani, ancora stupito di aver ritrovato carne ed ossa] Non mi sembra che il tuo sia il modo più elegante di salutare chi per tanti anni è rimasto in una scatola! IL VECCHIO [che non riesce a godersi la gioia per quell’incontro, preso com’è a mantenere il suo ruolo di adulto] Ma come, vi siete appena conosciuti e già litigate? IL BIONDO Pensiamo alle cose importanti, perché non so quanto tempo mi sarà concesso! Cosa accade nel mondo di oggi? LA DOLCE Succede che si parla molto dell’intervento di Fedez, un rapper… [si accorge che non può essere compresa e subito si corregge], un cantante che è intervenuto al concerto del primo maggio ed ha parlato di molti temi scottanti, tra i quali l’omofobia, l’ostruzionismo parlamentare, la censura dei mezzi d’informazione, cattolicesimo ed antiabortisti, la smisurata importanza data al calcio, nonché la stessa libertà di espressione.

IL BIONDO Wow, che bel mondo che vi ritrovate! Quindi, l’intervento ha suscitato un dibattito ed è stato valutato come un «argomento», una «testimonianza» su cui riflettere e confrontarsi, proprio come diceva Bobbio… LA DOLCE [dispiaciuta ed imbarazzata nel doverne subito smorzare l’entusiasmo] …ehm, purtroppo no! Subito dopo si è scatenato un dibattito, ma non proprio sui contenuti. Si è discusso tantissimo sull’opportunità di parlare di politica ad un concerto, sul fatto che l’intervento sarebbe stato motivato da una ricerca di notorietà e soprattutto di chi sia Fedez, di cosa abbia detto/scritto/cantato in passato e del perché il suo passato gli impedirebbe di parlare. IL VECCHIO [con aria un po’ dotta] Vedete ragazzi è un meccanismo che spesso incontriamo nella nostra vita. I “tecnici” la chiamano disconferma e significa non rispondere direttamente alle affermazioni altrui, non opporre il proprio pensiero a quello altrui in un’ottica di fecondo confronto, ma limitarsi a mettere in dubbio la validità di chi ha parlato, far intendere - anche senza usare le parole, ma con i silenzi, gli sguardi, le espressioni facciali - che tutto quanto l’altro ha detto non ha valore, non ha importanza, non ha peso, in quanto, in fondo, è proprio l’altro a non avere valore, importanza e consistenza.

LA DOLCE e IL BIONDO [all’unisono, vigorosi] Come spesso fanno gli adulti con i ragazzi! IL VECCHIO [con aria colpevole] In effetti, è vero. Ma vale in tanti altri casi e la caratteristica comune mi pare sia proprio quella di negare il diritto dell’altro ad affermare qualcosa, come se pensare, parlare, opporsi sia un oltraggio che non può essere ammesso. IL BIONDO Mi pare sia l’opposto di quanto dicesse Norberto Bobbio… [ricordando tutto ad un tratto qualcosa] Nei libri di latino che imparai ad amare [la Dolce sussulta] ricordo di aver letto qualcosa di simile… già più di duemila anni fa si parlava di argomentum ad hominem per indicare quella tecnica con la quale si scredita l’affermazione o argomentazione altrui, attaccando la persona per distogliere l’attenzione da quello che ha detto ed evitare il confronto. LA DOLCE Penso che molto spesso vi sia anche una sorta di paura nell’ascoltare le altrui opinioni. È il confronto, il mettere in discussione sé stessi [il Biondo sussulta] e le proprie idee ad essere temuto e dunque si reagisce alzando delle invalicabili ed altissime barriere per non sentire... [guardando poi il Vecchio, con un misto tra affettuosa preoccupazione per la patologia e compatimento per la scarsa conoscenza di tutti i fenomeni naturali e scientifici] È simile a quello che accade a te, con la tua tosse allergica che è semplicemente l’opposizione, incontrollata ed eccessiva, che il sistema immunitario mette in atto allorquando l’apparato respiratorio “incontra” elementi del tutto naturali ed innocui, come la polvere appunto!

IL BIONDO Ricordo che qualche mese dopo la maturità, ascoltando in un cinema la lezione di diritto … IL VECCHIO [che non smette di toccarsi il naso stupito dalle disfunzioni del suo organismo, rivolgendosi alla Dolce chiaramente perplessa] meglio un cinema che un monitor! IL BIONDO [perplesso, ma risoluto ad andare avanti] Preferisco non sapere! Dicevo che mi fu spiegato che ad un diritto si contrappone un obbligo. Mi domando dunque se, rispetto al diritto di poter liberamente esporre il proprio pensiero, esista un opposto dovere di ascoltare e confrontarsi. IL VECCHIO Il mio amico Ulderico - ma [verso gli altri due, con boria scherzosa] per voi il Prof. Pomarici - parla di una «deontologia» della conversazione: non esiste un obbligo a confrontarsi, perché l’individuo è libero anche di non partecipare alla conversazione; tuttavia, allorquando si accetta il dialogo, si dovrebbe partecipare allo stesso con la massima apertura possibile, agevolando l’interlocutore, prestando attenzione a quello che dice e disponendosi al confronto in maniera aperta e serena.

LA DOLCE Wow! Proprio così si dovrebbe fare… questo Ulderico pare quasi un giovane idealista come noi [il Biondo annuisce entusiasta] e non un vecchio Professore! IL BIONDO [guardando il Vecchio, con una punta di ironia] Purtroppo, invecchiando si cambia e si perdono tante doti giovanili… IL VECCHIO [reggendo lo sguardo, ma al contempo sorridendo] Talvolta però nei vecchi riaffiorano i ricordi del passato! A me pare di ricordare un ragazzo che scandalizzò quasi la Commissione d’esame, scrivendo «coerenza equivale a superbia». LA DOLCE [che lancia continue occhiate, quasi languide, ai fogli che ha in mano] A dire il vero, è scritto anche che «cambiare opinione è un atto di umiltà, se motivato da un’accurata riflessione» e che «il fisico Carlo Rubbia rivendica per ogni uomo il diritto di mutare opinione». [Rivolgendosi al Biondo, con ammirazione] Mi pare quasi che tu dica che vi sia un diritto di opporsi a sé stessi, alle proprie convinzioni ed ai propri ideali. IL BIONDO [guardando la Dolce in palese ammirazione] Esatto! Ed infatti, riprendendo la frase di Bobbio sulla cultura, paragonai la fase precedente al «decidere» all’istruttoria di un processo ed «il decidere» alla sentenza; ancora, riferendomi al fatto che non dovesse esserci una «scelta perentoria e definitiva», ricordai come anche le sentenze di primo grado non sono immutabili, ma possono essere modificate in sede di gravame! IL VECCHIO [in un misto tra gelosia ed orgoglio] Diciamo che usasti termini assai meno tecnici, ma in effetti i concetti furono quelli.

LA DOLCE [ansiosa di riprendere il discorso e rivolgendosi quasi solo al Biondo] Il diritto di opporsi a sé stessi di cui parlavamo prima mi fa pensare a quanto ho da poco studiato riguardo a Thomas Hobbes, che pur sostenendo che nella sfera “esterna” ciascuno debba uniformarsi e conformarsi alla religione del sovrano («cuius regio, eius religio»), comunque riconosce un diritto di opposizione “interno”, ben potendo l’individuo essere libero nella propria coscienza. IL BIONDO [rivolgendosi quasi solo alla Dolce] Ora che mi fai ricordare i libri di filosofia - o meglio gli appunti, ma questa è un’altra storia! -, mi pare che John Locke professi che quando lo Stato esonda dalle sue prerogative e minaccia i beni fondamentali dell’individuo (vita, libertà, proprietà), allora ben può il cittadino ribellarsi ed opporsi, utilizzando il cosiddetto «appello al cielo». IL VECCHIO [ansioso di interrompere l’oblio nel quale è stato confinato] Pensate che persino nel Progetto della nostra Costituzione era previsto come «diritto e dovere del cittadino» la resistenza all’oppressione. Ma vorrei ora chiedervi una riflessione sul potere, inteso come concreta possibilità, di opporsi. LA DOLCE e IL BIONDO [all’unisono, incuriositi] Potere, possibilità di opporsi? Che vuoi dire? IL VECCHIO [contento di essere tornato parte attiva] Il Dottor Sergio Maria Maresca - un uomo che, immobile nella sua poltrona, tra un biscotto ed una sigaretta, è entrato nella mia anima e mi ha aiutato a farla uscire fuori - spesso ricordava quel proverbio «Chi nasce tondo… LA DOLCE e IL BIONDO [all’unisono, rapidi] … non può morire quadrato!» IL VECCHIO [rapidissimo] Eh sì, proprio quello! Il “Doc” diceva che quel proverbio è una vera e propria condanna che la società commina agli individui, privandoli a priori della possibilità di cambiare, di opporsi a tutti quei preconcetti, stereotipi, situazioni che li intrappolano come fossero sabbie mobili. LA DOLCE [illuminandosi e rivolgendosi al Vecchio] Poco fa, prima che mi facessi venire qui, stavo guardando sul tablet… [si interrompe, riprendendo a guardare il Biondo] in televisione un bellissimo e terribile documentario su Emanuele Sibillo, un baby boss che conquistò la zona di Forcella imponendosi sugli altri clan criminali storici della zona, prima di morire giovanissimo in un agguato. Nel documentario sono presenti numerosi filmati del periodo in cui Emanuele era in riformatorio, dove si trovava per aver commesso un piccolo reato, prima poi di uscire ed intraprendere la sua velocissima ascesa: si vede un ragazzo colto e dall’aria curiosa, con gli occhiali da intellettuale, che legge libri e segue un programma di recupero; lo si vede impegnato da futuro giornalista, fare interviste a magistrati e passanti proprio sulla camorra e la criminalità organizzata. IL BIONDO [turbato] Quindi poteva salvarsi! Non solo dalla morte, ma ancor prima dal percorso criminale che lo attendeva… LA DOLCE [che ha ripreso fiato, con voce triste] Ma non fu così e non a caso il documentario si chiama «Dio non manderà nessuno a salvarci»! Uscito dal riformatorio e tornato nel suo quartiere, quel ragazzo dell’età nostra [indica il Biondo] lasciò microfono e libri per impugnare una pistola e mettersi a capo di una banda, tanto giovane quanto feroce. IL BIONDO [amaro] Sembra quasi che, impossibilitato a cambiare e comunque ad opporsi ad un percorso segnato, Sibillo abbia optato per la più terribile delle poche scelte che gli si offrivano e abbia deciso di diventare una sorta di supereroe del male. IL VECCHIO [sospira] Vorrei che fosse qui il Dottor Marcello Luciano, un supereroe del bene, che ha l’incredibile potere di assorbire i disagi ed i dolori delle persone, restituendo loro contezza di sé e capacità di “guardarsi dentro”. Lui vi parlerebbe di come lo Stato e le Istituzioni in generale siano i principali responsabili della «profezia che si autoavvera», una vera e propria maledizione che incombe non solo sui ragazzi, ma su tutte le persone che hanno la sfortuna di vivere in contesti degradati e ad alta densità criminale. Secondo lui vi è una vera e propria volontà di lasciare le persone che vi abitano prigioniere di quel degrado, laddove invece il compito di un vero Stato sociale sarebbe innanzi tutto quello di ascoltarle ed offrire loro alternative valide, unica strada per combattere davvero la criminalità. Si tratta di una e vera e propria ingiustizia… LA DOLCE e IL BIONDO [all’unisono, indignati ma fieri] Ingiustizia??? Noi crediamo nella Giustizia e nel Diritto! Per questo vogliamo studiare Giurisprudenza… IL VECCHIO [a quelle parole inizia a tossire] …in verità… [tossisce sempre di più] … attenti che… [la tosse quasi lo soffoca] …magari ….

Quella nuova tosse, causata non dall’allergia ma dal disincanto, ha fatto alzare il sipario su quella fantastica visione, riportandomi alla realtà. Mi sono ritrovato così a fissare il viso di quel giovane di ieri nella foto che la giovane di oggi aveva in mano, quel viso che sempre meno vedo quando mi guardo allo specchio, ma che ritrovo sempre di più nel volto di mia figlia.
 
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