Trattare l'essere umano strategicamente


 

di Lorenzo Gradoni

Le Grandi Potenze producono dottrine strategiche e già il termine suggerisce che sono sempre in guerra. Prima di tutto, con se stesse, cioè con la loro grande potenza. Un grande potere comporta, come si suol dire, una grande responsabilità. E non parliamo della stazza. Con che pena questi Behemoth si adagiano sul pianeta fragile e angusto sorvegliandosi l’un l’altro rettilei, mentre le loro code, flemmatiche catapulte, recapitano trabiccoli su Marte. «Curiosità» e «Perseveranza» si chiamano, i trabiccoli americani. Quello cinese «Zhurong», divinità ignea. Non si incrociano – infinite sono ancora le rotte in quel mare di polvere – ma se accadesse, forse, si strizzerebbero l’occhio e farebbero un tratto di strada insieme. Sul nostro pianeta, intanto, anche le piccole e medie Potenze stilano dottrine strategiche destinate a minore notorietà. Ma soprattutto leggono quelle delle Grandi Potenze. Dopodiché, come si suol dire, si fanno due conti. L’Ucraina, per esempio, vuol diventare membro della NATO (tutto considerato). Per il diritto internazionale, è libera di provarci. Libera? Vladimir Putin e Hans Kelsen, l’autore della Dottrina pura del diritto, non sarebbero d’accordo. Naturalmente per ragioni molto diverse. Per Putin, la politica internazionale dell’Ucraina non è il risultato di una scelta autenticamente libera. Dipende, piuttosto, dalle macchinazioni di élites locali che controllano i mass media e agiscono di concerto con interessi stranieri. Per Kelsen – che era sospettoso delle ideologie tanto quanto Marx, Nietzsche e Freud – un patto (questo ci vuole per aderire alla NATO) non si conclude «liberamente» ma nell’esercizio di una competenza, conferita dal diritto internazionale. No, non è la stessa cosa.

Chi parla di «libera stipula» attribuisce a un atto giuridico una qualità etica, esprime cioè un giudizio che potrebbe ideologicamente celare una condizione opposta, di coercizione, che per molti Stati è una condizione normale. L’esercizio di una competenza, invece, è (in quanto tale) un atto moralmente neutro. Potrebbe essere libero, secondo un certo standard morale, e non libero, secondo un altro. Una Grande Potenza naturalmente se ne infischia di queste sottigliezze, se non altro perché la spontanea confusione tra diritto e morale (contro cui Kelsen si è ribellato invano) fa comodo: un’adesione al nostro campo è sempre «libera»; quella al campo avversario sempre coatta, quindi illegittima e da combattere. Putin vede nelle tendenze filooccidentali dell’Ucraina quel che gli Stati Uniti, durante la Guerra Fredda, vedevano nelle insurrezioni marxiste-leniniste nel Terzo Mondo: un’infiltrazione del nemico, l’opposto dell’autodeterminazione. La Cina vuole ottenere il predominio sull’Indopacifico (e sul mondo intero) con mezzi «coercitivi». Lo dice la recente Indo-Pacific Strategy of the United States (2022). Gli Stati Uniti, invece, nella regione stringono alleanze militari liberamente acconsentite. La Cina si sforza di proiettare una «sfera d’influenza», uno spazio gerarchico, dove chi è influenzato non né uguale né libero. Gli Stati Uniti, al contrario, «sono una Potenza indopacifica» (così lo straordinario incipit della Indo-Pacific Strategy che rende finalmente giustizia a Cristoforo Colombo). Una potenza qualsiasi, libera ed eguale, come tutte le altre. Di recente, gli Stati Uniti hanno proposto di sospendere la Russia dai suoi diritti di membro del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Nell’Assemblea generale, dove siedono 193 Stati, una maggioranza risicata ha approvato la proposta. Gli Stati Uniti hanno ringraziato gli Stati che hanno liberamente espresso il loro consenso, resistendo alle pressioni della Russia, la quale, dal canto suo, ha denunciato le minacce di ritorsione che gli americani avrebbero indirizzato a quegli stessi Stati.

Per la Russia di Putin, lo Stato ucraino è un errore della storia. Non si era liberi di volerlo, quello Stato, figuriamoci se può liberamente volere. Eppure, l’Ucraina desidera far parte della NATO, a tal punto, che ha voluto costringersi a esercitarla, la libertà di aderire («la competenza!», obietterebbe Kelsen). Nel 2019, poco prima delle elezioni che avrebbero consacrato Volodymyr Zelenskyj Presidente della Repubblica, il Parlamento ucraino ha scolpito l’atlantismo nella Costituzione. Ed era libero di costringersi, naturalmente, per creare una trincea in più, caso mai i filorussi prendessero il potere. E se la maggioranza degli Ucraini desiderasse in futuro modificare questo «corso irreversibile», non per amore della Russia – ormai è tardi – ma come condizione della pace? Fondatore e leader del partito «Servo del Popolo» e già Presidente della Repubblica nella popolarissima fiction «Servo del Popolo», Zelenskyj ubbidirebbe senza dubbio al popolo, si è tentati di pensare. Ma chissà. Servire un popolo esso stesso asservito – violentato dalla guerra – non è degno di un servo del popolo. La questione della democrazia, si sa, è ingarbugliata, tanto quanto quella della libertà. Se non altro perché la democrazia è libertà del popolo. «La democrazia è una conquista dell’umanità», afferma una recente dichiarazione sino-russa. Non esiste, però, «uno standard democratico unico». «La democrazia è un valore umano universale», ribadisce un’altra dichiarazione sino-russa, «e non un privilegio di pochi Stati», tanto meno dà licenza di immischiarsi negli affari altrui. Secondo questo documento, adottato a Pechino in occasione dei Giochi olimpici invernali, tre settimane prima dell’invasione dell’Ucraina, ogni paese è libero di perseguire l’ideale di democrazia che preferisce: «Spetta al popolo, e al popolo soltanto, decidere se lo Stato che lo governa è democratico». Ma se lo Stato non è democratico e non tollera il dissenso, il popolo, a larga maggioranza, dirà che lo Stato è democratico. Per converso, se lo Stato è democratico (nel senso che celebra regolarmente libere elezioni) e tollera il dissenso, il popolo dirà perlopiù che lo Stato non è veramente democratico, che è in mano a un’oligarchia capitalista e tecnocrate. I tecnocrati, cioè gli esperti, sono quelli che dicono «No» al popolo che, inesperto, vota «No» al referendum. È successo in Grecia nel 2015, quando il popolo era chiamato a esprimersi sulle misure di austerità concordate dalle istituzioni europee con i creditori. Ormai è assodato che la democrazia è sacrosanta sed etiam sacrum est il mercato, indiscutibile l’autorità di chi sa scrutarne le dinamiche oggettive: la catallassi che riduce la democrazia a una salutare catalessi.

Poco sa, il popolo. Incontrando la democrazia, probabilmente non la riconoscerebbe. E se non la vede, non è detto che non ci sia. Di qui l’assurdità della dottrina sino-russa della democrazia. Il popolo sa poco. Ma ormai ha capito di non poter sapere granché di finanza, di virus, di politica internazionale. Quel «silete inesperti!» che echeggia un po’ dappertutto non cade solo dall’alto – non è solo né soprattutto l’autoritaria ingiunzione dell’esperto – proviene da tutte le direzioni. È un ammonimento che il popolo rivolge a se stesso, o meglio, che ogni individuo rivolge stizzito a tutti gli altri, non perché si crede l’unico esperto ma perché si compiace di obbedire all’ordine di tacere. La più popolare declinazione del silete inesperti! è il lamento «oggi tutti virologi…», oppure, a seconda della questione del giorno, tutti costituzionalisti, storici, politologi, massmediologi, strateghi, filosofi, astronomi, dentisti, dantisti. Non so la vostra, ma la mia bolla social è talmente satura di queste rimostranze che la vox populi non s’ode, gli eserciti di incompetenti non si scorgono. Lo scandalizzarsi per l’impudenza degli inesperti è più preventivo della legittima difesa di Bush, meno provocato delle «operazioni militari» di Putin. Si direbbe che la psyop espertocratico-conservatrice sia perfettamente riuscita. Silete inesperti! è un’eco repressivo che ormai rimbalza nel silenzio. Ho scritto che la democrazia è libertà del popolo. In verità, sarebbe il potere del popolo. Già. Per mettere la massa in condizione di non nuocere è utile che un sentimento di libertà la elettrizzi, magari producendo zuffe generalizzate, a patto che il potere resti inattingibile. Poco prima di essere eletto Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden scriveva che Putin, come tutti i dittatori, «teme il potere della libertà», perché «nessun esercito al mondo può impedire all’ideale elettrico della libertà di propagarsi da individuo a individuo, saltare i confini, trascendere lingue e culture, galvanizzare l’ordinario cittadino trasformandolo in attivista». Chi dall’alto e in disparte scruta, a scopi politici, questa massa elettrificata – dei cui singoli atomi si conoscono sempre meglio proprietà e traiettorie – è interessato alle sue aree più ondivaghe, non importa quanto ristrette, purché decisive per ridisegnare gli equilibri politici. La famigerata Cambridge Analytica li chiamava i persuadables. Gli avvincibili, l’opposto degli invincibili, le propensioni politiche degli uni e degli altri essendo evincibili. Nel suo libro If/Then (2020), la storica americana Jill Lepore rinviene reperti archeologici degli odierni persuasori occulti, addirittura nei tardi anni Cinquanta. L’antenato di Cambridge Analytica sarebbe Simulmatics, una piccola impresa co-fondata da professori – politologi, sociologi behavioristi, matematici, statistici – tra i quali Ithiel de Sola Pool, uno dei padri intellettuali di Internet. Si narra – ma il fatto è controverso – che nel 1960 Simulmatics abbia aiutato JFK a sconfiggere Nixon. Come? Individuando i persuadables di allora? Non proprio. Ecco come funzionava.

Simulmatics si procurava dati demoscopici raccolti prevalentemente da altri tramite interviste (Gallup, per esempio). Classificava gli intervistati in 480 categorie, dette «voter-types», elettortipi, ognuno costituito da stringhe di almeno cinque proprietà (per esempio maschio, bianco, cattolico, benestante, del Midwest). Dopodiché, sempre in base alle interviste, associava a ogni categoria opinioni tipiche su questioni salienti – 50 in tutto – come i diritti civili, il maccartismo o la bomba nucleare. Infine, immetteva le informazioni in un colossale IBM (noleggiato) e, per conto terzi e a scopo di lucro, lo interrogava come un oracolo. Ai consiglieri di Kennedy Simulmatics suggerì di puntare sulla questione dei diritti civili, di rivolgersi cioè agli afroamericani, tradizionalmente repubblicani ma indecisi. Con buona pace dei razzisti del Sud, tradizionalmente democratici e abbastanza inamovibili. Glielo suggerì in un bisbiglio perché, all’epoca, la notizia del ricorso a simili tecniche di persuasione avrebbe molto turbato il pubblico. Trapelato il fatto (dopotutto il nuovo servizio aveva bisogno di pubblicità), Ed Greenfield, amministrazione delegato di Simulmatics, si trovò costretto a confutare accuse di manipolazione dell’elettorato. Editorialisti di grandi testate si chiedevano se la repubblica avrebbe resistito a una tale sfida contro l’autodeterminazione politica. Il popolo americano, per conservare la sua libertà, doveva rimanere distante ed enigmatico, al riparo dalle morbose curiosità degli scienziati sociali e dell’intelligenza aliena dei transistor. Correva voce di una sinistra «people-machine». Greenfield protestava: «Parlare di lavaggio del cervello è del tutto fuori luogo, noi non facciamo un bel niente agli elettori». L’architettura dei social media, invece, è concepita proprio per provocare scariche di dopamina. Nel 1967, Vance Packard, l’autore de I persuasori occulti (1957), intitolava un reportage per il New York Times Magazine «Non dirlo al computer». Niente di più facile: nemmeno Simulmatics ne possedeva uno! Le macchine impiccione erano ancora monopolio del governo, delle agenzie federali. Oggi, ci monopolizzano. Gli imponenti IBM noleggiati da Simulmatics impiegavano un’ora per digerire un’informazione che uno smartphone legge in una frazione di secondo (per non dire dei mostri energivori all’altro capo della linea). Insensibili alle idiosincrasie degli individui, gli esperti di Simulmatics potavano e ripotavano un popolo-bonsai, il popolo dei 480 elettortipi. La «casalinga cattolica quarantasettenne di Dayton, Ohio, sposata con un operaio specializzato» era per loro il golden standard statistico: l’elettore medio, non più solo intuito ma visto da vicino, grazie al computer.

Questo livello di risoluzione sarebbe gravemente inadeguato per gli odierni panottici elettronici: i casi particolari di casalinga-cattolica-quarantasettenne-di-Dayton-sposata-con-operaio-specializzato sono innumerevoli. Politologo, ma anche scrittore di successo, apprezzato a Hollywood, Eugene Burdick conosceva tutti i segreti di Simulmatics. È suo il romanzo distopico The 480 (1964). Sulle note folk di I’ve been working on the railroad, Burdick e i suoi colleghi del Centro di studi avanzati di scienze comportamentali, a Stanford, cantavano: Qualcosa non quadra nella scienza Qualcosa non quadra nel piano (Eureka!) Qualcosa non quadra nella scienza Perché manca una scienza dell’umano. Alla scienza dell’umano, elusiva, è subentrata l’intelligenza dell’individuo. Nel senso di intelligence. Greenfield, per il quale Burdick infine non volle lavorare, protestava: «La nostra macchina non è fatta per questo; è progettata per fornire ai politici dati sufficienti a prendere decisioni veramente intelligenti nel quadro del processo democratico». In effetti, i consiglieri di Kennedy si rivolsero a un soggetto iperpoliticizzato, gli afroamericani affamati di diritti e giustizia. I persuadables di Cambridge Analytica, gli avvincibili, sono invece soggetti politicamente labili, da imbonire e fuorviare con ogni mezzo. Gli anelli deboli di qualsiasi tentativo di emancipazione collettiva. Simulmatics ha chiuso i battenti nel 1970. I suoi modellini di società erano inadeguati, i dati a sua disposizione insufficienti. Greenfield amava dire che i pronostici del suo algoritmo erano così attendibili che era come se anche il futuro lo rifornisse di dati. In realtà, era ancora impossibile estrarne abbastanza dal presente. La sede più importante di Simulmatics fu per alcuni anni a Saigon: la «people-machine» era diventata un ingranaggio della macchina da guerra americana. Il tentativo di comprendere e influenzare i comportamenti del nemico e della popolazione civile, un fallimento totale. Il presente dei persuadables, invece, ha pochi segreti. Il loro comportamento elettorale è perfettamente plasmabile. I loro imperdonabili errori ascrivibili al popolo intero, se conviene, come in una colossale false flag. Dell’essere umano, dei suoi difetti gravi e incorreggibili – ma quale emancipazione! – dei «bias» di cui è in balia – ma quale libertà! – gli esperti ne sanno ormai abbastanza perché ci si decida a trattarlo, l’essere umano, nell’unico modo ragionevole: strategicamente. Qui in Lussemburgo, vicino a una fermata dell’autobus, c’è una cassetta sospesa a un palo. Si chiama «Ballot Bin» – il cestino elettorale (invece dell’urna) – ed è un gioiello della scienza comportamentale. Sulla cassetta c’è scritto: «Quale superpotere, il volo o l’invisibilità?». Si vota per il superpotere preferito infilando un mozzicone di sigaretta in un orifizio: in alto a sinistra, «volo»; in alto a destra, «invisibilità». I mozziconi cadono in due vani trasparenti, così l’elettore vede il risultato parziale come in un istogramma. Il marciapiede è pulito. Ballot Bin distoglie da un’azione dannosa, a torto ritenuta insignificante, stimolandone un’altra, che è insignificante per davvero ma è messa in una cornice che evoca uno gioco umano significativo, il gioco delle libere elezioni. I due vani pieni di mozziconi, intanto, simmetrici come due polmoni intasati dal catrame, sussurrano alla coscienza del fumatore finto-elettore, gli dicono del suo autolesionismo. Insistono che è ora di smettere. Ho smesso di fumare da un pezzo, io. Ma il desiderio di scegliere tra «volo» e «invisibilità» mi fa venire voglia di ricominciare. Nota: Il testo trae liberamente spunto da J. Lepore, If/Then: How a Data Company Invented the Future, Hachette, 2020; S. Vida, Votare con i mozziconi per proteggere l’ambiente: tecnologie della regolazione postliberale, in Notizie di Politeia, 2019, pp. 101-112 (che comincia raccontando il mio incontro con Ballot Bin).
 
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