TOSSICOIndifferenti

 

di Stefano Mussari


Gira voce che i tossicodipendenti non si ammalino di Covid 19. Qualcuno già in primavera si è arrischiato a dire che i tossicomani sono insensibili al virus per motivazioni contradditorie, ma quantomeno affascinanti. “Il sistema immunitario del tossicodipendente è già molto stressato dall’inoculazione di sostanze di cui non si conosce né la composizione, né la concentrazione, né la possibile contaminazione con polveri, virus e batteri. Questo stressa il sistema immunitario rendendolo meno performante nella risposta al contagio da Covid, indebolendo o annullando quella reazione infiammatoria massiva che sembra essere il passaggio obbligato di quanti si ammalano di coronavirus”. Sono parole del Dr. Massimo Barra, responsabile del centro Villa Maraini di Roma, uno dei maggiori presidi per il recupero e l’assistenza ai tossicomani che durante i mesi clou della prima ondata ha dato assistenza a 623 persone per un totale di 23.368 interventi e controlli nei quali ha riscontrato l’assenza di sintomi e di malattia in tutto il campione. Non avendo avuto possibilità di fare tamponi non si conosce il numero degli asintomatici.

Per carità, si tratta di poco più di dati aneddotici, qualcosa di meno del già poco attendibile studio osservazionale eppure, prima che la statistica dei grandi numeri (la cosiddetta medicina basata sulle evidenze EBM) prendesse piede, le grandi scoperte (e gli enormi strafalcioni) della medicina avvenivano esattamente così: osservazione e intuizione. Il medico che ha condiviso i numeri in suo possesso e la sua intuizione è stato preso d’attacco sui social. E’ stato preso di mira, come fosse il suo un invito a drogarsi per non ammalarsi. Anche il comico Crozzane ha fatto una caricatura, divertente ma riduttiva. Chi ha sbagliato e cosa? Il medico ha avuto troppa fretta, senza dubbio. E i quotidiani per i quali ha rilasciato interviste non hanno avuto scrupoli nel trasformare le sue dichiarazioni misurate in titoli sensazionalistici. Funziona così. Siamo tutti colpevoli e innocenti: scienziati, giornalisti e lettori.

Ormai tutti possiamo aggiornare ed essere aggiornati in tempo reale su tutto, e dunque anche sul Coronavirus: il virus è mutato, il virus è stabile, il virus è anomalo, il virus è clinicamente morto, no, non lo è affatto e così via. Probabilmente niente più del normale percorso evolutivo del sapere, solo che adesso ogni notizia (ogni idea) non necessariamente “fake” rimbalza da un capo all’altro del pianeta, senza verifica, senza contesto, senza minima selezione del destinatario. E in questa bolla di contenuti in cui tutto è uguale, alla fine scegliamo di credere solo in quelle notizie che rafforzano le convinzioni che già abbiamo. Non è tutta colpa di internet.
Nel racconto giovanile L’indifferente Marcel Proust ci mostra un’avvenente e ancora giovane vedova alle prese con la cosa più banale del mondo: un amore non corrisposto. Trovando inaccettabile essere rifiutata da tale Lepré, Madeleine, la protagonista, preferisce credere di essersi sbagliata, e anziché accettare la realtà per quella che è - e lasciar perdere- trasforma l’amore in ossessione. “Valutando allora l’abisso tra l’assurdità di una delusione, allorché non c’era stato il più lieve segno di speranza, e l’intensità ben reale e crudele di tale delusione, ella comprese che aveva smesso di vivere esclusivamente la vita degli eventi e dei fatti. Il velo delle menzogne aveva iniziato a stendersi di fronte ai suoi occhi per una durata impossibile da prevedere. Non avrebbe più visto le cose che attraverso di esso, e più di tutte, forse, quelle che avrebbe voluto conoscere e vivere il più realmente [...], quelle che si riferivano a lui. Ciononostante ella serbava ancora la speranza ch’egli avesse mentito, che la sua indifferenza fosse finta [...]”. E’ la natura umana che è abituata ad essere abituata: non ama gli imprevisti e soprattutto non ama essere contraddetta e così, sovente si autoinganna e si abbassa, si trasforma nella versione peggiore di sé. “Allora, rinfacciandogli interiormente la sua indifferenza, volle rivedere gli uomini invaghiti di lei, con i quali era stata indifferente e civetta, allo scopo di esercitare nei loro confronti la pietà ingegnosa e tenera che avrebbe almeno voluto ottenere da lui!”

Ma insomma, è vero o no che i drogati – termine volutamente politicamente scorretto- sono indifferenti al contagio da Covid? Uno studio condotto dalla Sitd, Società Italiana Tossicodipendenze, suggerisce di sì. Nel periodo da maggio a luglio 2020 la prevalenza tra gli utenti dei servizi per le tossicodipendenze (stavolta si tratta di casi accertati con tampone) appariva almeno sette volte inferiore a quello della popolazione generale. Da qui a confermare l’intuizione di Villa Maraini ce ne vuole. E poi a quale intuizione credere? Il vantaggio starebbe nella immunizzazione per eccesso, incidentalmente correlata all’uso di sostanze, da strada, e per tanto impure, tagliate con chissà cosa e in chissà quali condizioni igieniche, oppure nel deficit della risposta infiammatoria per difetto che i tossicomani possono offrire all’incontro con il virus? Tra le due possibilità ci passa in mezzo il mare. Lo stesso che passa tra resilienza e indifferenza.

La prima è una capacità adattativa, tolleranza alle avversità, capacità di rialzarsi dopo le batoste, qualità che si sviluppa sulla base di un massimo realismo (vedere le la realtà per quella che è) e con un forte senso di scopo, in buona sostanza ciò che permette a coloro che hanno un perché vivere di sopportare qualsiasi come. L’indifferenza è il suo contrario. All’apparenza possono apparire qualità simili: gli indifferenti, si potrebbe obiettare infatti, non solo si rialzano dalle cadute: non si fanno nemmeno buttare giù! Eppure c’è, nell’indifferenza, un senso di rinuncia, il ritiro nella propria torre d’avorio isolata. L’indifferenza è una difesa, anzi di più, una resa. La resilienza è invece forza propulsiva: è lucida consapevolezza dei limiti e ottimismo concreto: faccio quello che posso, con quello che c’è, compresi i conti con il proprio passato, comprese le proprie responsabilità e i propri errori. Compresi i propri difetti congeniti. Vale per tutti, e si rinnova sempre.

Può essere che fino ad oggi io abbia dato tutto il peggio di me, non per questo smetto di fare del mio meglio. “Lepré è un ragazzo affascinante ma ha un vizio: ama alla follia le donne ignobili che si raccolgono nel fango; talvolta passa le sue notti in periferia o sui boulevard più lontani, con il rischio di farsi ammazzare [...]. Coloro che lo conoscevano bene, un tempo, sostenevano che solo un grande amore lo avrebbe fatto cambiare, visto il suo temperamento. Ma bisognerebbe essere in grado di provarlo un grande amore, e lui non lo è.” A differenza della scienza la letteratura ha il dovere di fare domande e non quello di dare risposte e quando sembra fornircene di facili non dovremmo mai fidarci. Quella descritta per il povero Lepré sembra una condanna insindacabile. Eppure nel finale del racconto, quando, ormai disperata, Madeleine rinuncia ad ogni “civetteria” e “gli scrisse che lo amava, che non avrebbe mai amato nessun altro. Egli le rispose che stava scherzando.” All’apparenza una risposta cinica, insensibile, propria di chi è condannato dal proprio vizio all’indifferenza rispetto all’amore “vero”. E se fosse piuttosto una estrema forma di accettazione e realismo che, se non salva Lepré - questo non ci è dato sapere dal racconto - almeno gli permette, nel passo indietro definitivo, un atto di autentico e gratuito altruismo? “Due anni dopo, stanca di essere sola, Madeleine sposò il duca di Mortagne […]. Per più di quarant’anni, ossia fino all’ultimo giorno, il duca rese la vita di sua moglie piena di gloria e di amore, e per questo lei gliene fu sempre riconoscente.” Riconoscente, sì, ma a chi?
 
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