Tempo possibile e tempo impossibile


 

di Giuseppe Ceceri

Sinché sono ancora nel fiore degli anni, i mortali hanno animo leggero e progettano molte cose ineseguibili. Ché nessuno pensa alla vecchiezza e alla morte e, sinché è sano, nessuno si preoccupa della malattia. Stolti coloro che non sanno che ai mortali è concesso solo un breve tratto di gioventù e d’esistenza. (Semonide d’Amorgo)

Quando sono qui a Iraklia e mi siedo sulla sdraio del nostro terrazzo, a fine giornata, con un libro che tengo a lungo in mano senza leggere, mentre guardo l’orizzonte, la chiesetta bianca sulla collinetta che contrappunta con il suo fresco candore il brullo paesaggio circostante e le isole sullo sfondo, il tempo si dilata così tanto da diventare spesso e concreto come il silenzio che mi avvolge, senza tuttavia imporsi con l’ampiezza e la vastità della sua dimensione filosofica, morale o teologica, o con il respiro solenne della eternità che vi conferisce mistero e potenza e, anzi, divinità. Se non in rare occasioni, non m’interroga sull’arcano della sua inafferrabile essenza, non mi sovviene come parametro e fondamento di scelte morali, non chiama in causa l’incognita della trascendenza o complesse teorie cosmogoniche.

No, il tempo, nella mia percezione emotiva e nei miei fragili ed elementari pensieri su di esso, ha generalmente una dimensione assai più raccolta, contenuta e intima, un po’ asfittica forse. Ho chiare la sua limitatezza per me e il suo valore per me nel breve tratto di un’esistenza che io credo definita in modo conclusivo e inesorabile sino alla soglia della porta sbarrata. Credo che oltre quella porta ci sia il nulla che ingoia per sempre il mio tempo, ma non posso sapere, né in fondo m’interessa, se il tempo proseguirà eternamente dopo di me. O forse ho solo paura di questo interesse.

Jaeger, nella sua Paideia, ci dice che i greci avevano commiserazione dei filosofi, e in genere degli uomini che pensano troppo, che indagano gli abissi di certi enigmi. L’uomo cogitabondo è περιττός, parola difficile da tradurre, ma che sottende l’idea della violazione della misura, del varcare il limite che è posto dagli dèi allo spirito umano. E quando certe volte, di fronte alla vastità di taluni paesaggi o fenomeni naturali, la mente si spinge lungo i sentieri della speculazione (e si chiede, per esempio, in un’insaziabile sete di causalità, se il tempo, che noi percepiamo solo in rapporto al divenire, al passaggio da un punto a un altro, e che dunque leghiamo perlomeno a un inizio, sia stato oggetto di creazione; e, in tal caso, in quale possibile altro senso diverso da quello da noi razionalmente afferrabile), il carattere primitivo e rozzo dei miei dubbi, l’assenza di risposte adeguate e la povertà dei mezzi culturali e intellettivi per affrontare i tornanti di un’indagine così impegnativa mi fanno percepire con tale evidenza la frustrazione di tentativi immaturi e inappagati da spingermi ad abbandonarli con precipitazione, in un sistematico ripiegamento della fantasia e dell’intelletto al cospetto di una voragine lungo i cui margini, sia pure con diversa consapevolezza, ci muoviamo tutti e ci impediamo di caderci dentro solo con la fede, o con la superficialità, o con una massiccia dose di individualismo che, come nel mio caso, assegna al tempo un campo ben più limitato e raccolto .

Il tempo conta ai miei occhi soprattutto in chiave retrospettiva, cioè essenzialmente perché è passato: precisamente, per come è passato, con chi è passato, dove è passato. Conta, e vale, proprio perché quel tempo non torna più, se non in rare madeleines inseguite, con patetica ostinazione, dando fondo a tutto l’armamentario utile a evocarle, esse pure così mutevoli e sfuggenti (ed è nelle progressive labilità e incertezza degli esiti di questa ricerca il solo, o comunque il principale, aspetto autenticamente misterioso che resta al mio tempo).

Conta, e pesa, perché mi consegna una terribile idea di finitezza di cose e persone e luoghi che hanno osato divenire e mutare, e per ciò solo, per me, spegnersi, morire. Ho provato a indagare psicanaliticamente la causa di questa costante retroversione e di questa così aspra e severa avversione ai cambiamenti legati allo scorrere del tempo, e, pur avendola infine compresa (forse), non mi riesce di sottrarmi alle sue spire, di vincerla.

Lo sguardo al futuro è invece furtivo, esitante, circospetto. Non ho nessuna attrazione o curiosità predittiva, anzi ne ho paura. Il tempo che verrà non ha nulla, o poco, di enigmatico. E, se ce l’ha, provo a scacciarlo, a scansarlo. So che esso ha già in sé il germe della caducità, della dissipazione di tutto ciò che via via regala e di cui perciò non godo mai appieno. E mi si prefigura non tanto come lo spazio in cui costruire progetti (quando li faccio, il che per fortuna ancora mi accade, cerco comunque di contenerli, di non renderli troppo impegnativi, troppo alti, troppo sfacciati), ma come un recesso da lasciare per lo più inesplorato, un penetrale che è preferibile non violare, una questione cui riservare, al massimo, pensieri veloci e rapsodici, distaccati, o profondi giusto per il tempo d’un tramonto o dello spettacolo d’una notte stellata.

Gettare uno sguardo nel mistero del tempo futuro per cercare di carpirne quantità o qualità o, peggio, per provare a condizionarlo è, ai miei occhi, e da molto, un atto empio, protervo. Una ὕβρις. Se l’ho fatto, in passato, sono stato punito: ciò che ho cercato o desiderato di evitare, s’è verificato; quanto volevo conservare, è andato via. Solo da giovani il tempo futuro elargisce clemenza e generosità, maestosità. Cessa di farlo nel momento in cui si finisce di credere che tutto sia ancora possibile. È in quel momento che si smette di essere giovani. È in quel momento che si comincia a pensare al tempo.
 
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