Svuotare il mare,

con convinzione

 

di Manlio Lubrano

Per scrivere sulla trasmissione della conoscenza bisogna avere faccia tosta e un buon repertorio di eufemismi diplomatici, altrimenti si rischia di dar sfogo a idee addirittura malmostose, che se va bene fanno tanto nostalgia elitista delle neiges d’antan. Si diceva anni fa “grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente”: certo dell‘inadeguatezza, ma ringraziando per la fiducia, provo a mettere un minimo di ordine a pensieri sparsi senza alcuna garanzia di riuscita, scusandomi per la parzialità delle prossime righe. Con un’avvertenza essenziale sullo sfondo: il dubbio più grave, al quale non provo neppure di dare risposta, è se ha ancora senso, e quale, preoccuparsi di tramandare patrimoni di conoscenza che oggi interessano a pochi o pochissimi, immersi come siamo in un eterno presente da consumare in fretta. Per non sprofondare nel pessimismo cosmico, restiamo saldi nella convinzione che bisogna farlo, e che sia bello. Proviamo allora un’incursione in una dimensione ideale. Astraiamoci per qualche minuto, fingiamo che il mondo abbia sete di sapere, e rifugiamoci nel confortevole recinto degli happy few, sempre pochini e sempre meno happy. Reprimendo con un certo sforzo lo snobismo annidato in ogni intellettuale weberiano (vero o presunto), facciamo una democratica concessione semantica: in fondo, conoscenza è ogni “informazione”, senza troppo sottilizzare tra scienza e cultura, arte, spettacolo o ricerca, conoscenza di base o specialistica, teorica o applicativa, materie basse ed alte.

Non è il gusto del singolo a stabilire la qualità della conoscenza che ogni giorno gli esseri umani producono. Pur in una società “inclusiva” –non comprendo bene il significato della parola, ma mi adeguo volentieri- bisogna ammettere che non saremo mai d’accordo su quanto del prodotto ha un reale valore da conservare e trasmettere. In realtà, un giudice invisibile e collettivo, se non a volte il caso, decide cosa merita di essere conservato, anche se poi rivede le sue decisioni con una certa frequenza. A costo di risultare banale o troppo mainstream, l’atteggiamento più saggio resta difendere, nella dimensione pubblica e in quella privata di ciascuno, la libertà di accesso a qualsiasi conoscenza. Mi pare superfluo spiegarne i motivi, così come mi riesce difficile spiegare a cosa serva l’aria o l’acqua. E come per l’aria (o etere, fa più elegante) e l’acqua, i temi più attuali mi sembrano quelli delle modalità e dei costi di accesso, di quanto sia accettabile il possesso di informazioni da parte di alcuni e del potere che ne deriva, del bilanciamento tra diritto di conoscere e diritto di tenere riservate le informazioni. Non ultima, c’è una questione in apparenza meno “politica”: nel caos sterminato di conoscenze disponibili con un click, sarebbe salutare poter discernere il vero dal falso, il farmaco dal veleno.

Conservare - peraltro fondamentale - è diverso dal trasmettere: la prima, oggi diventata molto più agevole grazie alle tecnologie, è sempre più attività di raccolta senza selezione. La seconda rimane elaborazione, basata sulla comunicazione interpersonale, dove l’essere umano e le sue doti sono insostituibili. È esprimere contenuti, interazione, discussione, esempio, applicazione, ripetizione. Pretende tempo, tecniche e abilità, riflessione, e non si risolve in semplice “travaso” (e, per carità, lasciamo perdere i tragici imbuti evocati in alto loco solo pochi mesi fa) ma può -deve- modificarsi nei modi e nei contenuti che “passano” da persona a persona. Negli ultimi due secoli “come” trasmettere è diventata una faccenda pubblica, un sistema complesso, e dunque un apparato con la sua burocrazia, strutture, infrastrutture e metodi. Ma l’organizzazione ha bisogno degli uomini, che ancora fanno la differenza. Nonostante tutto, l’abilità nel “consegnare” la conoscenza dipende in buona parte dalle qualità personali del trasmittente, e in definitiva dalla (parola antica) passione; mentre la più avanzata delle pedagogie deve arrendersi al fatto che la “ricezione” dipende anche dalle capacità cognitive ed elaborative di chi ascolta ed apprende. Insomma il risultato è influenzato in modo decisivo dal fattore umano su entrambi i lati, e ha poco di meccanico, né si presta ad essere misurato con metodi quantitativi. Altrimenti, trasmettere è solo erogare informazioni: può darsi, naturalmente, che dovremo aggiornare le nostre convinzioni dinanzi al progredire dell’intelligenza artificiale, e forse al regredire di quella nostra naturale: chissà, ad altri le risposte.

L’escalation della formazione online in questo ultimo anno, invece, mi rafforza nell’idea che internet, utilissimo nella conservazione di informazioni, se è freddamente efficiente anche nell’erogazione, lo è molto meno nella trasmissione. Negli incontri a distanza, webinar ecc., tutto è falsato, e qualsiasi test sul “feedback”, già dal vivo difficile e spesso ingannevole, semmai possibile è ancor meno attendibile, mentre forte è il sospetto di presenze fantasmatiche dietro i monitor collegati, a zero intensità partecipativa. Uno sguardo velocissimo al sistema italiano dell’istruzione. Per una serie di ragioni, da tempo i criteri di misurazione dei risultati sono quantitativi, o al massimo basati su una customer satisfaction abbastanza grossolana, come sa chi conosce certi questionari. Né si vedono novità all’orizzonte: sindacati e corporazioni varie insorgerebbero, e a quale politico converrebbe scuotere l’albero dalle fondamenta? Meglio predicare di nuovi contenuti, aumentare materie e discipline, affinare teorie di nuova pedagogia. Nella scuola, ripudiato con disdegno il modello gentiliano, il processo di distruzione è stato a suo modo molto creativo, nel senso che tutti i governi degli ultimi due-tre decenni hanno sventolato la bandiera della riforma a ogni costo, procedendo a stratificazioni legislative spesso incoerenti, con almeno due evidenti risultati: un’enorme mole di processi burocratici a carico di insegnanti, impiegati e dirigenti, e una parallela, costante, progressiva diminuzione della qualità media delle conoscenze degli studenti, in termini tanto di cultura generale che di capacità critiche o applicative.

È vero che misurare la qualità, in ogni campo, è particolarmente difficile, ma sono convinto, su base del tutto empirica, di un’affermazione che non posso qui dimostrare: alla mancanza di vera attenzione alle capacità didattiche di chi insegna si deve una buona parte del peggioramento medio attuale, nonostante le eccezioni e l’impegno di molti. Il divario crescente tra l’effettiva “preparazione” dietro i titoli di studio e le aspettative o pretese di chi offre opportunità di lavoro, apre poi la spinosa questione del ruolo dell’università, la cui naturale duplicità -l’essere luogo di didattica ma anche di ricerca, e cioè di sviluppo della conoscenza- è un nodo irrisolto. Per essere lapidari, le università (eccetto le telematiche, sulle quali bisognerebbe essere franchi, sollevando il velo delle ipocrisie) concepiscono sé stesse, in gran parte, ancora come sacrari di un sapere “puro”, che non potrà mai essere “asservito” ai bisogni pratici delle imprese e del “profitto”. Questa visione, dovuta proprio alla loro funzione di ricerca, non sempre corrisponde a realtà, nella quale esistono, si sa, anche i compromessi e le prosaiche esigenze di sopravvivenza.
Per tutte l’imperativo (che in concreto assume strani nomi come terza missione, comitati di indirizzo, rapporti di riesame ecc.) è “dare utilità” al percorso formativo in termini di spendibilità nella successiva vita lavorativa: sebbene ci appaia ovvio, si tratta di una concezione del ruolo affermatasi in tempi recenti, non più di 30/40 anni al massimo. Alcuni atenei -quelli che possono permetterselo per tradizione o reputazione- tentano di accorciare le distanze creando canali di comunicazione diretta con il mondo produttivo, quali stages, percorsi mirati ecc., avendo compreso che studenti e famiglie scelgono l’ateneo e il corso di laurea sempre più in base alle opportunità lavorative future, vere o presunte, fidandosi del prestigio di certi nomi. Tutti gli altri, ossia la maggioranza, se non riescono a fare lo stesso puntano su master e altri corsi post-laurea, di fatto allungando il periodo di incubazione pre-lavorativo, talvolta senza preoccuparsi molto degli sbocchi.

Il risultato, specie per gli studenti di queste seconde università, è una proliferazione di titoli spesso altisonanti o vagamente misteriosi, ahimè troppe volte destinati a finire in una cornice o in qualche cassetto, mentre mesi e anni trascorrono inviando curriculum, cercando stages o occupazioni precarie, partecipando a concorsi affollati dai criteri selettivi talvolta esoterici. Un destino non esaltante, che per fortuna non riguarda tutti e, nella maggior parte dei casi, riesce comunque a dare una qualche collocazione; ma frustra speranze e meriti di tanti, e porta alcuni a dare amara ragione a chi, peraltro dotato di cattedra universitaria, disse che la cultura non dà da mangiare. Che fare, allora? Data per scontata la difficoltà, occorre fare di più per liberare energie da compiti burocratici oggettivamente secondari, e rimettere al suo giusto posto (il primo, per distacco) la didattica e la sua qualità. Le statistiche ufficiali di Eurostat, Istat ecc. possono fuorviare. Il discorso è vasto, e devo restringerlo a due punti a mio avviso emblematici. Il primo: quando si dice che il numero dei laureati italiani è inferiore alla media europea, si dice una verità ed al contempo una bugia, perché i percorsi scolastici, i loro contenuti e gli sbocchi consentiti sono molto differenziati nei vari Paesi, specie nelle discipline umanistiche e sociali, e questo influenza moltissimo il dato.

Secondo: da quando una consistente quota del finanziamento delle università si determina in base al numero di studenti in corso, vale a dire che hanno superato un tot di esami o conseguito un tot di crediti, si va realizzando l’eterogenesi dei fini. La regola distributiva intende penalizzare gli atenei -con un metro di efficienza in sé discutibile- che accumulano tanti studenti in ritardo o fuoricorso, onde evitare che ne paghino le conseguenze arrivando tardi sul mercato del lavoro; e tuttavia il meccanismo esercita un potente effetto perverso. L’italica intelligenza ha colto subito l’altra faccia della medaglia, ossia l’incentivo a promuovere tutti o quasi con larghezza, per evitare di perdere denaro e, in prospettiva, rischiare chiusure o accorpamenti. Si intuisce come questo abbia poco in comune con il trasmettere conoscenza, ma insomma, primum vivere, e tanti saluti a quel che succederà dopo. Trovare rimedi è arduo. Altrove qualcuno ha scelto di separare la didattica dalla ricerca: il rischio è di creare una frattura elitaria, la certezza è di relegare la didattica in una posizione ancor più subordinata. Si può immaginare di agire su modalità di accesso alle docenze a tutti i livelli, su incentivi al merito e verifiche periodiche, ma imperativo categorico è di annoiarvi il meno possibile. Temo che tutto potrà essere utile, ma insufficiente finché non si troverà il modo di ridare un adeguato riconoscimento sociale all’insegnamento di qualsiasi grado, rafforzando la motivazione a svolgere bene questo meraviglioso lavoro: fermo restando che il premio migliore sarà sempre il vedere altre persone, gli allievi, progredire nella vita e nello sviluppo della conoscenza. Tempo scaduto, torniamo alla realtà. Abbiate pazienza, arrivano notifiche sul cellulare, forse anche sul vostro. Vi devo lasciare. Spero di aver raggiunto un buon numero di followers con i miei post e stories: se non quanti servono per entrare in un reality di prima serata, almeno sufficienti per catturare qualche sponsor, o, mal che vada, entrare in un consiglio di amministrazione.
 
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