Solo un Bambino

 

di Eduardo Savarese

Nella seconda cappella laterale sulla destra della Chiesa di Santa Maria della Concezione a Roma, dei Frati Cappuccini, è collocata una natività di Giovanni Lanfranco che è un vero e proprio trattato teologico. Grazie alla centralità del contrasto tra luce e ombra, Lanfranco sembra tradurre in immagini ed effondersi coloristico i racconti evangelici della nascita di Gesù. Mi sembra che il dipinto colga, in particolare, la speciale dicotomia luce / tenebre che costituisce uno dei temi principali del Vangelo di San Giovanni, a partire dal noto Prologo che, tradizionalmente, viene proclamato nel giorno di Natale. Pagina densa, concettualmente e per capacità visionaria, tra le più complesse delle Sacre Scritture tutte, compendio teologico del mistero cristiano e sorta di manifesto della specifica impostazione narrativa impressa dall’evangelista che fu particolarmente caro al Cristo, il Prologo pone l’accento, tra le altre cose, sulla venuta di Gesù nel mondo usando la facilmente percepibile e potente immagine della luce che arriva tra le tenebre.

L’evangelista ci dice che il Cristo viene ma è rifiutato: le tenebre restano tali, incapaci di accogliere la luce. Il rifiuto è particolarmente doloroso, poi, perché quella venuta avviene “tra i suoi”, cioè nel popolo prescelto da Dio, Israele, che non riconosce in Gesù il Messia ed anzi si preoccupa di farlo crocifiggere dal potere romano. Il rifiuto è tanto più terribile perché soltanto la venuta del Figlio di Dio consente di accedere ad una dimensione altrimenti insperabile per le creature umane: è Gesù che attribuisce il potere di diventare figli di Dio.

Se soltanto ci fermassimo a soppesare queste parole senza pregiudizi (né pro, né anti), tremeremmo: noi siamo figli di uomini e donne, ma chiamati a diventare, grazie al potere datoci dal Cristo, figli di Dio. Rinasciamo, quindi, con uno status di potenza altrimenti non predicabile né configurabile.

Il Prologo è molto chiaro a proposito di questa seconda nascita: la trasformazione della condizione da figlio d’uomo a figlio di Dio comporta un cambio di prospettiva. Non si tratta più di nascere da carne e sangue, ma dallo Spirito. Questi temi ritornano nel Capitolo 3 di Giovanni, nella descrizione di uno degli incontri più forti e sconvolgenti dei racconti evangelici: quello tra Gesù e Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Anche qui luce ed ombra sono protagonisti.

In primo luogo perché l’ambientazione del racconto è notturna. Nicodemo, temendo di farsi vedere dai “suoi” e di compromettersi, va a trovare Gesù per interrogarlo nottetempo. In secondo luogo, perché Gesù, nella parte finale del racconto, propone la contrapposizione tra luce e tenebre, e richiama a Nicodemo la circostanza non eludibile per cui “chi fa la verità” agisce alla luce del sole, perché le sue opere sono buone ed egli non deve temere il giudizio. Al centro del brano, poi, Gesù radicalmente enuncia che ciò che è nato dalla carne è carne, e ciò che è nato dallo Spirito è Spirito. Per rinascere, occorre rinascere dall’alto, cioè dallo Spirito. Soltanto in tal modo Nicodemo potrà vedere il Regno dei Cieli ed entrarvi.

Il linguaggio è complesso, allusivo, in parte metaforico, in parte simbolico, funzionale a creare suggestioni non fini a se stesse, perché esse suggeriscono la dimensione della rinascita dallo Spirito come dimensione radicalmente diversa. Se non celo mettiamo ben in testa, sembra dirci Gesù parlando a Nicodemo, se restiamo nella dimensione della carne, restiamo a terra, restiamo confinati, definiti, sconfitti dalla necessità dei cicli di procreazione, crescita e morte secondo i ritmi biologici dati ad ogni specie di vita.

Perché tutto questo è presente nella natività di Lanfranco? E come questo dipinto di prodigiosa bellezza e grande originalità può aiutarci a una meditazione sul Natale più consapevole? Il dipinto si sviluppa su tre piani: al centro c’è la luce soprannaturale, fortissima e calda che si sprigiona dal Bambino, e si irradia sullo splendido volto della madre (che con il Bambino sembra costituire un unico getto di luce), sugli angeli e sul viso di Giuseppe (ma in modo più defilato e discreto). Nella zona sinistra ci sono due pastori, uno più centrale che si trova in un atteggiamento piuttosto classico di preghiera, con le mani giunte e in adorazione; si tratta dell’immagine tradizionale dei pastori adoranti, chiamati dall’angelo alla grotta di Betlemme secondo il racconto evangelico. Ancora più a sinistra, vi è invece un giovane pastore che si fa schermo con la mano, perché accecato dalla luce che emana dal bimbo: egli non sa reggere tutta quella luce e si fa ombra, crea in se stesso una coesistenza tra luce e tenebra, e in questo modo intravede, tra le dita della mano, la scena.

Infine, sulla destra vi è un’ombra fitta, dove si staglia il profilo di una roccia e un terzo pastore che tiene in mano un agnello. Costui, pur vestito da pastore, non è in atteggiamento adorante, né ha difficoltà a reggere la visione della scena: il suo sguardo è intento, poco benevolo, fisso ad osservare l’accadimento. Se lo osserviamo con attenzione, questo ragazzo dalle occhiaie più scure, dal tratto quasi di sileno assai differente dai lineamenti degli altri due pastori, ci crea disagio e fascinazione al contempo. E’ il Nemico? E’ Satana, travestito da pastore (il nemico avendo l’abilità di travestirsi da bene, tanto da portare tra le braccia il simbolo del bimbo che viene, l’agnello)? E’ una prefigurazione dei nemici che il bambino avrà, già appena nato, come Erode? Non è importante attribuire una specifica qualificazione a questo personaggio. E’ sufficiente constatare come lui e il suo ambiente siano immersi nelle tenebre e come queste tenebre non accolgano la luce, anzi la respingano: la luce resta tutta assorbita nel corpo della madre, che fa da confine e scudo tra la scena centrale della natività e la zona oscura dove si affaccia, guardingo e ostile, il finto pastore.

Ecco tre volti dell’umanità: il pastore adorante, il pastore che si fa schermo con la mano perché ha paura di essere investito dalla luce del Cristo, il falso pastore (chiamiamolo così) che resta immerso nelle tenebre. E la luce del Bambino, in quelle tenebre, terribilmente, e misteriosamente, non arriva. Resta, però, la centralità di quella luce: la buona novella è la presenza di quella luce. Al mistero delle tenebre si contrappone il mistero dell’Incarnazione: perché noi diventassimo figli di Dio, e rinascessimo dallo Spirito, era necessario che Dio, dal suo canto, nascesse dalla carne. Un moto bidirezionale che fa della salvezza una strada di necessaria compresenza di carne e spirito. Tra luce e tenebre.
 
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