Solitudine. Empatia.
Giustizia

 

di Carla Musella

La solitudine è una condizione esistenziale ordinaria dell’essere umano come espresso nei versi del poeta Quasimodo: Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. Sintesi suprema ed intensissima della condizione umana, con quell’accelerazione del pensiero e della comprensione che solo le poesie contengono. Ogni uomo porta in sé la forma intera della condizione umana e, se dalla dimensione esistenziale del singolo passiamo a quella sociale e collettiva, il raggio di sole che attenua la solitudine è il legame che si costruisce tra i singoli attraverso la parola, nelle forme della comunicazione e nella creazione di istituzioni giuridiche, religiose, scientifiche che consentono la convivenza sociale, che regolano l’esercizio del potere e che mirano alla realizzazione della Giustizia intesa come attributo delle leggi, delle istituzioni, come equa distribuzione delle risorse economiche, e, dunque, come finalità di una buona convivenza civile. Nel passaggio dalla condizione esistenziale di solitudine del singolo alla dimensione sociale e collettiva, la bontà delle istituzioni e della convivenza civile comporta il superamento della condizione di solitudine attraverso la comunicazione, la reciproca comprensione e collaborazione che sono la base per costruire una comunità solidale e funzionante piccola o grande che sia.

Questo breve articolo non pretende certo di affrontare i grandi problemi della filosofia morale collegati alla realizzazione della Giustizia, ma vuole molto più banalmente e semplicemente analizzare la precondizione che serve a superare solitudine, a livello sociale, e a gettare la base indispensabile sia per amministrare e possibilmente realizzare la giustizia nei tribunali, sia per analizzare in modo corretto i problemi ad essa legati. Questa precondizione è l’empatia. Per empatia si intende la percezione dei problemi degli altri soggetti, diversi da sé, immedesimandosi negli stessi e attenuando in tal modo la distanza inevitabile che impedisce la comprensione dei problemi che non riguardano il sé, il proprio abituale “solitario” mondo. L’empatia supera la solitudine che, riferita alla convivenza civile, è sempre in agguato con la sua forza di disgregazione, quando i comportamenti di ciascuno relegano altri in una condizione di solitudine, di emarginazione.

L’empatia è una porta che dà accesso all’altro e consente di superare la incomunicabilità tra gli esseri umani, descritta dal poeta. Una adeguata dose di empatia è indispensabile in tutte le attività umane e attraverso di essa si realizzano condizioni di comprensione della complessità dei problemi. Certo non è sufficiente solo l’empatia, ma è il punto di partenza necessario per compiere analisi corrette, per avviare le basi di una buona convivenza civile. Occorreranno poi molte altre qualità individuali, onestà intellettuale, capacità di analisi e obiettività. Ma il primo passo, per superare la solitudine e creare comunicazione e crescita sociale, è percepire empaticamente realtà che non riguardano il nostro mondo individuale. Per amministrare correttamente la giustizia i giudici devono avere empatia verso le persone che si rivolgono al Tribunale e che subiscono ingiustizie, a volte molto gravi. E’ solo una base per procedere poi alla decisione, nella quale non sarà l’empatia a guidare il giudice, ma la legge e la sua interpretazione. Percepire bene i fatti della vita degli altri e i problemi delle persone che si rivolgono al Tribunale è, tuttavia, la base per una buona conduzione delle udienze e per una buona decisione.

Una fettina della Giustizia riguarda l’amministrazione della giustizia nei Tribunali, ma è solo una parte del tutto, perché i giudici che amministrano la giustizia dipendono, a loro volta, dalle condizioni della convivenza civile, dalla chiarezza e qualità delle leggi, dalle risorse che hanno a disposizione, in relazione al numero di cause da definire, dal comportamento degli utenti della giustizia. Informare correttamente i cittadini sui problemi dell’amministrazione della giustizia nei Tribunali presuppone, in primo luogo, una immedesimazione nei problemi della giustizia, uno sguardo empatico che avvia una corretta comprensione della complessità ed interconnessione dei problemi e consente di usare parole giuste per rappresentare e descrivere i problemi e proporre soluzioni. Le parole creano il mondo in cui viviamo.

Esemplare sotto questo profilo, per mancanza di empatia, la vicenda dell’articolo del prof. Giavazzi apparso sul Corriere della Sera di sabato 12 dicembre e della risposta dell’attuale presidente dell’ANM (Associazione Nazionale Magistrati), Giuseppe Santalucia, avente ad oggetto problemi della giustizia che è afflitta nel nostro paese da ritardi incompatibili con una buona convivenza civile. L’opinionista del Corriere della sera suggerisce, tra l’altro, quanto ai problemi e ritardi della giustizia civile, l’introduzione di un manager esterno che sorvegli la corretta conduzione delle udienze da parte del giudice e la presenza dei giudici nei Tribunali, ingenerando nel lettore la convinzione che i ritardi della giustizia siano dovuti all’assenteismo dei giudici e a una scarsa cultura dell’organizzazione che impedisce ad essi finanche di organizzare bene le proprie udienze. I rimedi proposti muovono da una visione aziendalistica della giustizia con l’introduzione del manager esterno e l’attribuzione di incentivi. A sua volta il Presidente dell’ANM risponde, sullo stesso quotidiano, con una lettera che, senza minimamente controbattere sulla questione dell’assenteismo e della incapacità organizzativa dei giudici, né sul manager esterno e sugli incentivi, ritiene corretta la visione aziendalistica della giustizia come organizzazione complessa e si limita a richiedere maggiori risorse economiche per la realizzazione dell’ufficio del processo. Nessuna contestazione viene espressa sui contenuti della ricetta apparsa in prima pagina sul Corriere della sera, nessun riferimento alle cause dei ritardi, nessuna smentita alla tesi di un generalizzato assenteismo dei giudici e di diffusa incapacità organizzativa, logicamente collegata ai rimedi proposti.

L’analisi dell’opinionista del Corriere della sera non è corretta, se non altro perché i giudici civili non lavorano solo in udienza, ma studiano i processi e scrivono, soprattutto, sentenze per le quali non è tanto rilevante la presenza in ufficio, quanto una buona conoscenza dei fatti del processo e delle regole da applicare. A sua volta la risposta del Presidente dell’associazione, che rappresenta la quasi totalità degli oltre novemila magistrati italiani, è estremamente lacunosa ed inadeguata. La situazione della giustizia civile e dei suoi ritardi è grave perché lascia i cittadini in attesa di una decisione per anni con pesanti ed inique conseguenze sia morali che economiche, ma le ricette proposte dall’opinionista non sono serie. Questo andava sottolineato con forza dal Presidente dell’ANM, sia nell’interesse generale della giustizia, sia per non lasciare soli i tanti giudici che lavorano con serietà ed impegno, in un momento storico in cui, tra l’altro, l’arrivo degli oltre 200 miliardi di fondi europei destinati all’Italia nell’ambito del Next generation EU, è collegato anche all’avvio di una seria programmazione del volto dell’amministrazione della giustizia nel prossimo futuro. La mancanza di empatia, con tutto il suo effetto negativo di disgregazione del tessuto sociale, di relegare in una condizione di solitudine chi lavora seriamente nella giustizia ha fatto irruzione sia nella informazione sui problemi della giustizia, sia, soprattutto, nella rappresentanza dei giudici da parte dell’associazione nazionale magistrati, che, per statuto, difende gli interessi morali dei magistrati, il prestigio e il rispetto della funzione giudiziaria, nell’interesse generale della collettività oltre che dei singoli magistrati.

L’analisi dell’opinionista mostra una carenza di visione e di conoscenza, dovute al fatto che si tratta di un economista, lontano, quindi, dalle aule di giustizia. Tuttavia si potevano analizzare i problemi e proporre le soluzioni con un approccio maggiormente empatico nei confronti delle reali condizioni oggettive dell’amministrazione della giustizia e delle migliaia di giudici che lavorano onestamente e faticosamente, senza concentrarsi su eventuali deficienze soggettive di alcuni giudici. Nel nostro paese spesso le analisi delle disfunzioni della giustizia civile partono dall’idea preconcetta e francamente piccina del “giudice fannullone” o anche del “giudice incapace”, idea erronea se non altro perché in ogni categoria professionale ci sono i fannulloni e gli incapaci ed esiste, per tali situazioni, una organizzazione disciplinare, che per quanto riguarda i giudici, funziona. Eppure basta andare sui motori di ricerca per avere accesso alle informazioni indispensabili per analisi serie sui ritardi della giustizia civile: in Italia erano pendenti al 2019, 3.293.960 giudizi civili (dati statistici ufficiali del Ministero della Giustizia). Si può leggere su internet la relazione tecnica al DM 14 settembre 2020 sulle piante organiche degli uffici giudiziari, che indicano il numero di giudici previsto per ciascun ufficio. Nel 1996 c’erano in Italia 86.939 avvocati, mentre nel 2020 sono 245.430, con una diminuzione della popolazione ed un oggettivo aumento vertiginoso degli avvocati. Ciascun cittadino misura sulla propria pelle la complessità e spesso oscurità delle fonti normative, ed il continuo legiferare che crea incertezza nel diritto, mentre a disposizione di tutti vi sono i dati sul numero delle fonti normative in Italia (oltre 150mila) molto maggiore di quelle che ci sono, ad esempio, in Germania (5500). I dati sulla produttività dei circa 9400 magistrati in Italia sono inoltre pubblicati annualmente dal CEPEJ – Commissione europea per l’efficacia della Giustizia e contengono dati lusinghieri sulla produttività dei giudici italiani quantomeno sotto il profilo quantitativo. Anche uno studente liceale può capire, dunque, perché in Italia la giustizia civile è lenta, se solo voglia avere un approccio guidato dall’empatia, affrontando i dati oggettivi e non lasciandosi guidare da pre-giudizi, mentre per proporre e soprattutto decidere rimedi adeguati, occorre una notevole capacità propositiva e politica per le decisioni da adottare, data la molteplicità e complessità delle cause dei ritardi.

Mancanza totale di empatia verso i propri rappresentati si coglie nella risposta del Presidente dell’ANM, che, pur non vivendo da anni il quotidiano dell’amministrazione della giustizia nei tribunali perché magistrato impegnato in altri fronti, avrebbe potuto rispondere diversamente, proprio attraverso i dati oggettivi di certo a sua immediata disposizione, se solo si fosse immedesimato nei tanti magistrati che affrontano quotidianamente con impegno e dedizione un lavoro delicato reso difficile anche dalla scarsa comprensione e considerazione di coloro che ne hanno la rappresentanza nei confronti delle istituzioni politiche, che devono attuare le riforme.

La sua risposta così fragile alle fuorvianti inesattezze dell’articolo dell’opinionista messo in prima pagina sul Corriere della sera non ha difeso adeguatamente il rispetto per la funzione giudiziaria ed ha lasciato soli i propri associati che, soprattutto, negli uffici più gravosi e periferici, affrontano, a volte, un numero di cause abnorme, con grandi responsabilità.
 
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