Solitude

 

di Elettra Papaccio


La solitudine è un’emozione con cui temiamo di avere familiarità, non vogliamo che ci accompagni, eppure siamo obbligati a sperimentarla. La incontriamo sempre più di frequente, specie in questi tempi difficili in cui siamo chiamati a fare i conti con quello che abbiamo realizzato, con i nostri obiettivi ma anche con i nostri limiti. Perché senza limite non c’è partenza né traguardo, c’è solo una strada disorientata che segue la direzione del vento.

La incontriamo soprattutto adesso che ci è imposta la sua insolita compagnia, adesso che dobbiamo misurarci con luoghi urbani polimorfici, per nulla simili agli spazi cui eravamo abituati, luoghi dalla diversa estensione. Le stanze diventano un ampliamento del nostro sguardo sul mondo, braccia e gambe di tavoli sorreggono i nostri pensieri, le finestre diventano un mezzo di trasporto da cui entra tutto: hanno ingresso nella nostra sfera suoni delle onde tumultuose di clacson, profumi di feste in cui si rompe il frenetico ritmo quotidiano e la stanchezza è compensata da un clima ovattato di silenzio e di natura urbana.

Il sole rimane nascosto, non vuole farsi vedere dal gelido inverno. Il riflesso del volto vuoto della città ricerca il significato profondo delle cose. Cerca e non trova l’ultimo e remoto senso del tutto che è andato perduto, o si è nascosto forse a fare compagnia al sole. In questo clima i ricordi sorreggono come un bastone la memoria e il futuro dipende solo da noi, è scolpito passo dopo passo dallo scalpellino del nostro impegno. Tutto oscilla in uno stato soggettivo non negoziabile, non afferrabile, che non avvisa quando arriva e quando ci lascia scompare senza traccia. Uno stato solitario. La solitudine come siamo abituati ad immaginarla? Come desolazione da un punto di vista fisico o come tranquillità al centro di un mare o di un prato : questo dipende dallo sguardo che abbiamo sul mondo.

La differenza è anche culturale, perché un diverso modo di pensare è un diverso modo di vedere il mondo: ecco perché nel mondo anglosassone i due volti della solitudine sono espressi con due diverse parole: “alone” rappresenta lo stato emotivo di mancanza, assenza che non permette di cogliere l’interna connessione delle cose, che esclude l’empatia. È lo schermo del computer che leggendo questo articolo isola e cancella i ponti culturali, fisici, mentali che sono come condotte di linfa della vita.

“Solitude” é l’opposto della sua sorella “loneliness”: esprime l’entrare in una dimensione diversa, in connessioni inesplorate con le cose, permette di arginare per un attimo la corrente di emozioni e l’erosione del tempo che incessantemente lavorano. La solitudine non è un’entità negativa, un nemico, ma ci permette di capire se conosciamo davvero noi stessi e i nostri limiti, se sappiamo convivere con il luogo dove finisce la terra: solo in questa dimensione di consapevolezza riusciamo a distaccarci dalle visioni distorte della realtà, a tuffarci dalla fine della terra nel mare dell’essere.

 
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