Sentire e
gustare

 

di Gennaro Pagano


Francesca è una ragazza speciale. Sì, ha una difficoltà dovuta ad una sindrome che le procura problemi cognitivi tra cui quelli relativi al linguaggio anche se a volte mi domando se il problema invece non sia il mio che faccio fatica a capirla, ad intenderla e a non comprendere la lingua madre attraverso cui Francesca parla: gli abbracci. Francesca non dà abbracci. È un abbraccio. Che ti avvolge, ti stritola, ti stringe e che a volte quando va in overdose ti lascia anche un bel mal di schiena.
Per Francesca l’abbraccio è la parola che dice tutto: amore, voglia di stare insieme, gratitudine, ma anche desiderio di consolazione, riconoscimento, conforto. Per lei l’abbraccio ha una funzione di congiunzione che le consente di dire “siamo io ‘e’ te” qui, insieme. Siamo un “noi”. Attenzione però, non confondete questa mia amica con una consumatrice di abbracci o una divoratrice di emozioni. La sua è un’arte che richiede un ritmo sacrosanto ed inviolabile: la lentezza.

Gli abbracci di Francesca puoi viverli intensamente, assaporarli, gustarli. “Non è l'abbondanza del sapere a saziare e soddisfare l'anima, ma lo è il sentire e gustare le cose internamente”: ecco, la mia amica sottoscriverebbe con assoluta convinzione quest’affermazione di S. Ignazio di Loyola e se fosse stata sua contemporanea avrebbe abbracciato anche lui per dimostrargli che un suo solo abbraccio può valere quanto un mese di esercizi spirituali. Nel tempo della velocità, del consumo sfrenato di stimoli, delle emozioni 5g, veloci e mutevoli come una pagina social, questa ragazza speciale è una maestra spirituale.
Perché nella sua lentezza è solida, profonda, reale, gustosa. E con la sua forza riesce a trattenere perfino me che con il correre quotidiano rischio di perdermi molti pezzi di vita. Avremmo tutti bisogno di un’amica come Francesca. Di un’insegnante di riti sacri. Di una maestra di lentezza. Di un’allenatrice di abbracci veri, sostanziosi.

Francesca è un antidoto alla velocità che in molti casi, più di quanto si immagini, è sinonimo di superficialità. 'A gatta pe' jì 'e pressa, facette 'e figlie cecate’: la sapienza di questo proverbio napoletano - traducibile con "la gatta per fare presto fece i figli ciechi" - declina la necessità di fare le cose nei tempi giusti e senza inutile fretta, altrimenti le conseguenze delle nostre azioni possono addirittura danneggiare noi e chi ci sta intorno. Per carità sia chiaro: in alcune situazioni essere veloci è essenziale, soprattutto quando occorrono risposte urgenti ad eventi imprevisti.

Ma attenzione, è sempre in agguato la tendenza irrefrenabile a trasformare il bisogno in urgenza e il desiderio in necessità impellente. Così per soddisfare la voglia di far presto, corriamo sull’autostrada della nostra vita senza mai guardare fuori dal finestrino, perdendoci paesaggi immensi e visioni meravigliose.

Ma Francesca no. Non se li perde. Lei sa sostare ed abitare il presente. Assapora tutto. Fino in fondo. Lei ha questa abilità. Io no. Non la ho. Per questo quando ricevo il suo abbraccio so che il disabile sono io. Cari lettori, se potete, sceglietevi un’amica come Francesca, lenta nell’accostarsi a voi ma veloce nell’arrivarvi dentro.
 
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