Segni del tempo


 

di Arcangelo Monaciliuni

Albert Einstein manifestò il suo cordoglio per la morte dell’amico Michele Besso con una lettera toccante ed affettuosa, indirizzata alla sorella di Besso, che così concludeva: “… Michele è partito da questo strano mondo, un poco prima di me. Questo non significa nulla. Le persone come noi, che credono nella fisica, sanno che la distanza fra passato, presente e futuro non è altro che una persistente, cocciuta illusione.” Sarà forse vero che il tempo non sostanzia qualcosa di oggettivo, sarà forse vero che vive solo nella mente dell’uomo, che sia una illusione, un miraggio.

Dai tempi di Eraclito e Parmenide il fluire del tempo ha costituito materia privilegiata di riflessione filosofica. Nondimeno, pur all’oggi potendosi avvalere di verifiche teoriche, frutto della meccanica quantistica, in particolare delle dimostrazioni di Hawking sui c. detti buchi neri sempre caldi, delle interconnessioni spazio/tempo, siamo ancora ben lontani dall’aver compreso lo scorrere del tempo, i relativi misteri che, nel “Libro di sabbia”, han fatto affermare a Borges che “non c’è altro enigma che quello del tempo, quell’infinita trama dell’ieri, dell’oggi, dell’avvenire, del sempre e del mai”.

Ad accompagnare, con la forza dell’immediatezza visiva, le riflessioni sul tempo, sulla sua linearità o circolarità, l’eterno ritorno dell’eguale di cui si nutre la filosofia di Nietzsche, e quindi su di una concezione del tempo intrisa e condizionata dalle percezioni soggettive di ciascun essere umano, han provveduto opere mirabili quali la serie delle “Cattedrali di Rouen” di Monet (lo stesso edificio appare mutato innanzi ai nostri occhi a seconda dei diversi momenti in cui è stato raffigurato ed a seconda del mutare spazio/temporale della nostra visuale), “l’Enigma dell’ora” di De Chirico (in cui l’orario segnato dall’orologio, 14,55, non corrisponde alle ombre lunghe che indicano una scena di ore più tarde, crepuscolari) o ancora “La persistenza della memoria” di Dalì (con i suoi tre orologi molli a simboleggiare l’aspetto soggettivo del tempo ed il quarto, l’orologio coperto di formiche, il tempo misurato dagli strumenti, il tempo oggettivo che corrode e consuma, come appunto stanno facendo le formiche sopra di esso).

E tutto questo è meraviglioso, suggestivo. Tutto questo affascina. L’uomo, per sua natura, la parte divina della sua essenza, si nutre del mistero che lo solleva dalla sua condizione, dalla materia di cui pur è fatto. E vien da chiedersi come possa sostanziare un’illusione la credenza dell’uomo in un passato, in un presente e in un futuro. Einstein poteva scrivere della morte dell’amico solo in quanto “era”, al passato, avvenuta, perché la terza Moira, Atropo l’inesorabile, il filo ne “aveva” reciso. Se si rivede una persona dopo anni, i segni del fluire del tempo, del tempo passato, son lì, sul suo volto mutato, talvolta divenuto irriconoscibile.

E questo è un dato oggettivo, di certo tale alla mente appare. E la mente coglie che l’intervallo temporale è stato riempito, attimo dopo attimo, dalla vita che è scorsa al ritmo del fuso girato da Lachesi con lo stame bianco misto ai fili d’oro per indicare i giorni felici e lo stame nero misto sempre ai fili d’oro per indicare i giorni di sventura. Nel libro XI de “Le Confessioni” Agostino si interroga sulla natura del tempo e, prima di giungere a Dio, necessariamente fuori da esso (“.. non può esistere tempo se non esiste creatore..”), per rendere plasticamente visiva la costruzione secondo la quale più che di passato, presente e futuro dovrebbe parlarsi di presente del presente, presente del passato e presente del futuro, poiché solo il presente è e solo nella mente è, ci rimanda all’immagine della musica, dell’inno, il cui senso compiuto è dato dai suoni precedenti e dai successivi:

“A mano a mano che il passaggio si sviluppa, tanto si accorcia l’attesa, quanto si prolunga la memoria, finchè tutta l’attesa si esaurisce quando, ad azione finita, tutto è passato nella memoria. Quello che avviene nel carme nel suo complesso ….” (omissis, sol per brevità di narrazione) “... avviene in tutta quanta la vita dell’uomo, costituita da tante parti quante son le azioni, avviene nel succedersi di tutte le umane generazioni, le cui parti sono tutte le singole vite degli uomini”.

A ben vedere, la stessa conclusione si ritrova nel “Il Profeta” di Gibran Kahlil Gibran: “… Ma se credete di misurare con le stagioni il tempo, sappiate allora che le stagioni si cingono l’un l’altra, e il presente abbraccia il passato con il ricordo e con la speranza l’avvenire”. E, ancora a ben vedere, la medesima conclusione appare potersi rinvenire ne “L’ordine del tempo” di Carlo Rovelli, laddove il fisico/saggista scrive che: “… cominciamo a vedere che il tempo siamo noi. Siamo questo spazio, questa radura aperta dalle tracce della memoria dentro le connessioni dei nostri neuroni…”. E dunque sia, ovvero sia pure. Per vero, sembrerebbe potersi scorgere una differenziazione fra passato, o presente del passato, e futuro, o presente del futuro. Il primo, che sia nella mente o al di fuori di essa, è stato ed ha avuti i suoi contenuti, che son lì, possono emergere, essere elaborati, nel mentre il futuro è invece privo di contenuti, vi è solo la percezione della sua attesa. Nella mente io non scorgo -non sono in grado di scorgere- la(pre)esistenza dell’inno completo della vita.

Ma qui debbo arrestarmi, neppure da lontano capace di seguire i percorsi di Agostino, di Einstein, di Gibran, dei grandi Artisti o del Dostoevskij che ne “I demoni” ci rimanda all’angelo che nell’Apocalisse assicura che il “tempo sparirà e non andrà da nessuna parte perchè il tempo non è una cosa, è un’idea, e quindi si spegnerà nella mente”. La mia mente, abituata a vivere nel tempo, meglio nei tempi (“Vi è un tempo per tutte le cose…”, recita già l’Ecclesiaste), riesce solo a riconoscere che per poter immaginare una “visione” del tempo misurabile oggettivamente e non nelle singole menti, sarebbe davvero forse necessario essere/porsi al di fuori di esso. Del resto è questa, in definitiva, la parte più significativa del campo arato da filosofia, religioni, scienza. E, come descritto da versi immortali, “tra questa immensità s'annega il pensier mio”.
 
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