Sciroppo
di Covid


 

di Paola Laudadio


Nocciolo dopo nocciolo, senza intaccare mai la perfetta rotondità del frutto, uno per volta.
Richiede pazienza e una dedizione religiosa preparare la marmellata di amarene.
Il frutto c'è solo per pochi giorni, a metà giugno.
È l'anno perfetto per una leccornia, ricordo di un passato dolcissimo.
Il profumo e la ritualità dei movimenti sono state preghiere per le anime che mi hanno sorretto in questi mesi.
Amavano le amarene, come amano lei che ne è ghiotta.
- Mamma, hanno soppresso il treno, colpa dei rientri selvaggi di questa notte.
- Proviamo domani, con un aereo, o forse è meglio che resti a Torino, lì, se dovesse accadere qualcosa, saranno più attrezzati.
Era l'8 marzo.
Avremmo dovuto festeggiare i diciott'anni della sorella.
Non è più partita, quella sera stessa le salirono i primi decimi di febbre.
Il 10 marzo furono chiuse le regioni, sigillate, come la mia paura di madre.
Tosse e mal di gola e l'inizio della prima attesa per un tampone, arrivato poi il 19 marzo.
- Non può essere, proprio a lei, sarà una tonsillite, come quando era piccola e non guariva se non con l'antibiotico.
In quei fori bianchi di pus, nelle sue tonsille criptiche facevo crescere le mie speranze.
Intanto in Piemonte aumentavano vertiginosamente i contagi, le RSA venivano infettate da pazienti Covid, le rianimazioni gremite.
- Mamma, sono negativa.
Abbiamo quasi festeggiato.
C'era poco da stare sereni, le immagini dei carri militari, i corpi proni sui letti delle terapie intensive e i tubi in gola, in solitudine negli ultimi istanti di vita e i virologi retrocessi ad astrologi.
Era solo stato uno spavento, lei giovane e forte.
E il silenzio.
Ci navigavo dentro e tempesta erano i rumori ormai inusuali e le uscite forzate per la spesa.
Per un giorno intero non l'ho sentita.
La febbre altissima, la tosse e i dolori nelle ossa, la diarrea: il suo silenzio.
Eppure avevo creduto che stesse semplicemente studiando.
Mi ero consolata e mi ero illusa.
I confini della consolazione necessitano di pastelli e tempere di colori illusori, la realtà urlava e supplicava consolazione.
Consolatorio era che il virus uccidesse soprattutto gli anziani, la consolazione si tingeva di egoismo bieco.
La mia consolazione che Francesca fosse giovane confinava con il soffocamento di un anziano, un padre, una madre, un nonno, un affetto insostituibile per qualcuno o semplicemente una vita.
Una bipolarità costante: disperazione e consolazione.
Non riusciva ad avere la prescrizione di un antibiotico, l'Asl Piemonte pretendeva la certificazione che non fosse più appartenente all'Asl Campania, l'Asl Campania non rispondeva, il medico chiese urgentemente un altro tampone perché il fidanzato di Francesca era in quarantena per essere entrato in contatto con soggetti positivi al Covid-19.
L' antibiotico per accelerare i tempi venne prescritto al fidanzato, sul tampone nessuna risposta.
Tutto senza alcuna visita medica.
Finalmente, dopo due mesi di febbre e tosse e assenza di olfatto, arrivò un altro tampone, con l'emogas ma solo perché si era recata in un pronto soccorso e grazie a un dottore napoletano, un amico che impietosito ci venne in aiuto.
La foto del suo polso bendato e sanguinante e la freddezza delle mie parole; cercavo di rassicurarla, sentivo la paura sporcarmi la voce, solo nel sonno riuscivo a volte a liberarmi dagli incubi del giorno.
La distanza mi faceva disperare e mi consolava che Francesca fosse con il suo compagno, non soffrisse della sua assenza e si sentisse coccolata. E io, madre, facevo un passo indietro, accettando il suo essere donna, adulta, compagna e poi figlia.
Rifiutavo di vederla nelle videochiamate, per timore che i miei occhi tradissero la paura, troppo pallida, magra, esausta.
- Mamma sono positiva.
Me ne ero segretamente convinta in quel tempo interminabile di attesa per un maledetto tampone, ma leggerlo in un messaggio, durante la notte, mi aprì un nuovo scenario di paure.
Il bluff di un tampone risultato negativo, per imperizia o per la giovane età di chi lo aveva fatto, aveva spalancato le porte alla illusione.
La disperazione si era moltiplicata per ogni consolazione illusoria che avevo avuto.
Il Covid che fatico sempre a chiamare per nome, era nelle nostre vite.
Piccolo e letale.
La presenza della morte diventava sempre più ossessiva e l'uomo vestito di bianco implorò l'aiuto di Dio per tutti, ma ognuno pregava per se, l'individualismo più sfrenato si era fatto largo, nascosti da una mascherina, con guanti in lattice, ci allontanavamo dal prossimo, cercando unicamente la nostra salvezza.
Ci consolava l'idea di non essere la zona più martoriata.
In quel nord in assedio di morte c'erano mia figlia e i miei nipoti.
- Mami, è arrivato il saturimetro.
- Funziona?
Prendere coscienza della possibilità di perderla si materializzò in quell'apparecchio.
Nessuno mi aveva mai detto che fosse fuori pericolo, d'altronde si procedeva a tentoni.
L' arrivo del saturimetro segnò un nuovo punto a favore della disperazione.
Si affaticava per pochi passi.
- I valori scendono ma poi risalgono, tranquilla Mami.
Consolatorio? Rasserenante?
Ancora nessun medico a visitarla.
Gli ospedali in Piemonte decisamente al collasso.
Le prescrissero la terapia che il protocollo suggeriva.
Il Plaquenil in forti dosi per due cicli.
Sulla prescrizione bisognava scrivere il numero esatto di compresse da assumere, medico di base contro Asl Piemonte, e il tempo passava, mentre il paziente di ventidue anni si debilitava.
Si aggiunse l'eparina per evitare possibili trombosi che le autopsie avevano rilevato tra le cause di morte.
Finalmente, dopo ottanta giorni di malattia, alcuni medici andarono a visitarla, le suggerirono altri medicinali, il medico di base si rifiutò di prescriverli, voleva assolutamente un prelievo del sangue.
Il Piemonte, ci dissero, stava rodando l'assistenza domiciliare, per le analisi bisognava attendere altri venti giorni.
Nel frattempo le prescrissero il cortisone.
Il corpo era coperto di chiazze rosse, nessuno ha mai saputo spiegare le cause.
Alla disperazione a volte si aggiungeva la rabbia.
La ingoiavo, Francesca aveva bisogno di tranquillità, doveva sentirmi serena.
La distanza mi consentiva di astrarmi, di allontanarmi dalla sua malattia.
La lontananza falsificava la realtà ma la presa di coscienza immediatamente successiva alimentava la disperazione.
Se avesse preso quel treno ci saremmo ammalati anche noi e forse è consolatorio pensare che non sia accaduto.
Novantadue giorni di Covid, sei tamaponi, cinque mesi senza vederla.
Finalmente Francesca ha assaggiato la marmellata di amarene e nello sciroppo rubino c'era tutta la mia consolazione.

 
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