Samaritani
della Giustizia

 

di Eduardo Savarese


La prendo alla larga, ma fino a un certo punto, e apro questo pezzo su indifferenza e giustizia partendo dal famoso passo evangelico di Luca (10, 25-37), laddove Gesù racconta la parabola del Samaritano, cioè di un uomo – non appartenente al popolo eletto – che incrocia un povero disgraziato all’angolo di una strada, un derelitto appena picchiato e derubato da malviventi. Il sacerdote passa e non si ferma; il levita passa e non si ferma. Il Samaritano – ci dice il testo – era in viaggio, e si fermò. Perché? Perché "lo vide" e sentì compassione per lo sventurato. Da questo moto interiore deriva il farsi prossimo del Samaritano, e l’aiuto concreto e attento che viene prestato all’uomo: un aiuto che, si badi, distoglie il Samaritano dal suo percorso personale, e gli costa tempo e denaro. Con questa parabola in mente, vengo quindi al mondo della giustizia italiana oggi.

Rispetto ad esso, dilaga una specie di indifferenza rattrappita e melmosa che si coglie a più livelli e comporta diversi effetti devastanti. Provo a dipingerne un affresco. 1. La magistratura italiana è divenuta indifferente al suo stesso destino, o almeno fa fatica a trovare un modo nuovo per essere rappresentata autorevolmente: alle ultime elezioni per eleggere i rappresentanti dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) l’astensionismo è stato fortissimo. Vero è che è entrato il gruppo degli Articolo101 rispetto alle correnti storiche e più recenti (Area, Magistratura Indipendente, Unità per la Costituzione, Autonomia e Indipendenza). Ma la disaffezione dilaga. Chi scrive ha di recente receduto dall’ANM. E non è il solo. Tuttavia, la magistratura non riesce a imprimere a se stessa il fondamentale colpo di coda. E – incredibilmente – assistiamo a comunicati delle varie correnti all’esito della tornata elettorale sempre uguali a se stessi. Ed oggi a un percorso in salita per trovare un'espressione rappresentativa unitaria nella Giunta Esecutiva Centrale (GEC). Se scorro i report di questi incontri, vi trovo - con rare eccezioni - una visione e un linguaggio incapaci di vedere e comunicare. E, lo sappiamo, il linguaggio è sostanza.

2. La magistratura italiana è diventata anche indifferente – dopo l’insofferenza giustizialista durata una manciata di giorni nel giugno del 2019 – al suo organo, di rilievo costituzionale, di autogoverno. Il Consiglio Superiore della Magistratura, oggi, a poco più di due anni dalle elezioni del luglio 2018, ha una composizione radicalmente diversa da quella uscita dalle urne delle toghe. Di più. Da settembre, un posto è vacante, poiché vi è stato l’ennesimo caso di dimissioni. Settembre, ottobre, novembre…siamo a dicembre: il posto resta vacante. Nessuno chiede lumi. Nessuno, soprattutto, esige lumi. Anche da chi quell’organo presiede, cioè il Presidente della Repubblica. E non parlo certo solo della vacanza, ma del tessuto sociopolitico dietro le prassi dell'organo a partire, almeno, dalle due consiliature precedenti l'attuale. Eppure, tutto tace, e invece dovremmo pretendere una commissione di inchiesta, almeno della ANM. Ma forse anche parlamentare. Strumento e oggetto sono sommamente delicati, ma non si vede come, oggi, farne a meno.
3. La magistratura italiana è avvilita dall’immagine di sé che i processi lenti, lo scandalo Palamara, le infiltrazioni politiche consegnano a un paese sempre più giustizialista, e alla ricerca di capri espiatori: eppure non riesce a trovare il canale e il linguaggio per spiegare ciò che ogni giorno, nei suoi “ranghi ordinari”, essa fa, spesso in modo molto più ragionevole, efficace, efficiente e culturalmente elevato di diversi altri comparti della gestione della cosa pubblica. E dunque, sembriamo indifferenti, perché l’avvilimento è troppo, e la sfiducia della magistratura stessa nelle sue possibilità di autorappresentanza, autogestione e autorinnovamento è marcatissima.

4. D'altra parte, l’indifferenza della politica rispetto alla giustizia è totale: nessuno ha realmente a cuore questo caposaldo dello Stato di diritto e democratico. Nessuno progetta, ad esempio, la riorganizzazione delle piante organiche. Nessuno punta il dito contro le macroscopiche e ignobili lentezze del processo civile telematico. Nessuno intende serenamente radiografare il rapporto tra obbligatorietà dell’azione penale e mezzi concretamente disponibili. Il lavoro di studio, statistico, di cesello sui problemi quotidiani e ordinari della giustizia nessuno è disposto a farlo – un lavoro che niente ha a che fare con l’ennesima riforma del processo o dell’ordinamento giudiziario (cioè, fatele pure: ma le questioni sono altre, forse meno accattivanti, forse più tecnicamente noiose) –. E allora si ripete il mantra della giustizia lenta, si sbandiera l’ennesima riforma del processo, eppure nessuno – dentro e fuori la magistratura – esige, cioè richiede in modo pressante, autorevole e non negoziabile, che il processo telematico si può celebrare solo se, ad esempio e tra l’altro, esiste una infrastruttura digitale che regga il peso di esso.

5. Vi sono poi province specifiche di indifferenza: il carcere, l’esecuzione della pena per i malati psichiatrici, il grande regno delle spese di giustizia nel mondo del gratuito patrocinio a carico dell’Erario. Ma lì l'opacità e il cinismo consigliano di tirare avanti come il sacerdote e il levita della Parabola. 6. L’indifferenza però vira a un tratto verso un dibattito vivace quando si tratta di gridare alla responsabilità dei magistrati: e lì, non c’è più nulla da fare, lì diventi San Giovanni Battista, voce di uno che grida nel deserto “spianate le vie della giustizia”, e cioè che non è la soluzione ai problemi l’agitare lo spettro dell’azione risarcitoria contro i magistrati nell’esercizio delle loro funzioni. Perché non è la soluzione in nessuno Stato di diritto al mondo! Il discorso che rileva è altro e attiene al merito: anzi, alla mancanza di demerito. Perché i magistrati si distinguono solo per funzioni (art. 107 Cost.) e ciò che conta è che abbiano amministrato la giustizia in modo degno, cioè equilibrato, efficace e, soprattutto, giusto. Non ci vogliono geni, eroi, retori e ingegnosi ardimentosi procellosi Savonarola della Giustizia. Ma magistrati che studiano, scrivono, riflettono e decidono in coscienza: tutte cose fattibili se il numero di processo da definire è ragionevole, se i mezzi materiali sono ben organizzati, se gli strumenti informatici funzionano, e se non occorre sgomitare a destra e manca per riempire il curriculum di falsi meriti, frutto solo e soltanto di scelte opache, correntizie, che hanno avvelenato i pozzi cui i magistrati attingono l'acqua quotidiana del rendere giustizia: indipendenza, autonomia, regole uguali per tutte dettate da leggi sull'ordinamento giudiziario capaci di comprendere che cosa significa, nel mondo dello Stato di diritto, essere magistrato assoggettato soltanto alla legge (il che comporta che non si può restare indifferente al permanere di regole dell'ordinamento giudiziario indotte per falsificare il discorso sul merito).
7. L’indifferenza riguarda poi il rapporto tra i giudici e i pubblici ministeri: c’è una questione enorme che attiene al peso di certe procure e di certi procuratori. Ed è roba di cui i giudici, sostanzialmente, non vogliono sapere nulla. Ma poi nel calderone ci finiamo tutti. E allora l’esercizio dell’azione penale deve diventare un tormento quotidiano dentro la magistratura, per evitare che la questione sia risolta da un potere politico desideroso di sbarazzarsi delle garanzie di indipendenza di tutta la giurisdizione, giudicante e requirente.

8. Infine, la vera, immensa, macroscopica indifferenza riguarda proprio la giustizia: io, come magistrato ma prima ancora come cittadino, esigo che ogni intervento politico, normativo, associativo e di autogoverno serva al magistrato per rendere giustizia, cioè per assumere la decisione più giusta. Questa è l’aspirazione – assiologicamente relativa, si sa, nello spazio e nel tempo, eppure obiettivamente fondante – della giustizia: di chi l’amministra, di chi da essa attende una risposta. Ebbene, oggi tutte le “strutture” in quanto tali che concernono la giustizia sono talmente prese dalla loro protervia istituzionale, sono talmente come il fariseo e il levita della parabola del Samaritano che non sono in grado, da sole, di fermarsi per soccorrere il corpo ferito della giustizia. Noi oggi abbiamo bisogno di Samaritani. Cioè di persone che non sono parte di nessuna “struttura”, ovvero che, se ne sono parte, sono disposte a mettere in discussione radicalmente TUTTO: che, dunque, sono “straniere” come lo è il Samaritano rispetto al popolo eletto: l’unica condizione di cui necessitiamo è che provino “compassione” viscerale per lo stato in cui la giustizia si trova, che se ne prendano carico perdendoci tempo e denaro. Chi sono questi Samaritani? I singoli magistrati – tantissimi – che hanno chiara la coscienza del loro lavoro. Ma anche il resto della società civile, che intenda comprendere, osservare, apprendere, attraverso un dibattito continuo. Se, poi, le “strutture”, dismettendo i panni delle tattiche e dei comunicati, si metteranno veramente al servizio della creatura mutilata dal nome “Giustizia”, allora ben venga il loro operato. Tuttavia, come nella canzone di Franco Battiato, mi sembra che “la primavera tarda ad arrivare”. Al contempo, la presenza di magistrati che in questo numero di Areopago hanno voluto scrivere in modo personale, umano, semplice attesta che la primavera, il cambio di passo, il soccorso del Samaritano possono farsi prossimi. Tutto questo ha un costo. Spetta alla magistratura e alle forze sane della nostra comunità civile e politica affrontare questo costo. Col linguaggio della franchezza, e non l’opacità del compromesso. Abbiamo tutti diritto a una giustizia giusta. E di pretendere soluzioni per una giustizia giusta. I magistrati, gli avvocati, la pubblica amministrazione del settore giustizia, e le donne e gli uomini che entrano in un’aula di tribunale.
 
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