Riflessioni di un "solitante"

 

di Antonio Lepre

La solitudine è secondo me l’incomunicabilità. L’impossibilità di far comprendere a chi ti è vicino i tuoi sentimenti, emozioni, movimenti dell’animo. Non ho mai avuto una concezione positiva della solitudine. Certo, è chiaro che spesso restare soli è una cosa positiva; ma, come è ovvio, una cosa è restare con se stessi e i propri pensieri, altro è sentirsi isolato, abbandonato: la solitudine è questo, è uno stato negativo della vita umana.

La cosa che oggi, in questi tempi cupi, mi turba di più, però, non è la solitudine come concetto astratto o come ispirazione di grandi movimenti artistici e poetici che hanno sondato ogni piega della presunta incapacità di comprendersi l’uno con l’altro. Anche perché devo dire che la mia esperienza ad oggi è, sotto quest’aspetto, sostanzialmente positiva: il destino mi ha regalato il dono di incontrare persone, amici, parenti che puntualmente intervengono, anche inconsapevolmente, a colmare una sorta di horror vacui che talvolta mi attanaglia e mi lascia come disperso nelle mie riflessioni ed emozioni.

Oggi, la solitudine che mi fa venire il ghiaccio nelle vene è di tutt’altra natura ed è tragicamente pratica. E’ la solitudine drammatica che si consuma nei due organismi sociali più importanti delle nostre esistenze, quello della famiglia e dello Stato.

Quando vi è libertà di movimento e di evadere da una situazione domestica che si sente oppressiva e ingiusta, il dolore di una vita collettiva vissuta nella solitudine può essere attutito e in qualche modo compensato dalla distrazione e da un incontro piacevole.

La chiusura forzata in casa, con l’uomo o la donna o i figli con cui non vi è più reale dialogo, deve essere qualcosa di devastante, come può esserlo solo il metterci davanti agli occhi ogni secondo della giornata la disperazione di vite che hanno perso un senso, il piacere di essere vissute e godute nel profondo. La fuga può essere criticabile quanto si vuole, ma in certe situazioni è l’unica terapia e balsamo dell’anima. A questa solitudine nelle famiglie, si somma quella nello Stato.

Io sono in realtà un privilegiato per condizione economica e sociale. Eppure, persino io sento talvolta un senso profondo di smarrimento e di abbandono e di profonda frustrazione nel vedere, senza poter fare alcunché, i figli senza scuola reale, amici e sport, e i genitori anziani privati persino della possibilità di coltivare quelle poche relazioni che la senilità pure consente.

E allora immagino come deve essere feroce e implacabile la solitudine del malato di covid abbandonato a casa e dei suoi familiari e la solitudine di chi vive in famiglie disgregate senza un sostegno psicologico, senza iniziative che, ad esempio, mirino a monitorare e supportare in qualche modo almeno i casi più disperati di disagi familiari, quali quelli che si manifestano in casi di violenza domestica o dove si convive con la malattia mentale.

Cosa ne è di queste persone? Cosa ne è di queste donne, figli, uomini oggi? Chi se ne occupa? Chi li assiste? Chi, in una parola tanto banale quanto però vera, gli vuole bene?
 
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