Per farci tornare a quel che siamo


 

di Alberto Maria Garofalo

Si racconta che alla prima esecuzione del quartetto n.8 op.110 a casa di Šostakovič, quando i membri del quartetto Borodin finirono l’ultimo movimento, aspettandosi un commento o una critica da parte del Maestro, si sono rivolti verso di lui e lo hanno visto piangere col volto tra le mani. Non poterono fare altro che riporre gli strumenti nelle loro custodie ed andarsene in silenzio. Le numerose biografie di Šostakovič sono piene di episodi emblematici come questo. E la composizione stessa del quartetto n.8 op.110 è raccontata in vario modo dai diversi biografi. Šostakovič, quando lo compose nel 1960, si trovava a Dresda dove, secondo alcuni, era andato per comporre la colonna sonora di un film che non gli piaceva per niente oppure, secondo altri, a curarsi una malattia del midollo spinale.

In quegli anni erano ancora visibili le rovine del bombardamento più devastante della storia della umanità sino ad allora. Le autorità della DDR affermavano di aver volutamente lasciato le rovine in evidenza per non cancellare il ricordo della drammaticità della guerra (adesso Dresda è una città bellissima, patrimonio dell’UNESCO). Arrivato lì, Šostakovič fu sconvolto da quella visione e compose questo quartetto che gronda lacrime per “le vittime delle guerre”.

Non era un buon momento nella vita del compositore, una vita costellata di “lacrime” (così lui stesso). Erano passati sette anni dalla morte di Stalin (la cui stroncatura della sua opera, Lady Macbeth, aveva improvvisamente posto fine alle esecuzioni delle sue composizioni su tutto il territorio dell’impero sovietico) eppure anche il nuovo corso di Chruščëv mostrava il suo volto totalitario e violento nei suoi confronti. Dopo averlo riabilitato, infatti, il regime aveva fatto pressioni fortissime per farlo iscrivere al partito comunista e lui, alla fine, aveva ceduto riluttante.

Il solo pensiero di questa sua debolezza, che aveva posto un nuovo limite alla sua creatività, lo faceva star male, mentre il Partito ostentava la sua tessera come un trofeo. Questo quartetto già nella indicazione dei tempi, che prevede addirittura tre “larghi” e, nella tonalità, un do minore dolentissimo, riesce in maniera esemplare a raccontare il difficilissimo viaggio interiore fatto da Šostakovič in quell’occasione. Si tratta di un vero e proprio diario intimo, pieno di sofferenza.

Come già Bach, Šostakovič aveva voluto firmare una composizione con le sue iniziali (DSCH, cioè Re, Mi bemolle, Do, Si secondo la trasposizione tedesca), e chiese che fosse suonato al suo funerale. Più che dedicata alle “vittime delle guerre”, questa composizione sembra evidentemente dedicata a sé stesso, alla fatica di accettare la debolezza di aver ceduto accettando di iscriversi al Partito, in un viaggio introspettivo che mette a nudo tutto sé stesso. Ognuno di noi cela, nel profondo, aspetti della propria personalità oppure vecchi errori che non ama. È molto raro che siamo noi stessi a riuscire a vedere e a mostrare apertamente queste nostre debolezze e, ovviamente, è rarissimo che lo si faccia con la straordinaria capacità artistica di Šostakovič. Di solito è lo sguardo di una madre che ci mette ineluttabilmente di fronte a noi stessi.

Chi di noi non ha incontrato quello sguardo, mentre cercavamo di minimizzare o negare una di quelle idiozie tipiche di quando si è adolescenti? A volte è lo sguardo di un amico, della persona amata, a volte sono parole durissime, ma necessarie a guardare verso noi stessi con onestà. Nel mio caso, posso dire di avere avuto in sorte, oltre a dei genitori straordinariamente sensibili nello scoprire le mie debolezze, anche delle figlie ed una persona amata che colgono sempre nel segno senza pietà (oppure forse sono io che non so nascondere le mie debolezze che, ovviamente sono umane, troppo umane). In una rivista come l’Aeropago, che nasce quasi costituzionalmente per mettere in discussione tutto, era inevitabile, anzi necessario, dedicare un numero allo sguardo critico.

Io volevo parlare di quel particolare sguardo critico, quello che ci mette nudi di fronte ai nostri errori che speravamo dimenticati, quello sguardo che soltanto un artista come Šostakovič poteva rivolgere verso sé stesso e che, invece, normalmente ci viene rivolto dalle persone che ci sono vicine. La letteratura ed il cinema sono piene di bildungsroman in cui il protagonista ha questa vera e propria agnizione verso sé stesso. Nel film “Le vite degli altri”, la protagonista, un’attrice di teatro, incontra la persona che la sta spiando da mesi e che le si presenta come un affezionato spettatore. Lui le rivela la gravità dell’errore che sta per commettere, lasciandola ovviamente stupefatta, perché non può comprendere come possa uno spettatore, per quanto sensibile, leggere così profondamente in lei. Così scopriamo anche la disillusione di uno che si era innamorato in maniera incondizionata di un sogno trasformato in un terribile incubo, come è successo a molti altri nella DDR (Christa Wolf ne è un altro esempio), cosa che era capitata anche a me da ragazzo, per questo mi colpì molto quel film.

Si tratta sempre di scoperte dolorose. A volte è un sogno a svelarcele. Come succede al protagonista di Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, libro straordinario, anche quello viaggio rivelatore delle proprie debolezze più intime. Il protagonista, grazie ad un sogno, comprende che il suo vero e proprio odio verso i delfini (che lui chiama “fere”) dipende, in realtà, da un episodio dolorosissimo accadutogli quando lui, per la prima volta e a soli otto anni, fu portato dai grandi in una missione di pesca e furono sorpresi da una tempesta che li aveva tenuti lontani per quattro giorni. Quando tornarono, lui aveva trovato la madre morta di parto e l’ultima immagine della madre, con la pancia gonfia del fratellino che doveva nascere, lo tormenta in questo dialogo onirico con la morte (la “Nasomangiato”). Grazie a quel sogno, capisce qualcosa di sé stesso che non aveva mai avuto la forza di ricordare, rivolgendo verso il delfino-fera tutto il suo odio. Altre volte è la psicanalisi che aiuta il protagonista a raggiungere questa parte di noi stessi che rifiutiamo o che, semplicemente, non ricordiamo. È il caso del “male oscuro”, potentissimo romanzo di Giuseppe Berto, in cui, grazie appunto ad un bravissimo psicanalista a cui si rivolge dopo aver consultato numerosissimi medici per i suoi mali fisici immaginari che gli incutevano una terribile paura di morire, il protagonista scopre nel conflitto con il padre la radice di questa sofferenza (a proposito di conflitto con il padre, ed alla riscoperta di chi veramente sia stato e quindi al superamento del conflitto, consiglio assolutamente alcune pagine del “Re pallido” di David Forster Wallace). Infondo, lo scopo del racconto, della letteratura, ed anche della critica (e dello sguardo critico), quando veramente coglie nel segno, è quello di obbligarci a riflettere sui presupposti impliciti delle nostre scelte e a farci tornare alla realtà di ciò che veramente siamo.
 
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