Paura 2020

 

di Manlio Lubrano


La parola dell’anno. Non che mancassero le paure anche prima, ma sicuramente il 2020 lo ricorderemo per il ritorno, prepotente e inaspettato, di una paura antica: il contagio, la malattia misteriosa, il pericolo della morte improvvisa e senza antidoto. Da mesi ci confrontiamo con paure vecchie e nuove, perché la pandemia pare non svanire, e non si sa bene quali altri effetti avrà sulle nostre vite: temiamo per la salute, per il lavoro, il mantenimento di quel poco o tanto benessere che avevamo prima, o più banalmente per il nostro stile di vita. Tante certezze, o che credevamo tali, rimesse in discussione. E allora torna prepotente, dalle regioni remote dell’anima dove la razionalità cerca di segregarlo, quell’istinto insopprimibile, declinato nelle sfumature via via dell’inquietudine, del timore, dell’ansia, dell’angoscia o della disperazione. Ma il virus è soltanto l’ultimo combustibile ad alimentare un fuoco antichissimo, ancestrale.
La paura ci accompagna dalla nascita, e su come gestirla riceviamo consigli e indicazioni di ogni genere: bisogna affrontarla, bisogna vincerla, bisogna conviverci o razionalizzarla. Però alla fine ognuno fa un po’ a modo suo, anche perché ognuno in fondo vuole avere il diritto alle proprie paure. Del resto, la paura è un “articolo” che ha più varianti della pizza o del “bacalao” portoghese, per il quale si dice vi sia una ricetta per ogni giorno dell’anno. L’elenco sarebbe faticoso quanto inutile, soprattutto se dalle paure dell’individuo spostiamo l’attenzione alle paure di una collettività o di un’intera società: ma questa è una storia complessa, perché se le ansie e i timori dei singoli possono al più procurare lavoro agli psicoterapeuti o incrementare i fatturati delle farmacie o, al limite, dei maghi e ciarlatani di ogni sorta, le paure sociali sono un investimento politico dai dividendi potenzialmente alti.

E, curiosamente, questo vale per tutti gli schieramenti. Chi agita lo spauracchio del diverso, del nuovo, di ciò che potrebbe venire, prova a sfruttarne un tipo, la paura dell’ignoto; chi evoca il possibile ritorno di un passato considerato negativo, al contrario, fa leva sulla paura del noto e sulla forza del ricordo. Ha senso dare giudizi su come, a livello collettivo, si affronta o viene –anche cinicamente- utilizzata la paura? Ammettiamolo con sufficiente distacco, la risposta è probabilmente questione di gusti: con ragionamenti più o meno articolati finiremo per giudicare male le paure che non condividiamo, e giustificare le altre. Le divisioni che registriamo nelle conversazioni con familiari e conoscenti in questi giorni sui vari provvedimenti in tema di gestione della pandemia ne sono un discreto esempio.
Questo accade essenzialmente perché nessuno potrà mai estirpare del tutto la paura dalla nostra biologia. Dunque, se questa forza istintiva e primordiale c’è e resterà, fare i conti con essa resta una questione quotidiana tanto individuale quanto politica, a seconda della dimensione in cui la si guarda. Su entrambi i piani, è pur vero che la crescita del grado di istruzione consente spesso una “gestione” più razionale della paura (nelle sue varie forme), ma non va trascurata la profonda verità che Manzoni fa esprimere a Don Abbondio, ossia che il coraggio non si può pretendere. Il coraggio, vale a dire la capacità di identificare la paura e combatterla, non è infatti solo ragione, ma ha la sua radice, fortissima, nell’istinto contrario di sopravvivenza, e sta nel DNA come il suo opposto, combinandosi però in proporzioni diverse da persona a persona.

Paura, coraggio e ragione sono quindi presenze inevitabili del nostro percorso di vita: spetta a noi capire che la ragione va usata come elemento sia di mediazione tra le pulsioni contrastanti delle altre due, sia di guida alla scelta di quale far prevalere di volta in volta. Infatti neppure la paura va demonizzata, poiché da essa –quando viene ben gestita e incanalata- nascono la prudenza e tutte le forme di previsione del futuro, dalla sanità pubblica alla previdenza, dal risparmio all’assicurazione, solo per fare qualche esempio virtuoso. Non mi pare invece corretto considerare il principio di precauzione l’unico modo ragionevole di affrontare le pubbliche paure: ogni concetto di prevenzione sociale si presta a un uso politico eccessivamente discrezionale, e nel rapporto costi-benefici è necessaria una ponderazione attentissima.

La paura, non va dimenticato, è in ultima analisi fondamentale per la conservazione della specie: se mancasse del tutto, l’essere umano sarebbe esposto a qualsiasi rischio, non avendone alcuna cognizione, e forse avremmo già consegnato il pianeta a nuove specie dominanti.

Ciò che è davvero molto difficile è trovare il punto di equilibrio: quando non è sorvegliata e guidata dalla ragione, la paura diventa grettezza, immobilismo, chiusura immotivata e discriminazione contro ogni potenziale “novità” o “diversità”, in quanto portatrice di pericolo, e questo induce i “coraggiosi” a disprezzarla, e i “paurosi” quasi sempre a occultarla. Curiosamente, il tempo che stiamo vivendo sta quasi ribaltando la situazione: la paura del contagio è pubblicamente legittimata, e la cautela “a prescindere” diventa il principio guida dell’azione politica. Una strana sospensione della normalità prosegue, esaurita la parentesi estiva, e il discorso su quanto accadrà dopo, alla fine della pandemia, resta al momento accantonato. La paura riguarda l’oggi, meno il domani. Primum sopravvivere, domani è un altro giorno, si vedrà. Forse è giusto così, ma vien da chiedersi –sommessamente- a cosa serva ancora la politica.

 
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