Padri e figli


 

di Alberto Maria Garofalo

Viviamo tutti aggrappati al presente, incapaci non soltanto di vedere quanto ci sta per succedere nell’attimo immediatamente successivo, ma anche di comprendere quanto ci è appena successo, di cui non cogliamo il significato se non quando è troppo tardi. Così succede che ci accorgiamo, un giorno, che siamo in una nuova fase della nostra vita quando questa è già iniziata da tempo. C’è un apologo di Kafka, che fa parte degli ultimi racconti pubblicati nella serie “La Muraglia Cinese”, intitolati “Egli” (“Er” in tedesco), in cui si racconta di una lotta eterna del protagonista con due avversari (“il primo lo incalza alle spalle, dall’origine, il secondo gli taglia la strada davanti. Egli combatte entrambi”). In realtà, i due nemici lo aiutano anche, perché l’uno lo spinge verso l’altro, ed anche lui è in lotta con se stesso ed avrebbe il sogno di uscirne una volta, ma non ci riesce.

La straordinaria capacità visionaria di Kafka non finisce mai di sorprenderci (ormai a quasi cento anni dalla morte). Hannah Arendt, in un saggio dedicato a questo apologo chiamato, manco a dirlo, “tra passato e futuro”, dice che la fortuna letteraria di Kafka consiste nell’arditissimo capovolgimento del rapporto tra pensiero ed esperienza. In questa scena, in questo campo di battaglia in cui ci troviamo tutti coinvolti, il passato ci spinge in avanti verso un futuro che lo respinge, ed “Egli” vorrebbe sottrarsi a questa lotta, ma non può. Vorrebbe condurre passato e futuro su una diagonale propria. Forse a volte ci riesce, per brevi momenti, ma non riesce a trarsene fuori, costretto a vivere in una lacuna brevissima tra passato e futuro.

In questo Kafka incarna in maniera completa la metafora del ‘900. Come dice Hannah Arendt in quel saggio, “Questo ristretto spazio atemporale ricavato nel cuore stesso del tempo, a differenza del mondo e della civiltà in cui si nasce può solo essere indicato, non ereditato o tramandato: perciò ogni nuova generazione anzi ogni nuovo essere umano, inserendosi tra un passato ed un futuro infiniti, deve scoprirlo e mantenerselo con assidua fatica”. Purtroppo non siamo abbastanza pronti per vivere in questa lacuna.

In questo, forse, sta la vera novità del ‘900, secolo totalmente "destruens" delle tradizioni che lo hanno preceduto (e con ragione), lasciandoci però in questa lacuna senza eredità. Per millenni la tradizione è sembrata essere un ponte su questa lacuna (almeno dall’impero romano). Questa tradizione si è fatta sempre più sottile fino a diventare un filo che si è spezzato.

Di questo volevo parlare oggi, della impossibilità di trasmettere il proprio sapere, e quindi il proprio modo di essere, da una generazione all’altra. In particolare, tra padri e figli c’è un gradino insormontabile che lo impedisce. A me mio padre sembrava il padre più bello, elegante e, soprattutto, sapiente del mondo (e probabilmente anche noi gli sembravamo i figli più belli e bravi del mondo, anche se, come spesso capita, non abbiamo avuto né il coraggio, né l’occasione di dircelo). Mi stupiva sempre con i suoi discorsi, ricchi di citazioni di Dante e di scrittori latini. Crescendo, però, si è formato quel gradino, senza che ce ne accorgessimo. Forse non voleva dire questo, ma mi sembrava sempre che mio padre guardasse con una certa degnazione gli scrittori del ‘900 che tanto amavo e che, ogni tanto, gli proponevo. Mi sembrava che tutto quello che esulasse dai classici latini e da Dante (che lui adorava), per lui fosse una sciocchezza. L’unica concessione che faceva al ‘900 era D’Annunzio (scrittore che, per questo, io ho detestato fino a pochissimo tempo fa, e che ancora adesso faccio fatica a leggere).

Poi succede che si passa dall’altra parte: si diventa padri e ci si ripromette di non commettere lo stesso errore, che però è inevitabile. Anche io, così come mio padre avrebbe voluto trasmettermi qualcosa del suo sapere, avrei voluto trasmettere la passione per i miei scrittori preferiti alle mie figlie, che, però, mi rispondono proponendomi esercizi di stile che a me sembrano totalmente vuoti di significato. Così, probabilmente, faccio anche io con loro la stessa espressione di mio padre quando gli parlavo di quegli scalcagnati dei miei scrittori preferiti (che ovviamente scomparivano di fronte ai classici latini). Anche tra noi, si è formato quel gradino insormontabile, senza che ce ne accorgessimo. La tradizione non si trasmette. Il proprio sapere, che è poi il proprio modo di essere, non si trasmette. E del resto, forse, meglio così.
 
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