Non restare indifferenti
alle stagioni del mondo

 

di Gennaro Pagano


Le stagioni non conoscono inviti. Arrivano quando è il momento. Senza preavviso. Con un identico copione valido per tutte le stagioni: quelle della natura e quelle del cuore, che ne è una piccola parte. Le stagioni sono totalitarie e i loro venti soffiano su ogni cosa e tutto mutano secondo uno spartito prevedibile e insieme mutevole le cui note consentono loro di indossare l’abito del mistero. Le stagioni non danno appuntamenti: richiedono adattamenti, cambiamenti, ripensamenti, sterzate forzate al programma dei giorni. Sono loro ad invitare ma più spesso impongono. Sopravvive alla loro danza chi accetta di ballare passi conosciuti solo in parte e chi si lascia andare alla granitica posa abitudinaria per azzardarsi in movimenti inediti e sconosciuti.

Le stagioni recano con sé messaggi di importanza vitale: l’infanzia accarezza i sogni del divenire, l’adolescenza scolpisce fremiti e passioni, la giovinezza disegna i progetti e la vita adulta alterna tutto il precedente nel tentativo di attuare il possibile e di affidare ad un tempo non intravisto e sperato l’impossibile desiderato. E così l’autunno parla di spoliazione e sobrietà, l’inverno di attesa orante e custodia silente, la primavera di germinazioni e rinascite possibili, l’estate di gioie belle e colorate perché condivise.

Vi sono poi le stagioni dell’universo, dell’umanità, le epoche cosmiche, geologiche, climatiche, antropologiche. Anche loro arrivano sempre. Più lentamente. Anche se eventi e fenomeni improvvisi danno un’accelerata imprevista, capace di segnare uno spartiacque nel time lapse della storia. Dinanzi a questi eventi ogni figlio dell’uomo ha due sole possibilità: restare a guardare dalla finestra o danzare. Chi sta fermo è destinato a perire. Solo chi si muove si salva. L’immobilismo è morte, il dinamismo è vita. Entrambe sono scelte umane e mentre la prima è radicata nell’indifferenza, nella non-partecipazione all’evoluzione del mondo, la seconda è frutto della decisione di abitare il paesaggio della vita con la consapevolezza del co-protagonista.
Cosa serve in questo tempo inedito? Cosa ha da dirci il crinale della storia su cui insieme, senza immaginarlo, ci ritroviamo? Cosa ci suggerisce il dramma umano che stiamo affrontando seppur con diverse credenze? Ci dice che siamo parte di un tutto e che nessuno può dirsi indifferente alla storia, al cambiamento, alla mutazione e all’evoluzione. Chi decide di sottrarsi all’empatia verso tutto ciò che ci circonda è morto dentro e ha perso la scommessa per la quale è stato messo al mondo. Ha commesso un peccato di indifferenza che forse è il peggiore tra i crimini: quello di non partecipare alla vita.

Questo tempo pandemico di emergenza antropologica chiede il contributo di tutti e necessita del coraggio di ciascuno. Questo tempo pandemico di emergenza antropologica ha da dirci che troppo spesso come pecore belanti ci siamo lasciati addomesticare da pastori anonimi e mercenari, consegnando le nostre vite a finti benesseri venduti da ambulanti senza volto dietro cui si celano i poteri del mondo, quelli che credono di reggere le sorti dei popoli e degli uomini con il potere del denaro e della menzogna. Questo tempo pandemico di emergenza antropologica ci pone dinanzi al quesito: vuoi immergerti nella profondità della vita o ti accontenti di restare nella superfice delle cose? Questo tempo pandemico di emergenza antropologica ci domanda come non mai se abbiamo ancora un’anima per patire con l’universo, per lottare a fianco dei nostri simili più fragili, che in fondo significa custodire anche la nostra vulnerabilità. Ci chiede se crediamo in qualcosa che vada al di là del visibile e dell’immediato e per cui saremmo disposti a donare la vita. E soprattutto ci domanda un’audacia senza fine per affrontare con creatività la sfida che ci è posta dinanzi: salvare la nostra anima e in essa e con essa l’anima dell’umanità

Tolkien nella sua famosa opera “Il Signore degli anelli” racconta di un dialogo tra due piccoli hobbit incamminati verso una missione difficile e densa di ostacoli da cui dipendeva non solo la loro salvezza personale ma quella di tutti:
“Nulla di tutto ciò che mi circonda mi piace – disse Frodo – sasso o gradino, vento o macigno. Terra, aria, acqua, paiono tutte maledette. Ma questo è il nostro sentiero”. “Sì, così è – disse Sam – e noi non saremmo qui, se avessimo avuto le idee un po’ più chiare prima di partire. Ma suppongo che accada spesso. Penso agli atti coraggiosi delle antiche storie e canzoni, signor Frodo, quelle ch’io chiamavo avventure. Credevo che i meravigliosi protagonisti delle leggende partissero in cerca di esse, perché le desideravano, essendo cose entusiasmanti che interrompevano la monotonia della vita, uno svago, un divertimento. Ma non accadeva così nei racconti veramente importanti, in quelli che rimangono nella mente. Improvvisamente la gente si trovava coinvolta, e quello, come dite voi, era il loro sentiero. Penso che anche essi come noi ebbero molte occasioni di tornare indietro, ma non lo fecero. E se lo avessero fatto noi non lo sapremmo, perché sarebbero stati obliati. Noi sappiamo di coloro che proseguirono, e non tutti verso una felice fine, badate bene; o comunque non verso quella che i protagonisti di una storia chiamano una felice fine. […] Chissà in quale tipo di vicenda siamo piombati!”. “Chissà! – disse Frodo – Io lo ignoro. È così che accade per ogni storia vera. Prendine una qualsiasi fra quelle che ami. Tu potresti sapere o indovinare di che genere di storia si tratta, se finisce bene o male, ma la gente che la vive non lo sa, e tu non vuoi che lo sappia”.

Forse come Sam ci domandiamo in quale storia siamo piombati e chi ci ha chiamati a percorrere questo tornante del cammino del mondo. Forse come Frodo ci domandiamo quale genere di storia sia la nostra e come finisca. In ogni caso entrambi gli hobbit nel racconto tolkeniano non sono rimasti a guardare, si sono fatti carico del loro sentiero e delle sorti tutti. Hanno rinunciato alla comoda indifferenza da salotto per sporcarsi le mani con la storia del proprio tempo e del proprio spazio: faremo altrettanto?
 
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