Necessità di solitudine

 

di Francesca Di Benedetto

Solo. Ergo sum. “La solitudine non dipende dalla presenza o assenza di persone; al contrario, io odio chi ruba la mia solitudine, senza, in cambio, offrirmi una vera compagnia”. Uno dei più grandi filosofi moderni, Friedrich Nietzsche, definì così, in poche parole, uno dei tanti aspetti della solitudine. Spesso la vita ci offre eventi disgraziati che portano con sé abbandono e isolamento. E’ la solitudine che non abbiamo voluto, che sopportiamo pesantemente, che stravolge la nostra esistenza e la rende infelice.

Ma quella di cui parla Nietzsche è una ricerca dell’anima: l’isolamento come piacere, che trova conferma nella compagnia. La solitudine che accende il cervello, che ci rende lucidi, ci ricarica; che è distratta dalla socialità, nella quale trova però conferma della sua necessità. Il 2020 lo definirei “l’anno della solitudine”. Le restrizioni a cui siamo stati sottoposti hanno costretto tutti, senza esclusione, ad affrontare senza veli le proprie vite.

Anziani, abbandonati e non; donne maltrattate; povertà; disagi psichici; felicità apparenti; famiglie disastrate; famiglie serene; single; coppie conviventi… E qual è la parola che a ciascuno di noi è saltata in mente più spesso? Solitudine.

Situazioni difficili hanno mostrato duramente tutta la loro drammaticità. L’isolamento ha esasperato condizioni tragiche, illuminando la solitudine del dolore. Ma anche coloro che, invece, vivono condizioni di apparente serenità, sono stati forzati ad osservare la loro esistenza da un’altra prospettiva. E c’è dunque chi ha dovuto sperimentare la solitudine come necessità. La convivenza forzata, in questi ultimi casi, ha messo in luce quanto la nostra anima si nutra anche di solitudine.

Luigi Pirandello diceva che c’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo, resti nessuno. Ecco. Il lockdown ci ha privati della libertà di essere nessuno.

Ci ha privati del piacere di svestirci delle nostre responsabilità, che, volenti o nolenti, condizionano le nostre vite. Perché la possibilità di essere nessuno, anche per pochi minuti al giorno, ci rende persone migliori. Gratifica la nostra anima e ci rende più disponibili nei confronti dell’altro.

I più ritengono che etimologicamente la parola ‘solitudine’ derivi dal latino sòllus, che significa intiero, quasi a voler dire che da sé forma un tutto; un intero, appunto. Da questa prospettiva, solitudine potrebbe voler dire: ritrovare la propria interezza. Nietzsche odiava chi rubava la sua solitudine offrendo una compagnia inadeguata. Ma possiamo arrivare ad odiare anche coloro che ci offrono una compagnia adeguata, se costretti a farlo.

Non so cosa questo periodo sciagurato porterà ancora. Ma, personalmente, so con certezza che è stato capace di mettere in luce che la solitudine è, in senso tragico o meno, una delle varianti fondamentali della vita. E dalla quale nessuno di noi può prescindere.
 
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