L'opposizione nella scacchistica tradizionale

e nel diritto moderno
 

di Luca Orlando

Per opposizione, in termini scacchistici, si intende quel particolare movimento con cui i due Re, separati da un'unica colonna o traversa, vengono a trovarsi l'uno di fronte l'altro. Lo scacchista sa bene che l'opposizione, essendo in grado di compensare piccoli svantaggi di materiale, assume spesso un ruolo determinante nei finali di Re e pedoni. In egual misura, il dibattito giuridico sul “diritto di opporsi” è giunto ad un momento tanto critico quanto decisivo, esattamente come avverrebbe in una partita di scacchi tra giocatori esperti che non si accontentino di una patta annunciata: «in quasi tutte le partite di scacchi arriva un momento critico che bisogna saper riconoscere. In un modo o nell'altro il giocatore rischia qualcosa: se il giocatore sa quello che sta facendo, affronta quello che noi chiamiamo un “rischio calcolato”. Se capite la natura di questo momento critico, se vi rendete conto di esservi impegnati su una certa linea di gioco, se potete prevedere la natura del compito che vi aspetta e le difficoltà che lo accompagnano, va tutto bene. Ma se non c'è questa consapevolezza, allora la partita è perduta e la lotta sarà inutile» (J. GRADY, I sei giorni del Condor, 1986, Novara, p. 150).

Dal giorno del mio tesseramento presso la Federazione Scacchistica Italiana, ho avuto modo di constatare una grande affinità tra la disciplina degli scacchi e la materia del diritto. In entrambi i settori, infatti, trovo sia assolutamente necessario sapere che cosa occorra osservare. L'aspetto più controverso del “diritto di opporsi” è, a mio modo di vedere, indubbiamente rappresentato dalla concreta facoltà di dissentire da assunti giuridici, da orientamenti giurisprudenziali e, più in generale, dal diritto stesso. In verità, secondo un'approssimativa ricostruzione etimologica, “opporsi al diritto” apparirebbe, per definizione, errato. Il termine “diritto”, infatti, deriva dal latino classico “directus” (retta via; giusta direzione; modo giusto di muoversi). In tal senso, non potrebbe essere dato alcuno spazio all'opposizione del singolo: le leggi finirebbero per essere collocate su un piano ben più elevato dell'insofferenza del singolo.

Si tratta di un discorso piuttosto razionale: l'etimologia delle parole consente di pensare in maniera logica, apparentemente indiscutibile perfino per i più arguti uomini di ricerca. Sono sempre più rari gli uomini di ricerca. Spesso finiscono per essere “impaludati” dal tempo e dal rigore che impone la loro posizione sociale. Continuano ad essere uomini di ricerca, certo, ma pur sempre impaludati. Se esistono, questi uomini esistono in modo frammentario. Sofocle, che era uomo di ricerca, nel 442 a. C. mise in scena la nota tragedia greca “Antigone”. Il riferimento a tale tragedia è essenziale per poter osservare le radici più profonde del diritto di opporsi. Nell'antica città di Tebe, i due fratelli Eteocle e Polinice morirono in battaglia l'uno per mano dell'altro. Eteocle combatteva in difesa della città, mentre Polinice si era mosso in armi contro di essa. Considerate queste premesse, Creonte, il Re di Tebe, ordinò che il corpo di Polinice fosse lasciato insepolto al di fuori delle mura della città. Ma Antigone, sorella di entrambi i caduti, non volle accettare il divieto e, sfidando Creonte, si recò a seppellire il fratello Polinice.

Creonte condannò Antigone alla pena capitale per il reato da lei commesso, accusandola di aver trasgredito la legge della città. Antigone non negherà di averlo fatto, ma dichiarerà di aver preferito essere fedele “alle leggi non scritte (ma infallibili) degli Dei”, rinnegando, in questo modo, le leggi stabilite dagli uomini. In questa vicenda, che il poeta tragico Sofocle mise in scena nel teatro di Atene, è illustrato in maniera simbolica il conflitto che divide l'agire politico dall'agire morale. Il primo riguarda i comportamenti che investono la sfera della vita associata e che sono regolati dalle leggi; il secondo riguarda unicamente il rapporto che ciascuno ha con la propria coscienza (cfr. G. ZAGREBELSKY, Il diritto di Antigone e la legge di Creonte, in I. DIONIGI, La legge sovrana. Nomos basileus, Milano, 2006, pp. 26 ss.).

Mi chiedo se non sia il diritto di opporsi stesso, in fin dei conti, un negato diritto inalienabile del singolo. All'alba della democrazia, dirompente era stata l'irruzione di una innovativa corrente di pensiero: la Sofistica. Questa aveva formulato una teoria: la legge positiva, stabilita dalle città, resta pura convenzione; durevole e spesso in contrasto con la legge convenzionale è, invece, quel nucleo profondo e stabile che è la natura. Nel dialogo che Tucidide immagina svolgersi tra Melii e Ateniesi, questi ultimi osano perfino supporre che la “legge di natura” sia vigente anche tra gli Dei (cfr. L. CANFORA, La legge o la natura?, in I. DIONIGI, La legge sovrana, Milano, 2006, pp. 56 ss.). Ora, qualcuno potrebbe obiettare che la legge dell'uomo è, oggi, meno arcaica, ben definita e meglio articolata. Eppure di progressi non ne vedo molti: alcuni uomini ancora credono di essere i prescelti di una moltitudine di Dei, perlopiù benevoli, destinati alla monotonia dell'eternità. In verità sembrerebbe essere l'uomo stesso, come gli Dei, una non-esistenza in procinto di tornare al Nulla da cui non è mai realmente uscito.

Ad ogni modo, il diritto di opporsi prescinde dalla qualità delle leggi che compongono lo Stato o che fanno capo ad una pluralità di persone: il pensiero dell'uomo, pur limitato nelle sue inferiori potenzialità, è sempre un passo avanti rispetto alle leggi. Le leggi, infatti, restano vincolate ad un lungo percorso di approvazione che appare grandemente distante dalla spontaneità del pensiero. Mi torna alla mente uno dei più noti paradossi di Zenone, che bene descrive l'ossimoro perenne di questa nuova arretratezza. Achille, definito nella prima opera omerica “piè veloce”, sfida una tartaruga in una gara di corsa. Consapevole della propria forza e della sua impareggiabile velocità, concede al piccolo animale ben dieci metri di vantaggio. Eppure, contro ogni pronostico, il semidio greco perderà la gara. L'interrogativo sorge spontaneo: “Com'è potuto accadere?”. È, secondo i pitagorici, una ovvietà scientifica che lo spazio sia formato da una serie illimitata di punti. La conseguenza appare logica per deduzione: quando Achille raggiunge il punto in cui si trovava inizialmente la tartaruga, per quanto esigua, essa avrà percorso una certa distanza; quando poi Achille arriverà in questo nuovo punto, la tartaruga si sarà spostata ancora, e così via all'infinito.

Trovo che questo sia quanto avvenga, almeno in termini statistici, nel rapporto intercorrente tra le leggi (Achille) e l'innata capacità di opporsi dell'uomo (la tartaruga). Altrettanto paradossale dev'essere insegnare l'etica della giustizia attraverso una serie di codici che descrivono solo condotte ingiuste. Pare sia una questione di neuroni specchio: se osserviamo una determinata condotta, nella nostra testa si attivano gli stessi neuroni attivati da chi compie l'azione. Per imparare ad opporsi in maniera uguale e contraria, spesso, occorre dimenticare tutto, quasi tutto. In ogni caso, per quanto decisa possa essere l'opposizione anche nella più complessa partita di scacchi, non di rado la sconfitta è inevitabile e la meta finale pare restare sempre l'eracliteo fiume cangiante che inghiotte il dolore e la noia. Difatti, l'invenzione del calcolo infinitesimale smentirà il paradosso di Zenone e finirà per attribuire linearità logica ad ogni premessa di un inconfutabile dato di fatto: la tartaruga viene superata da Achille e perde la gara. Ma una cosa è certa: l'uomo di ricerca sa bene che «tutto quel che è rettilineo mente. Ogni verità è ricurva. Il tempo stesso è un circolo» (F. W. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, Roma, 2014, p. 150).
 
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