Lo sguardo disperso


 

di Elettra Papaccio

La luce scompare inghiottita dal crepuscolo, oltre i confini della terra che ricopre d’incanto i sogni degli uomini e che ricopre di scuro gli occhi dei passanti, di tutti i passanti che possiamo essere nella nostra vita , quando transitiamo ospiti sul suolo del mondo. Le barriere del suono stordiscono e non fanno pensare, le guardi e ti riportano in uno stato di incoscienza , fino a schiacciare lo sguardo tra le loro mura invisibili. Lo bloccano stretto tra i loro confini, lasciandolo attonito in mezzo all’incomprensione. Ogni barriera divide e così stordisce soprattutto chi pensa, limitando il pensiero infinito. Frena le riflessioni contorsioniste sul filo dei muri contro cui urtano senza rimbalzare, in un circolo continuo, intrappolandole sempre sullo stesso confine insuperabile, nell’eterno spazio unico.

Le blocca impedendo che il loro ragionamento oltrepassi con un ago sottile i fili del cielo e vada a volare nello spazio aperto, tessendo una tela cucita di idee. Di idee libere. Le barriere frenano, come un’auto sull’asfalto bruciato di corse che giocano pericolosamente con la paura. Il suono mormora oltre le barriere che lo chiudono sotto un coperchio. Siamo storditi tra questi cavalcavia della memoria, tra questi muri di suono. La cappa che è calata sul mondo con la pandemia ci ha fatto chiudere fuori da noi stessi.

Ci ha aperto uno sguardo critico sulla vita precedente, come se potessimo interrompere il viverla e guardarla criticamente dall’esterno. Ha creato il doppio di noi stessi, un clone ideale che sbatte contro il solito muro dell’unica parete che guarda la vita fuori, che non continua senza di noi. Respirano gli alberi, che restituiscono l’ossigeno al mondo, che hanno tutto il mondo da riprendersi. Respira il volo del tessitore del cielo che ricama su note libere un pensiero indipendente. Siamo diventati , noi, in tutto questo e in niente di prima, osservatori dall’esterno del doppio di noi stessi, di una vita pirandelliana.

Abbiamo pensato tanto e limitato il pensiero troppo. Abbiamo consolidato una convinzione, creato un indiscutibile sottofondo ai nostri minuti: Meglio di uno sguardo critico esterno è vivere, anche sbagliando, una unica vita. Una vita intera senza sdoppiarci, senza guardarci da una finestra esterna. Vivere come, ci siamo chiesti.

Cancellando le montagne di plastica che affondano il mare , Che insabbiano le terre emerse. Ci siamo risposti scoprendo la soluzione come un archeologo che scava la sabbia secolare. Come non è permesso usare le persone , così non si possono usare le cose trasformandole in rifiuti, Che annegano le nostre aspettative Grandi come il futuro. In una terra remota ci sono ancora dei pesci , Che parlano e disfano la rete di inganni dell’inquinamento .

Vivere come in un romanzo una stagione per volta contando le gocce di tempo e di passione, comprendendo il dolore che è nel mondo, negli abissi più profondi dove piove il tempo all’indietro. Il tempo che non ritorna mai. Ritrovando lo sguardo che si era perso a non capire cosa accadesse, che odia essere critico perché adora disperdere la proiezione di sé nelle colline infinite del paesaggio. Lo sguardo ama non avere limiti ed essere libero nel tempo ritornato alla memoria futura.
 
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