Lo sguardo critico del demone interiore


 

di Luca Orlando

Ho sempre avuto un demone dentro. Nella scacchistica di base, si potrebbe dire che tuttora lo tengo ben nascosto dietro i pedoni laterali della mia anima. Eppure, per quanto io cerchi di combattere la sua presenza, non posso fare a meno di ascoltarlo. È sabato notte. Sono disteso sul tetto della casa di qualcuno di cui nemmeno ricordo il nome. Guardo le ultime stelle di un universo che si sta spegnendo. Mi sollevo da terra. Il mio demone interiore vorrebbe imparare a volare. Non esiste nessun Nirvana, nessun Babbo Natale, niente chakra, nessun eroe pronto a salvarci dal tutto che, in fin dei conti, è solo un niente immerso nelle artificiose leggi della natura e degli uomini.

Chi sceglie di studiare il diritto deve essere un imperdonabile romantico: cerca di dare un ordine alle cose in un mondo che è armonioso solo nelle Sacre Scritture e nei programmi televisivi del primo pomeriggio. È patetico ordinare il mondo mentre un'intera galassia tende al disordine.

Il segreto di tutto questo caos sta nell'entropia, nella seconda legge della termodinamica. Ecco un'altra invenzione patetica degli uomini: la legge e la termodinamica nello stesso enunciato, l'ordine e il caos che fanno l'amore nel più squallido dei motel. Per conoscere realtà come queste non c'è nemmeno bisogno di scavare, perché è tutto in superficie. La profondità è cosa troppo elaborata per l'uomo. Chi filosofeggia in profondità è già perduto e finisce per camminare tra gli altri uomini come tra carni da macello.

Ma in fondo cos'è la conoscenza? Siamo destinati a non conoscere mai realmente neppure noi stessi mentre ci ostiniamo a processare gli altri, ad accontentarci della versione del prossimo più simile alle novità del momento e alle nostre esigenze, a vivere l'amore solo dopo esserci muniti di un'adeguata distanza di sicurezza dall'egoismo altrui. E l'ho scoperto così, solamente amando. Perfino durante i momenti migliori sento lo sguardo critico del mio demone puntato come un faro su di me: «È così insignificante. Sono movimenti talmente stupidi». In fondo non è terribile come sembra. Dobbiamo pur sempre aggrapparci a qualcosa per poter sopravvivere a questa carneficina il più a lungo possibile: Bukowski aveva i suoi cavalli, Hemingway i suoi tori, Wilde i suoi fantasmi.

Dopotutto, la forza che ciascuno porta dentro è solo il prodotto dei mostri interiori sconfitti o, più verosimilmente, a cui ci siamo arresi. È da un quarto di secolo che me lo ripeto: le persone sono come pezzi di legno che se ne stanno in mezzo al mare e non affondano. Si sbracciano. Sorridono. Danno comandi. Corrono. Più o meno vivono. E dopo? L'umanità è mediocre. Io stesso tendo alla mediocrità.

 
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