Lo scempio di Napoli
va avanti

 

di Giovanna Mozzillo


Lo scempio di Napoli va avanti. E, ovviamente, questo è terribile. Ma altrettanto, o ancor più terribile, è l’atteggiamento della maggioranza di noi napoletani che allo scempio assistiamo indifferenti, senza reagire. Eppure noi napoletani un cuore lo abbiamo, ed è un cuore grande, un cuore capace di appassionato amore, di frenetico entusiasmo, di furioso sdegno. E quanto vivo e sensibile sappia essere il nostro cuore lo abbiamo confermato mercoledì sera con la straziante e bellissima manifestazione di dolore collettivo per la morte del “nostro” Maradona. E allora com’è possibile che di fronte all’agonia della “nostra” città continuiamo a voltarci dall’altra parte, quasi si trattasse di qualcosa che non ci riguarda? Non sarebbe ora che finalmente, dopo tanti affronti a identità estetica, storia e anima di questo posto meraviglioso dove abbiamo avuto il privilegio di nascere, affronti che abbiamo lasciato avvenire con un’alzata di spalle, tutti insieme gridassimo “basta”? Non sarebbe ora che la cittadinanza in ogni sua componente, dal consiglio comunale alla sopraintendenza, dall’università alla stampa, dagli artisti ai professionisti, dagli imprenditori agli artigiani, decidesse di porre fine alla distrazione, all’inerzia, all’incompetenza sfacciata e applaudita, alle inconcepibili lentezze, al costante prevalere di interessi di ogni genere che per carità di patria è meglio tacere, e avviasse un nuovo corso?

Venendo al punto: questo discorso scaturisce dal rinnovato sgomento per quel che è accaduto negli ultimi giorni. Cioè: sono stati attuati due nuovi insulti ai danni dell’estetica cittadina, e, cari napoletani, pare che quasi nessuno ci abbia fatto caso. In Villa Comunale, sul viale principale e subito dopo l’ingresso da piazza Vittoria, quindi in un’ubicazione dove la visibilità è massima, sicché neanche chi è profondamente immerso nei suoi pensieri può evitare di accorgersene, sono state inserite le grate per l’aerazione della sottostante stazione della Metropolitana. Ebbene, si potrebbe obiettare, e dov’è lo scandalo? L’intervento era indispensabile e previsto. Certo. Ma imprevedibile e sconvolgente è il modo in cui è stato realizzato.

Perché le grate per forma, materiale e tecnica di lavorazione stonano intollerabilmente col contesto circostante. Quasi che ci fosse stata una deliberata volontà di infliggere un ulteriore oltraggio a un giardino già umiliato dalle incongrue innovazioni (cancellate e chalet) introdotte all’epoca di Lezzi, dai catastrofici lavori alla Riviera che hanno fatto marcire e morire tanti alberi secolari e, soprattutto, dalla costante avvilente incuria. E, sia che la Soprintendenza abbia approvato un simile progetto (ma pare assai improbabile) sia che esso sia stato arbitrariamente modificato, la cosa più inverosimile che è nessun napoletano abbia reclamato, nessun napoletano si sia sentito offeso e si sia rivolto alle autorità, dicendo: “Ma come avete potuto permetterlo? Questo è il ‘nostro’ giardino!” In conclusione non c’è da stupirsi se anche la denuncia di Italia Nostra paia esser caduta nel vuoto.
Il secondo insulto riguarda Monte Echia, la mitica rupe che, come un avamposto, si erge ad annunziar la città a chi giunge dal mare. Da tempo erano in corso i lavori per l’ascensore che lo collegherà a via Santa Lucia. Ora, a opera quasi ultimata, cosa si scopre? Che la struttura di accesso alla cabina risulta di altezza e larghezza molto superiori a quanto previsto e quindi la sua sagoma spezza la vista del panorama. Ci sarebbe da ridere (se non ci fosse da piangere), considerando che, proprio per agevolare ai turisti la fruizione di questo panorama, l’installazione dell’ascensore era stata a suo tempo decisa.

E veniamo adesso a un danno non ancora avvenuto, ma che c’è gran pericolo si verifichi. Di che si tratta? Sempre di un problema determinato da una stazione della metropolitana, in questo caso quella di piazza Plebiscito. Dunque: in seguito a una sorta di mobilitazione della “società civile” che, riscuotendosi dalla sua abituale passività, aveva chiesto che l’estetica del luogo non fosse compromessa, pareva assodato che le grate di aerazione sarebbero state impiantate tra piazza Plebiscito e Largo Carolina. Invece, dopo lunga attesa (perché non c’è da noi iniziativa o decisione che non esiga tempi biblici) è stato comunicato che per motivi tecnici l’installazione deve avvenire nello spazio della piazza. C’è da chiedersi: in che misura questo intervento altererà il glorioso Largo di Palazzo che è stato sfondo di tanta parte della nostra storia?

Italia Nostra vigilerà affinché la sua armonia sia sconciata il meno possibile, ma, affinché questo impegno non resti sterile, è necessario che, ad affiancarla, ci siano le autorità e la cittadinanza tutta. Anche perché la piazza è stata rappresentata in tanti quadri famosi tra cui quelli mille volte riprodotti di Gaspar Van Wittel. Se risulterà deturpata, tutto il mondo della cultura e dell’arte saprà che per l’ennesima volta la sventata Partenope non si è presa la briga di difendere i suoi tesori. Ultimo guasto da denunciare (ma “ultimo”, s’intende, solo nel senso che è stato segnalato in questi ultimi giorni. Perché, come sappiamo, innumerevoli nella città e nel suo hinterland sono i luoghi il cui stato grida vendetta): il progressivo degrado del basolato storico che, in caso di lesioni o altri danni, viene “riparato” alla meno peggio. Cioè con materiale improprio la cui utilizzazione è sistematicamente affidata a mano d’opera incompetente (esempi di questo andazzo son riscontrabili a Via San Mattia e al Corso Vittorio Emanuele).

Tirando le somme, quel che sarebbe necessario è un cambiamento di mentalità e di atteggiamento. Bisognerebbe convincersi che preoccuparsi, e magari scendere in campo, affinché l’identità estetica della nostra città non sia distrutta dal perverso connubio tra indifferenza collettiva e modernizzazione distorta non è un capriccio “radical chic”, non è un ghiribizzo di persone che “hanno la capa fresca” e “non tengono a che pensare”. No! È un’esigenza non più rinviabile se vogliamo che Napoli non sia completamente alienata a se stessa. Ci sono città e paesi che non dispongono nemmeno della minima parte degli incanti che a noi sono stati offerti dalla generosità della natura e dal genio degli artisti, ma che quel poco che hanno lo difendono e proteggono con cura assidua. E noi che viviamo in un luogo che è stato ritenuto il più bello del mondo e che è stato raffigurato, descritto e celebrato da mille pennelli, mille penne e mille voci, ce ne stiamo ad assistere con le mani in mano allo sperpero e allo sfacelo della sua unicità?
 
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