L'indifferenza dei mass media
al funzionamento concreto della giustizia

 

di Carla Musella


Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti della storia dello spirito umano. C’è una netta tendenza a buttarsi verso le cose più lontane, subito, e a trascurare così tutto ciò contro cui si va continuamente a sbattere”. L’incipit del breve saggio “Potere e Sopravvivenza” di Elias Canetti offre qualche suggestione sul tema dell’indifferenza dei principali mezzi di comunicazione e organi di stampa riguardo al concreto funzionamento della giustizia in Italia, cui fa da contraltare l’attenzione estrema alle vicende dell’ANM e agli scandali suscitati da alcuni componenti del CSM per le decisioni sugli incarichi direttivi. Eppure il funzionamento concreto della giustizia e gli eventi che lo compromettono dovrebbero essere temi politici caldi, di grande interesse generale e quindi oggetto di informazione ed anche di indagine giornalistica soprattutto in un paese come l’Italia dove il cattivo funzionamento della giustizia ed i ritardi di essa sono indicati, da oltre vent’anni, tra le cause della mancata crescita economica del paese e della sua arretratezza. Almeno dovrebbero suscitare la stessa attenzione che viene destinata alle vicende delle correnti dell’ANM e a qualche clamorosa operazione di polizia giudiziaria.

Si riscontra invece una costante indifferenza nei confronti degli eventi legati al funzionamento concreto della giustizia nei tempi ordinari; tale indifferenza spicca nell’attuale contesto pandemico, ove si registra un silenzio generale sulle situazioni di crescente vulnerabilità nel funzionamento del servizio giustizia, che pure rappresenta una fetta importante nella crisi economica e sociale che stiamo vivendo. L’indifferenza è certamente una condizione, uno stato d’animo della persona umana, ma può essere riferita anche alle organizzazioni collettive con conseguenze molto negative per la vita democratica che cercherò di illustrare. I ritardi della giustizia civile sono dovuti anche al pessimo funzionamento dei sistemi informatici, di cui non si parla. Nessuno sembra essere interessato a cogliere come le frequenti interruzioni dei sistemi informatici rendano non solo la vita degli operatori della giustizia (personale amministrativo dei Tribunali magistrati e avvocati) particolarmente dura e frustrante ma, soprattutto, come tali disfunzioni impediscano lo svolgimento di attività basilari per il funzionamento della giustizia, non solo al tempo del covid-19, ma certamente con conseguenze più gravi al tempo della pandemia. Un esempio: nel mese di novembre 2020 dal 10 al 18 novembre sono stati bloccati i sistemi informatici giudiziari e gli operatori della giustizia non sanno neanche bene il motivo di questa ennesima interruzione che si ripeterà dal 20 al 23 novembre.

Nel periodo pandemico le interruzioni e/o i malfunzionamenti sono stati frequenti, aggravati dall’uso massiccio dei sistemi telematici, ma comunque non erano rare neppure nel periodo precedente. L’ultima interruzione di novembre non si sa bene neanche se riguardi il centro sud o il paese intero. Certo è che non si registrano notizie o commenti al riguardo. Provate a digitare su google interruzione servizi informatici giudiziari; potrete vedere le notizia nei portali dei Tribunali per gli addetti ai lavori – che comunque fanno vedere la quantità di interruzioni che ci sono state - ma nulla che informi il cittadino, l’utente della giustizia, che renda partecipe la società a quel che avviene nel mondo della giustizia. C’è stata di recente una interrogazione parlamentare avente ad oggetto appunto la richiesta di chiarimenti sulla interruzione temporanea dei servizi telematici, ma per il resto le interruzioni si susseguono generando fortissima frustrazione tra gli operatori del processo, ma totale indifferenza dei mass media.
Non è difficile comprendere cosa significhi nell’era pandemica, ma non solo, l’interruzione dei sistemi informatici giudiziari. Da alcuni anni, dal 2012 è stato progressivamente introdotto in Italia il processo civile telematico che funziona, tra l’altro, attraverso l’invio on line di numerosi atti del processo, ricevuti dal cancelliere e inseriti nel sistema informatico del tribunale per poter essere poi visionati dai magistrati negli appositi applicativi. Durante la pandemia questa modalità di svolgimento del processo è stata, per ovvi motivi, implementata per legge al fine di contenere gli assembramenti nelle aule di giustizia, fino a prevedere che alcuni processi si trattino esclusivamente a distanza senza presenza di persone nelle aule di giustizia, con svolgimento interamente attraverso il sistema informatico. L’interruzione dei sistemi informatici significa, quindi, bloccare i processi civili in quanto i difensori non riescono a depositare correttamente gli atti difensivi e conseguentemente tutto si paralizza perché il sistema operativo è bloccato; i cancellieri non possono inserire nei fascicoli telematici gli atti dei difensori e pubblicare le sentenze dei giudici; i giudici non possono studiare le cause. Il blocco determina l’impedimento allo svolgimento di attività processuali da remoto per le udienze fissate con conseguente necessità di rinviare le cause nonché altre disfunzioni nelle comunicazioni alle parti dalla cancelleria. L’interruzione frequente dei sistemi informatici significa, dunque, contribuire oggettivamente ad aumentare il caos e la lentezza del servizio giustizia.

I cittadini dovrebbero sapere che ci sono atti nel processo civile che sono obbligatoriamente telematici per legge già dal 2014, quindi, a prescindere dal contesto pandemico che rende indispensabile lo strumento telematico, il processo civile si rallenta, comunque, anche nei tempi ordinari se il sistema telematico non funziona. Ma tutto ciò lascia indifferente la grande stampa nazionale che si interessa molto delle correnti dell’ANM, della crisi dell’autogoverno, dello scandalo “Palamara”, delle nomine agli uffici direttivi, delle dimissioni di Davigo e dell’esito del suo processo al TAR. Il faro è acceso unicamente sulle derive correntizie e/ o su eventi oggettivamente marginali e legati all’ “importanza” del singolo giudice protagonista. Tutto il resto è in ombra. E’ in ombra il quotidiano andamento sempre più precario ed incerto dell’amministrazione della giustizia, e quindi è totalmente oscurato, dall’indifferenza dei media, sia l’interesse di milioni di persone che attendono una decisione giudiziaria e sia il destino di migliaia di professionisti, avvocati, magistrati, cancellieri che spendono la propria vita di lavoro cercando, nella maggior parte dei casi, di rispondere con efficienza alla domanda di giustizia che proviene dalla società e di contribuire con il proprio impegno quotidiano al funzionamento di uno dei gangli vitali della vita pubblica. Introvabili se non forse su qualche blog, articoli aventi ad oggetto il funzionamento concreto della giustizia, le ragioni per cui i sistemi informatici anche quando funzionano, sono lentissimi costringendo tutti gli operatori del processo a passare il tempo fissando lo schermo del computer ove le rotelline della connessione dei sistemi informatici girano troppo spesso per troppo tempo a vuoto, prima di svolgere l’attività prevista.

L’indifferenza dei mass media genera ignoranza. Nessuno sa con esattezza la ragione delle interruzioni così frequenti e dei guasti dei sistemi che consentono il funzionamento del processo telematico; nessuno indaga sulla lentezza ed inefficienza dei sistemi, nessuno spiega ai cittadini che se gli atti inviati on line dai difensori non vengono accettati dal sistema informatico, perché è interrotto, e non vengono quindi inseriti, a cura del cancelliere, nel fascicolo telematico, il giudice non potrà “vederli” e il processo non potrà essere celebrato perché non completo, perché non sono stati in grado di partecipare tutti i soggetti che sono coinvolti. Banalità noiose potrebbe obiettare qualcuno, per questo i giornali non ne parlano. Eppure il corretto funzionamento del processo civile oggi telematico consente l’attuazione di principi fondamentali di democrazia quale il principio del contraddittorio che implica il diritto delle parti, dei cittadini di svolgere un ruolo attivo nel processo. Secondo il premio Nobel Amartya Sen il fulcro della democrazia sta nella possibilità di una discussione pubblica aperta in cui si verifica lo scambio di opinioni. La giurisdizione è una delle forme del potere dello stato e il suo esercizio che comporta la decisione sui diritti dei cittadini viene legittimato se conseguito con la partecipazione effettiva dei soggetti in conflitto che influenzano, attraverso lo scambio di opinioni, il processo, fornendo in tal modo una legittimazione alla decisione del giudice. Per questo nelle intestazioni delle sentenze si legge “In nome del popolo Italiano”. Per questo se non funziona il canale di comunicazione tra le parti ed il giudice, il processo non può proprio essere celebrato e deve essere rinviato e non può essere emessa alcuna decisione.

Nessuno spiega ai cittadini che in queste circostanze i processi non sono rinviati perché i giudici sono fannulloni ma perché l’interruzione dei sistemi telematici determina l’impossibilità della definizione della lite, la necessità quindi del rinvio. Il blocco totale continuo del sistema determina la paralisi delle udienze già fissate e crea una coda nell’accettazione degli atti da parte dei funzionari di cancelleria con un effetto disastroso a valanga sugli altri processi fissati nelle udienze successive. L’indifferenza genera approssimazione, per cui alla prossima bacchettata degli organismi internazionali sulla lentezza dei processi in Italia, i politici potranno ancora una volta additare i magistrati fannulloni come colpevoli dei ritardi, nel silenzio complice degli organi di informazione. Il silenzio degli organi di stampa si spiega appunto con l’indifferenza, con la mancanza di interesse per le cose concrete della vita giudiziaria reale, ove si esercita il potere diffuso della giurisdizione che si collega, a sua volta, ad un genuino concetto di democrazia. L’attenzione si concentra invece morbosamente ed ossessivamente sulla decadenza morale dell’ANM che è certamente fenomeno anch’esso reale ed inquietante ma forse nato proprio dalla prevalente dedizione alle spartizioni degli incarichi direttivi e allo scarso interesse per il potere diffuso della giurisdizione e per le questioni concrete dell’amministrazione della giustizia. Questa combinazione perversa alimenta la incomprensione delle disfunzioni reali da parte dei cittadini, che si vedono rinviati procedimenti, determina il sospetto sulle origini di tali disfunzioni creando disgregazione sociale e sfiducia generale che generano, a loro volta, inevitabilmente una crescente e preoccupante recessione democratica della società in cui viviamo.
 
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