L'indicibile dolore della solitudine
(e le parole per farlo vedere)

 

di Stefano Mussari

Il romanzo di Ferruccio Mazzanti (Firenze, classe ’83) è la storia di un disertore contemporaneo. Grot, il protagonista, è nascosto da oltre tre anni in camera a intessere una fitta corrispondenza di messaggi criptati sia con gli acerrimi avversari che con i potenziali e futuri alleati, le sue principesseazzurre, le ragazze del titolo, nelle quali confida per essere liberato dalla reclusione che si è autoimposto. Grot divide l’appartamento con una donna la cui voce bellissima e stonata attraversa instancabile tutto il romanzo (“Chiamatela pure mia madre”) ma non parla nemmeno con lei, le concede dei rumori da dietro la porta della camera quel tanto che basta per informarla che è ancora vivo. In un qualche tempo e da qualche parte Grot ha avuto anche un padre. Di sicuro ha 5000 amici virtuali, anzi 5000 più una, che è speciale perché è riuscita a decifrarlo e perché “è indicibile nel suo essere vera attraverso la foto profilo di Facebook”.

La guerra che Grot ha deciso di disertare è la sua vita appena dopo aver preso il diploma. Si è ritirato per non essere sconfitto. Perché “ritirarsi nei propri sogni è la certezza di un successo duraturo” e “un atto di grandezza d’animo” dice quasi all’inizio del libro. Siamo molto vicini a quanto espresso dal drammaturgo tedesco Heinrich von Kleist in una delle bellissime ma insopportabili - e purtroppo per lei - niente affatto criptate - lettere alla fidanzata Wilhelmine “Soltanto nel mondo, non fuori di esso, è doloroso essere poca cosa.”. Ma siamo anche dalle parti del pensiero esistenziale e politico (che è poi tutto esistenziale) del prolifico autore giapponese Yukio Mishima. Entrambi gli scrittori sceglieranno di ritirarsi dalla vita con un suicidio filosoficamente premeditato: sussurrato quello del romantico tedesco, plateale quello di Mishima, che arriverà a trafiggersi il ventre con una spada, secondo la tradizione samurai del seppuko. Entrambi non se ne andranno da soli, ma con un amico, l’unico possibile, colui o colei che ne condivide la scelta fino in fondo.

Il nostro Grot sceglie invece la solitudine totale come estremo tentativo di salvaguardare i confini del proprio io affinché “non crolli di fronte alla concretezza del reale”. E’ una scelta altrettanto lucida e necessaria.

“Ma come si fa ad avvicinarsi a uno sconosciuto dimenticandosi di tutto l’orrore del proprio corpo, senza l’imbarazzo per questa mostruosità delle forme, avvicinarsi a lui e chiedergli qualsiasi cosa” si chiede ad un certo punto, centrando a mio avviso il nocciolo della questione. Come accettare la propria imperfezione e stare comunque nel mondo? Fin dalla quarta di copertina, addirittura dalla nota biografica sull’autore, ci accorgiamo di aver in mano un libro che non si lascia comprendere subito, forse mai del tutto. Un libro timido, direbbe Grot. Bisogna avere pazienza coi timidi, e spalle forti. Faranno di tutto per respingervi, specie se siete realmente interessati – come lo può essere un lettore che ancora compra e legge i libri.

Anche nella parte “in chiaro” il romanzo è pieno di rimandi, di citazioni e di assonanze con altri grandi storie: alcune esplicite (Metropolis di Fritz Lang) altre inevitabili (Kafka tutto, ma in particolare i racconti La tana, La metamorfosi e - ancora - le lettere) altre ancora solo suggerite. Non so se augurare al lettore di accorgersi di tutte, se sia poi così necessario riconoscerle e averle bene chiare in mente per partecipare alla storia così umana del protagonista e dei suoi comprimari, anche adesso che scrivo non so quante me ne sono perse anch’io, quante quelle che ho solo creduto di vedere. Stesso dubbio rispetto ai messaggi cifrati: quanto stare al gioco e provare a decifrarli e quando invece lasciare che restino incomprensibili?

Il problema si pone perché grande parte del romanzo è cifrata e l’altra parte ci viene presentata come chiave per decifrare il resto. Per capirci, se non avete visto Metropolis, i nomi dei protagonisti vi risulteranno strani ma mostruosamente credibili perché lo sono per la voce del narratore, per lui come per voi sono e rimangono solo i nomi dei personaggi di questa storia. Se invece il film lo conoscete, oppure se mandate a memoria certe pagine di Kafka, sapete che un nome non è mai solo un nome (tantomeno un nome composto come Maria Freder o una lettera puntata oppure una voce terrifica che dice “io” dal buco della sua tana) e sapete che è anche metafora di qualcos’altro, che a sua volta sovente è metaforico. Eppure non è indispensabile. Come ogni buon libro è figlio di molte altre opere d’arte che l’hanno preceduto ma è autosufficiente in ogni sua pagina.

Date queste premesse c’era il rischio di trovarsi di fronte ad un romanzo a tesi. Per fortuna questo libro è ben lontano dall’essere un libro psicologista, o antropologico e se l’autore si riferisce al ritiro di Grot mutuando l’espressione nipponica “Hikikomori” di disagio sociale, lo fa solo per un attimo, per poi subito tornare a mettere in scena questo equivalente nostrano di eroe del ritiro, poco importa che la scena sia circoscritta alle mura domestiche o peggio alla testa dove frullano i pensieri del protagonista. Laddove ci si poteva aspettare speculazione c’è sempre e solo azione. Anche nelle confessioni che i personaggi fanno (con uno psicologo? con Dio?) non ci sono mai spiegazioni, le interpretazioni sono sempre omesse: è il non detto, insieme ai gesti, a dire (quasi) tutto quello che c’è da dire.

Questo di Mazzanti è soprattutto un romanzo d’amore. Un’educazione sentimentale a tutti gli effetti che prima di giungere al grande passo dell’amore eterno (“io ti amo anche se sei un complotto”) passa per il tradimento degli amori primari (“Perché bisogna trovarsi un’altra madre?”), per l’identificazione con l’altro (“Vorrei imparare ad essere come te. […] Ti va d’insegnarmi a essere Irene?”) fino alla ripetizione quasi alla lettera delle parole ascoltate nell’infanzia (“Mi parla [la madre] di quanto sia la cosa più bella al mondo il mondo là fuori, è una roba imperdibile da quanta roba bella c’è”) alle orecchie dell’oggetto dell’amore (a suo modo) adulto durante il corteggiamento finale.

Ma è nella comunicazione l’unico amore possibile, l’unica vita possibile, e il nostro protagonista lo sa fin da subito, ben prima di trovare la donna giusta: “Perché non mi decripti? Perché non impari a capirmi? Io ti giuro che imparerò tutto quello che devo imparare se tu, Giorgia, a tua volta imparerai il mio linguaggio”. Nonostante le moltissime omissioni questo libro è anche, e soprattutto, uno scavo impietoso nei rapporti familiari, tanto doloroso e vero che talvolta si rimpiange che non sia tutto criptato: “Cara mamma [...] Vorrei che tu fossi fiera di me così come sono ma io sono deformato e mi sento sempre deriso dagli altri, ma non è colpa tua, mi dispiace tanto di essere fatto così. Perdonami. Vorrei tanto che tu fossi felice, davvero. Perdonami. Ma per favore, ti prego ti prego lasciami stare […] E se tu pretendi che io parli con te o con l’uomo dei miei incubi, devi riflettere sul fatto che il sistema familiare è identico a quello sociale, per cui se mi ritiro dalla società, io devo, capisci, devo ritirarmi anche dalla famiglia. Se mi mischio ad altre persone, compresa te, sì proprio te, io rovino tutto. Lasciami stare. Ti voglio bene, ma lasciami così.”. Siccome a Kafka e alle sue deformazioni immaginate e a Mishima e alla sua ossessione per il declino dei valori e delle istituzioni stato e famiglia (guarda caso proprio del Giappone sull’orlo del capitalismo) abbiamo già accennato mi piace leggere queste righe come “il sugo” ristretto dell’insegnamento di Collodi e del suo burattino in tema di genitorialità interessata e libertà dei figli di potere essere al mondo solo per se stessi.

Sulle gabbie del rapporto fusivo con la madre l’autore dice molto e lo dice chiaro. Meno chiaro mi appare rispetto al ruolo che la prima delusione d’amore gioca nella vita adulta di Grot, ma qui l’autore è in buona compagnia (Il ricordo della Basca di Antonio Delfini e tutta la metafora sulla pesca mancata in Ferito a Morte di La Capria, giusto per citarne due), come se davvero certe cose indicili del passaggio all’età adulta non potessero che rimane sospese, solo sognate, solo una memoria, un simbolo e mai quello che sono semplicemente state. Il mistero maggiore rimane semmai intorno all’ambigua figura del padre. Com’è che ha così tanto influenzato la vita del figlio? Attraverso la genetica, per l’assenza, per la vigliaccheria, o per cos’altro? Le fantasticherie di questo padre sono state da sole sufficienti a farne un cattivo padre? L’unica redenzione che questi vede per se stesso e per il mondo (e dunque anche per suo figlio?) è nell’arte, ma l’arte, la via della vocazione, seppure l’unica possibile è anche quella che ci separa dagli affetti in modo irreparabile per poi accorgersene quando ormai è troppo tardi come insegna fin troppo bene il film Nostalghia di Andrej Tarkovskij. Per il suo peso specifico, e per le angolazioni dalle quali l’autore ce lo fa guardare, la figura del padre di Grot evoca addirittura quella quasi mitologica di Wilhelm Garace, il padre di Arturo del libro mondo di Elsa Morante.
Anche Grot infine diventa adulto, senza più essere figlio. Ma il punto è che lui, come tutti noi del resto, non vuole diventare uomo e basta; vuole essere accettato non da una comunità, ma da un'istituzione (la famiglia, i compagni di classe, la psicologia). Per riuscirci deve pagare caro: deve rinunciare alla sua solitudine, la stessa alla quale si era con tanta dedizione affidato da disertore della vita. Il risultato narrativo di questo viaggio è una parabola sulla timidezza, sulla solitudine necessaria, poi violata e poi infine dolorosamente superata. Se una cura è proposta è solo nel potere delle parole narrate. Un dubbio, però, rimane.

Anche io da lettore, come Grot quasi alla fine del libro “voglio capire, voglio finalmente capire cosa sta succedendo intorno a me, dentro di me,” ma non so se, da lettore, “sono a disposto a qualsiasi sacrificio pur di capire “. E non si scioglie nemmeno dopo aver letto quanto dichiarato dall’autore in un intervista a proposito del suo romanzo: “la crittografia è metafora della costante mancanza di coincidenza fra significato e significante, tra realtà e desiderio, tra quello che vorremmo e quello che ci riesce”. Che cosa sarebbe stato di questo libro se il narratore non avesse assecondato così tanto il desiderio di nascondersi del protagonista, anche per esempio, quando il punto di vista cambia e diventa quello della madre, del padre, di una vecchia compagna di scuola e così via. Che ne sarebbe stata di questa storia se il narratore l’avesse raccontata tutta in chiaro? Se avesse deciso di raccontare l’indicibile banalità del male, se avesse insomma raccontato questa storia senza incappare nello stessa diserzione del suo protagonista al quale fa dire “Scrivo lettere d’amore criptate perché mi vergogno di scrivere in chiaro”.

A giudicare dalle prime pagine, e da tutte quelle in cui mette i personaggi in relazione fra loro, con una voce che è tanto lirica quanto concreta, sarebbe stato un bellissimo romanzo, che vibra e scuote ad ogni sillaba. Chiamatelo pure il romanzo di un poeta.
 
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