L'esperienza

del bello

 

di Rosamaria Mesiti

Il dogma, il pensiero di massa, lo standard, la dimensione della chiacchiera (del “si dice”, del “si fa”, direbbe qualcuno) stanno come nubi, coltri che soffocano ogni aspirazione alla ricerca della verità, alla ricerca e alla conoscenza di un sé non noto né conoscibile (se non nella forma della consapevolezza) nella sua bellezza, bruttezza, onestà e contraddittorietà. Schemi su schemi si specchiano reciprocamente, in sostituzione dell’incontro tra sguardi, tra pensieri e menti viventi che, senza anestetici né argini, possano esporsi con coraggio alla possibilità del loro essere, in relazione.

Il dogma entra fin nel profondo, nel dire e dirci a quale schema prefissato (ora l’uno ora l’altro cambia poco, “questione di stile”) siamo più o meno adeguati e conformi, così esponendoci a un costante “essere più” o “essere meno” rispetto a qualcosa che noi, comunque, non siamo. “Bellezza”, cos’è? “Ricerca del bello”, che significa?

Forse la bellezza non può essere esperita se non ci si emancipa dall’idea del bello per esporsi all’esperienza vertiginosa del vivente che siamo per poter, in questa esposizione, accogliere il rischio di un bello (o brutto) che non si pre-conosce come tale, di un bello che è esperienza estetica non pretesa come risultato, ma cui ci si può solo predisporre attraverso il lavoro costante di pulizia e rigenerazione dello sguardo.

Forse la cultura e i prodotti culturali del tempo non sono di aiuto laddove non invitano a pulire lo sguardo ma lo annebbiano intimidendolo, inibendo e indebolendo la possibilità di lettura e decifrazione del reale, sovrapponendovi censure ideologiche e ideali dietro cui trincerarsi, impigrirsi, per stare quieti e sicuri. E poi, della realtà letta e osservata, che farne?

La frammentazione del tempo vissuto, la frammentazione delle relazioni e dello spazio ad esse necessario, in una continua rincorsa coatta verso l’“essere più”, verso un ideale datoci in pasto inesistente e sterile, non fanno che distoglierci dalla possibilità dell’esperienza effettiva del bello; bello legato al buono, bello che fa bene perché inserito nella possibilità della condivisione estetica con sé stessi e con il mondo in cui siamo ad essere.
Dirottati verso un ideale esterno, intellettuale e anonimo di bellezza, siamo esuli dalla nostra unica bellezza, e tristi, perché, esuli dalla nostra bellezza, non possiamo donarla (o non ne abbiamo coscienza), e non potendo donarla non possiamo esperirla né viverla. E così, sempre più brutti, cerchiamo “bellezza da avere”. Forse la bellezza è dono di cui non si dispone perché è donata, perché è nell’ordine naturale delle cose in cui noi stessi siamo. E però, se, dimentichi di quell’ordine, andiamo alla ricerca di un ordine esterno e artificiale che si sostituisce a quello naturale, saremo – credo – sempre più brutti sebbene “pieni di bellezze”.

Abbiamo sostituito all’esperienza del bello il giudizio sulla bellezza (analitici come anatomopatologi); abbiamo sostituito a qualcosa di potenzialmente magnifico e terribile, fuggevole e incerto, non dominabile (perché “della e nella vita”) qualcosa di apprensibile e di apprezzabile, di sicuro... ma spento e scontato, un surrogato. Abbiamo sostituito alla vitalità del bello oggetti, idoli e modelli utili ad appagare l’esigenza di bellezza, e pensiamo di non poterne fare a meno senza perdere quel “quanto di bello” che serve a vivere, dimentichi del fatto che essi stessi, così considerati, ci distolgono e distraggono dall’aspirazione alla bellezza, ovvero dal servizio che la bellezza rende alla vita e che la vita rende alla bellezza.

L’auspicio è, dunque, ad essere “poveri di bellezze” e belli, bellissimi, o forse più semplicemente, consapevolmente, vivi.
 
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