L'eclissi del
desiderio


 

di Manlio Lubrano


1.Partendo dal discrimine tra desiderio e bisogno, già da altri evidenziato in questa conversazione, comincerei col dire che il primo ha origine istintuale, che può essere dovuta sia alla necessità di soddisfare necessità strettamente materiali, sia, in fase più evoluta, alla consapevolezza –almeno soggettivamente acquisita come tale- di nuove esigenze legate al contesto sociale. In questo senso, l’antico obiettivo primario di tutti i socialismi della storia - la liberazione dell’uomo dal bisogno - è plausibile solo nella primissima accezione del termine, e in larga parte –purtroppo non tutta- è stato anche raggiunto. Viceversa, se si guarda ai bisogni o “diritti” nascenti dal contesto evolutivo di qualsiasi esistenza e società umana, esso è irraggiungibile, in quanto i bisogni cambiano e aumentano continuamente. Il desiderio, invece, pur avendo una base istintuale o sentimentale che dir si voglia (categorie entrambe sussumibili nella sfera del non completamente razionale) si caratterizza per il suo completarsi con l’apporto della volontà e della ragione. Per semplificare, si può dire che, rispetto al bisogno, il desiderio si dà obiettivi, e organizza le modalità del loro raggiungimento in nome di una “visione” esistenziale individuale o collettiva.
Una precisazione: il desiderio non si identifica con il “progetto”, termine oggi abusatissimo e tracimato dall’ambito tecnico-ingegneristico a ogni settore della vita, inclusi quelli sentimentali e lavorativi. La fortuna del “progetto” in parte è sicuramente dovuta alla prevalenza del linguaggio tecnologico su quello comune, di derivazione umanistica, ma in altra parte è spia –forse involontaria- della perdita di “passione” e di “visione” a scapito del più arido tecnicismo pianificatore.

2. Altra differenza è tra il desiderio dell’individuo e della forma che esso assume nella dimensione collettiva o sociale. Sul piano individuale, il desiderio implica la disciplina degli impulsi verso la realizzazione di obiettivi che vanno oltre l’immediato, con il convogliamento delle forze intellettuali e spirituali nella tensione della lotta per il raggiungimento; al punto che, nell’accezione comune, la realizzazione del desiderio finisce con il provocare spesso un senso di svuotamento che, pur accompagnandosi alla soddisfazione per il risultato, fa comprendere come il mezzo (l’attività per il raggiungimento dell’obiettivo) sia gratificante forse quanto il fine. Sul piano collettivo e sociale, la realizzazione dei desideri è stata storicamente affidata negli ultimi secoli alle ideologie sistematiche, non a caso tutte in crisi. L’abbandono o il ridimensionamento della prospettiva religiosa trascendente, e la ricerca della felicità in Terra, hanno cambiato la meta stessa da raggiungere, ponendola in termini in primo luogo materiali ed economici, con all’orizzonte una società fondata sull’uguaglianza e la fine dello sfruttamento: sappiamo com’è andata a finire.

3. Il declino delle ideologie si sta consumando tra mille ipocrisie, ma non è detto che sia un male, tutt’altro. Ogni “sistema” ha il limite di cercare di ingabbiare il caso e le componenti non calcolabili né razionali dell’agire umano, e se è troppo rigido soffoca fino a rendersi insopportabile. Non è dunque casuale l’affermazione del modello che definiamo capitalista, in cui l’economico prevale e determina gli altri aspetti della vita, secondo un pragmatismo ai limiti del cinismo (illuminante è l’affermazione di M. Friedman secondo cui anche la felicità è misurabile in dollari, il cui senso va al di là della provocazione). La logica del capitalismo non può che essere indifferente alle utopie, mentre è sensibilissima alla realizzazione di bisogni che abbiano “mercato”: da qui una possibile spiegazione dell’apertura al riconoscimento di sempre più ampi “diritti civili” e “sociali”, che non mettono in discussione l’assetto ma consentono di allargare di volta in volta la platea dei consumatori, ed in definitiva generano l’ulteriore vantaggio (politico, e quindi utile ma secondario o, per dirla marxianamente ma all’inverso, sovrastrutturale) di aumentare la simpatia ed il consenso delle potenziali aree di esclusione e dissenso. Ma è altrettanto evidente che il declino del desiderio sociale (o ideologia, o utopia), sostituito dalla negoziazione continua di nuovi bisogni, affrontati in chiave economico-utilitaristica senza alcun orizzonte di lungo periodo, può non essere un male, almeno fino a quando la somma dei desideri individuali da “spiriti animali” si trasforma in “ascensore sociale”, e resta forte, vitale, sufficientemente numerosa, e assicura alla collettività ricambio di idee, persone ed energie.

4. I desideri individuali, in definitiva, sono il vero motore necessario per evitare la sclerotizzazione di una società, premessa dell’inevitabile fine di quel modello, destinato ad essere sostituito da altri e più desideranti corpi sociali o popolazioni. Senza scomodare teorie e personalità (Vico, Nietzsche o Spengler), il ciclo di una civiltà, per quanto misurabile sul metro dei secoli, ha una durata dipendente dalla capacità di liberare periodicamente nuove energie, e queste ultime traggono linfa dai desideri. L’impressione è che da qualche decennio, forse anche perché a vari livelli sembrano finiti o soffocati grandi conflitti, la società europea (ma forse quella occidentale nel suo complesso) viva una fase di eclissi del desiderio individuale come sopra tratteggiato, e si sia condannata ad un autoingessamento che è sintomo di vecchiaia intellettuale e di esaurimento delle energie. Può darsi che la tendenza a iper-regolare sia l’effetto e non la causa di questa stasi: quel che è certo è che le generazioni più giovani mostrano sempre meno fiducia nel futuro e nella possibilità di realizzare i propri desideri (mentre sono ben capaci di rivendicare i bisogni), e quindi tendono a smettere di averne, e di agire per migliorarsi e migliorare il mondo attorno a sé. Spero di sbagliare, e di esercitare un pessimismo da terza età, o addirittura influenzato da lontane letture di filosofi francofortesi, pur essendo approdato a convinzioni ben lontane dalle loro: se però così non fosse, a breve ne avremo concrete dimostrazioni, perché non si può governare all’infinito con l’attendismo e la fuga dai problemi.

 
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