L'Associazione Nazionale Magistrati
casa di tutti

 

di Valentina Ricchezza


Siamo in spiaggia e Luigi, mio amico ed eccellente giurista, mi chiede di raccontargli del comunismo vissuto da mio nonno paterno, guardiano notturno e diurno presso un colosso industriale italiano ormai scomparso. Inizia il mio viaggio a ritroso, anche se provo disagio nel raccontare storie di vita, storie comuni alla classe operaia, storie di cultura sì ma che, nel mondo elitario, viene definita bassa cultura. Alla fine della mia narrazione Luigi mi sorride, con il suo sorriso intelligente e mi dice: “La cosa grandiosa è che tuo nonno, dopo aver lavorato tutta la notte, essersi assicurato l’indomani mattina che i figli stessero nei banchi di scuola, aveva la forza di frequentare il partito e di interessarsi di politica e non fregarsene come avviene oggi…”.
Mi viene naturale rispondergli con le parole che mi ripeteva sempre nonno: “La politica è una cosa seria ed il partito è la casa di tutti quelli che credono in quell’ideologia e devono contribuire alla costruzione”. Quella conversazione risuona nella mia mente oggi più che mai! Oggi che le formazioni sociali: associazioni, sindacati, partiti politici, hanno smarrito la loro identità appiattendosi al potere politico o, ancora più spesso, frammentandosi nel loro interno sino a perdere la loro essenza nell’indifferenza di tutti.

Ripenso alla mia associazione, l’associazione nazionale magistrati: qual è la sua identità? Perché ha smarrito la sua funzione di rappresentanza interna ed esterna? Per l’indifferenza della maggioranza dei magistrati italiani che si sono arresi perché si sentono traditi. Traditi da rappresentanti che, come per il cursus honorum nell’antica Roma, hanno rivestito quelle cariche per accedere poi a ben più importanti e blasonati ruoli e, si sa, chi deve chiedere deve scendere a compromessi, e non può tutelare l’esercito di invisibili che, chini a scrivere sentenze, pensano che il loro dovere si esaurisca in quello.
Il tornado che ci ha coinvolti in questo biennio, i processi sommari interni alla ricerca dei “responsabili” di un sistema malato in cui tutti hanno le loro responsabilità, commissive ed omissive, e quello che ne è seguito mi è sembrata la scena finale del Gattopardo: “tutto cambia affinché nulla cambi”.

Non so se la neoeletta GEC (Giunta Esecutiva Centrale) dell’ANM avvii un serio dibattito culturale, che possa portare ad un vero rinnovamento, ma so solo che, mentre l’epidemia dilaga negli uffici giudiziari, grandi e piccoli, galoppando, si moltiplicano comunicati locali e nazionali di incontri e richieste di incontro, senza comprendere a fondo che la tutela della salute ed in particolare della salute dei lavoratori è un bene che va tutelato al di là di ogni sensibilità correntizia secondo la logica del “qui ed ora”, non può avere battute d’arresto, e che bisogna normare le forme del processo dell’emergenza su scala nazionale per assicurare il funzionamento della macchina giudiziaria nella sua interezza su tutto il territorio. Senza sforzo sinergico tutto è vano. L’assoluta incapacità di creare una cabina di “regia” e l’occasione persa in questi mesi per una ricostruzione mi getta nello sconforto totale…

Ma poi ripenso ai fatti di Genova di questo novembre, al lungo applauso degli operai dell’Ilva per sostenere il lavoratore licenziato ed altrettanti operai sospesi, e al gesto simbolico della polizia che si è tolta il casco in segno di solidarietà…una solidarietà sempre più rara per l’indifferenza di molti…

Forse abbiamo ancora una speranza come umanità, ma noi magistrati abbiamo l’obbligo di fare la nostra parte non solo scrivendo i provvedimenti e celebrando le udienze. Ripenso a mio nonno e alle parole di Luigi…da soli non si può costruire il bene comune.

 
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