L'arma spuntata dell'indifferenza

 

di Natalia Esposito


L’enciclopedia Treccani definisce così l’indifferenza: Indifferènza s. f. [dal lat. indifferentia, der. di indiffĕrens «indifferente»]. In filosofia, stato tranquillo dell’animo che, di fronte a un oggetto, non prova per esso desiderio né repulsione; o che, di fronte all’esigenza di una decisione volontaria, non propende più per l’uno che per l’altro termine di un’alternativa. Nell’ascetica, è lo stato (necessario al conseguimento della vita perfetta) in cui si rinuncia a ogni scelta finché non si conosca la volontà di Dio per uniformarsi completamente ad essa. Nell’uso com., spesso con tono di biasimo, condizione e comportamento di chi, in determinata circostanza o per abitudine, non mostra interessamento, simpatia, partecipazione affettiva, turbamento.

Nelle ultime settimane ho cercato e poi letto e riletto questa definizione. L’ho fatto perché a fronte di tutto ciò che sta succedendo intorno ho cominciato a sentirmi disinteressata. Di fronte a decisioni importanti, a prese di posizione su come gestire il quotidiano, nella mia vita privata come nel lavoro, non riuscivo a scegliere. All'atto di prendere una decisione tra due alternative, non sceglievo né l'una né l'altra perché le sentivo ininfluenti e incapaci di produrre cambiamenti rispetto alla condizione esistente.

Ho cercato disperatamente di poter interpretare filosoficamente i miei stati d’animo pietrificati, nella speranza di poterli attribuire ad uno stato tranquillo dell’animo, ma questa interpretazione non dava voce a ciò che c’è. Allora ho provato con l’ascetica ma sono davvero troppo imperfetta per ritrovarmi in uno stato di affidamento così profondo (e auspicabile) alla volontà Divina. La verità è che sono una persona comune e dunque devo fare i conti con la mancanza di interessamento, partecipazione affettiva e turbamento.
In questo far luce nelle cantine dell’anima finalmente mi sono sentita turbata. Turbata perché la condivisione del punto di vista dell'altro, delle sue sofferenze e difficoltà, è la molla che ci spinge all'aiuto e l'assenza di questo legame emotivo è sintomo di stati patologici. L'indifferenza, infatti, rompe un meccanismo elementare della coscienza umana: il processo di azione e reazione. Mi sono chiesta perché si fosse interrotto dentro di me questo meccanismo. Ancor di più perché nel mio lavoro a contatto con persone disabili i conti con la sofferenza si fanno quotidianamente, si impara ad elaborare questa sofferenza senza farsi schiacciare, ma, allo stesso tempo, si preserva l’empatia senza la quale è consigliabile cambiare lavoro. Insomma il meccanismo di azione e reazione deve essere sempre attivo. Allora ho pensato che il problema fosse accettare di essere una pila scarica e che forse è arrivato il momento di cambiare lavoro.

In questi giorni di chiusura e clausura sono in contatto costante con i ragazzi disabili con cui lavoro e loro, come sempre, hanno tanto da insegnarmi. Mi raccontano che hanno molta paura: paura di ammalarsi, di restare senza genitori, di soffrire ancor più di quanto non abbiano già sofferto; ma di fronte alla scelta: resto a casa sicuro, smetto di correre rischi o corro il rischio ma non voglio stare solo, non hanno dubbi: corrono il rischio.

Ovviamente nessuna sottovalutazione del problema, siamo tutti (o quasi) consapevoli della gravità della situazione, ma loro mi insegnano a conservare la libertà. La libertà di scegliere, di non pensare che ogni alternativa non cambierà di fatto le cose. La confusione comunicativa, il rumore mediatico, la volgarità dilagante non hanno minato la libertà interiore dei miei ragazzi. Solo la mia. Solo io non ho chiaro che una direzione, e solo una, è quella auspicabile. Io mi sono fatta paralizzare dalla paura e irretire dalla confusione. E per difendermi sono diventata indifferente.
La mia volontà è sospesa ma non ho smesso di soffrire, per fortuna, perché se non smetto di soffrire non smetto neanche di gioire. Ma ho un dovere e credo che chiunque sperimenti l’indifferenza lo abbia: ricominciare a scegliere, desiderare, volere.
 
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