L'antro
della Sibilla


A cura del corrispondente dal Sottosuolo


In una calda domenica di estate, giunsi a Cuma. Anni prima avevo tentato di accedere al famoso antro della Sibilla, ma era chiuso, sbarrato, talune parti interne in rovina rendevano pericolosa la camminata nel corridoio oscuro. La seconda volta in sette anni fui più fortunato e nell’antro potemmo entrare. La forma geometrica del taglio dentro il tufo è nota, e la fotografia la illustra: il corridoio è per tre volte attraversato da sciami di luce che arrivano dalle aperture verso l’esterno. Tuttavia, una volta dentro l’antro, mi sentii lontanissimo dal mondo di fuori, in un luogo oscuro non per mancanza di luce, ma per densità di presenza, di richiamo, di invito a restare. C’era una coppia di turisti inopportuna, lui si sforzava di spiegare a lei il senso di fessura vaginale del corridoio. Ciarlavano quando, nell’antro, era richiesto solo un silenzio rigoroso e umile. Un frutto del lockdown è che anche le case sarebbero potute diventare, e talvolta sono diventate, antri sibillini, dove attendevamo un responso salire dal silenzio di dentro e di fuori. Allora molte occasioni sono andate perdute e tutto questo, temo, la Sibilla ha annotato nella sua memoria estesa e addolorata.

Percorso il corridoio nei tratti bui, mettendo i piedi a terra piano e bene senza vedere nulla del suolo, ma con fiducia che quel buio fosse stabile e innocente, arrivai quindi alla grotta finale, circondata da una stanza più piccola, e da una grande apertura che fa da cornice a un paio di antichi alberi. Zittita la coppia ciarliera, restò quindi uno strano ronzio di mosche o vespe, ora vicino ora lontano e, spalle al muro, osservai l’ingresso da cui ero entrato con disinvoltura eccessiva. Perché si entra nelle cose con disinvoltura eccessiva – è giusto – ma poi bisogna voltarsi e contemplare la grandezza, la forma, la natura della porta varcata. Nei versi di Virgilio, la Sibilla, nonostante la visione di guerre e sangue, ad Enea, e a noi, scampati e non ancora scampati all’assillo del virus, somministra parole che scorrono sulle pareti rocciose: Tu non cedere ai mali, ma più fiducioso avanza, dove la tua sorte ti permetterà. La prima via di salvezza, cosa che non credi, si aprirà da una città greca." Con tali parole dalla caverna la Sibilla cumana predice dubbi terribili e rimbomba nell'antro, avvolgendo verità ad incertezze.

In ogni antro, in ogni caverna, del monte e del cuore, verità e incertezze sono strettamente avvolte, e separarle è un insulto. La salvezza è in una città greca: infatti dopo l’antro, la redazione di Areopago ha spedito il corrispondente dal sottosuolo a percorrere le grotte eremitiche dei monasteri cretesi.

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