La velocità
e il tempo dei rimpianti

 

di Paola Laudadio


I limoni, le ortensie e le rose. Il ciclamino a incorniciare la scala. Gli archi bianchi. In un paese della penisola sorrentina, tra fiori d’arancio e piante di cycas è nata mia mamma. Resto immobile a osservare le stanze che l’hanno vista bambina. Ritrovo oggetti delle mie figlie, della loro infanzia. Non li prendo tra le mani. Li osservo come fossero reliquie.
La bilancia dei neonati. Francesca cresceva lentamente, bisognava pesarla prima e dopo la poppata. Nello stesso periodo, Francesca mia madre, si avviava verso la fine dei suoi giorni. “Da sei mesi a un anno” mi aveva detto un oncologo ma lei non lo sapeva. Dalla sua malattia ho iniziato a temere la velocità. “Prima che mamma muoia” scandiva i miei giorni e decideva le priorità, anche la mia gravidanza. Apro la vetrina della credenza e avverto la presenza di mia madre. E resto in attesa. La prima difficoltà è toccare. Lenti i movimenti, lenta io. Ho imparato a rallentare negli anni, a non correre sempre. L’ho imparato dopo essermi schiantata contro la vita a tutta velocità. Ho provato il gusto della pausa, una sorta di conchiglia in cui ascoltare il mare e accettare la mia stanchezza e il tempo che galoppa indomito. La velocità è il tempo della gioventù, dei figli piccoli, della vita frenetica e delle prospettive dilatate.

La velocità è il tempo dei rimpianti. Nella corsa col vento a favore si guarda solo avanti. Molto dopo arriva la consapevolezza che nel tornado che era il tuo ritmo, hai smarrito momenti e attimi. Hai travolto nell’impeto della gioventù quel ruscello di vita che scorreva placido al tuo fianco, in quelle acque cristalline navigavano tinozze ricolme di affetti. Ho ritrovato la bomboniera del mio battesimo. È sfuggita alla furia delle badanti di papà.
L’ho presa e portata via. Mia madre aveva degli oggetti una cura quasi ossessiva. Non li usava mai, li conservava. In questa sua mania c’era una inconsapevole voglia di fermare il tempo, di rallentarlo fino a dilatarlo per poi consegnarlo a noi, chiuso in una potiche dell’ottocento.

Devo svuotare la casa, l’abbiamo venduta. C’è un termine da rispettare e il tempo corre veloce, non sono mai stata così lenta. Non è la casa che ho amato, la mia era in Puglia. Questa ha ospitato mio padre nella sua lunga e fortunata vecchiaia. E ha accolto i mobili e gli oggetti della villa pugliese. Anche mia madre era più legata alla casa delle calle e della citronella, delle feijoa e delle giuggiole, era la casa dei miei nonni materni. Aprire l’armadio di mio padre, vedere i suoi vestiti e richiudere velocemente.

Poi ho trovato i suoi guanti e ho accarezzato la pelle in un gesto di tenerezza che non ci siamo mai scambiati, noi eravamo guerrieri di due mondi diversi, non ci capivamo ma ci tendevamo la mano dopo ogni duello. La velocità distrae, lascia la mente sfrecciare senza poter mai soffermarsi e il corpo sfibrarsi.

La lentezza è il tempo dell’amore, della contemplazione delle meraviglie del mondo, delle carezze, dei sorrisi silenziosi e rassicuranti. In quella bilancia ho pesato e desiderato che mia figlia crescesse, oggi è una donna che vive lontano. Rimpiango quei giorni di rigurgiti e crema di riso nel biberon. Rimpiango quei giorni di chemio che la tenevano in vita. Ho aperto un cassetto gremito di foto, troppi assenti e non solo morti. Forse le guarderò domani.
 
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