La velocità
dei sogni

 

di Clara Paglionico


Mi piace arrivare presto in Tribunale. Mi piace respirare il silenzio dei corridoi vuoti quando il tempo è lento. Fra poco ci sarà un gran movimento, un vortice di esigenze impellenti alle quali occorre dare una risposta pronta, immediata. Allora, questo silenzio calmo mi serve per prendere la rincorsa, mi serve per prendere fiato. Un tempo lento, un tempo che va a tempo con il battito cardiaco. Ecco, sento le voci di chi arriva, i colleghi, gli avvocati, il pubblico. Si comincia. Il battito aumenta. E indosso la toga. Mi è stato detto che dobbiamo metterla perché rappresentiamo l’Istituzione, perché l’”io” che siamo deve sparire dentro quel mantello nero e bardato: lo Stato, siamo lo Stato.
Ecco, in fondo fu proprio questo che anni fa mi disse Maria, una testimone, una semplice testimone in un semplice processo penale. La notai subito quando entrò in un’aula piena, piena di gente. Era dimessa, neppure troppo pulita, vestita in maniera squallida in contrasto con un rossetto violento, da star. I capelli tinti in maniera orrida, un giallogrigio inguardabile. Ma erano soprattutto gli occhi che colpivano. Erano belli, meglio, erano stati belli. Non si capiva quanti anni avesse. Si guardava intorno smarrita, disorientata. E mi guardò. Praticamente un lampo, una scarica elettrica. E venne il suo turno, quello di rendere testimonianza. Neanche il tempo di farle dichiarare le generalità che Maria, senza che le fosse stata rivolta alcuna domanda, incomincia a parlare di sé, di un marito violento, di botte, pestaggi, umiliazioni, di miseria, di figli non desiderati, di cicatrici sul corpo, di bugie dette negli ospedali. Non riesco a fermarla. E’ un fiume in piena. Cerco disperatamente di spiegarle che lei è stata chiamata a testimoniare sulla costruzione abusiva realizzata da una vicina di casa e che non stiamo trattando il suo caso. Resta stupita, ha veramente una faccia stupita. Non capisce di cosa stiamo parlando noi. Me lo dice in dialetto, ma la capisco benissimo: “scusate, io ho fatto una denuncia sei mesi fa. ‘voi’ tenete questa cosa ‘ncuoll’. Io che devo pensare? Se tenete il tempo vi racconto tutto, se non lo tenete torno un’altra volta”.

Il tempo, il tempo e la Giustizia, il tempo e il processo: “la Legge ne assicura la ragionevole durata”, recita la Costituzione all’art. 111 come riformato con la L. Cost. 23 novembre 1999, n. 2, in attuazione dell’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La “ragionevole durata”, dunque, è un faro, una luce guida per qualunque intervento normativo sul processo, un valore costituzionale, un principio fondante. La velocità della Giustizia è tema serissimo, infatti, salvo quando si trasforma in ossessione produttivistica, salvo quando la ‘produzione’ diventa il fine: quanto hai prodotto, in quali tempi, quante prescrizioni hai dichiarato, quanto di questo, quanto di quell’altro…chi ha fatto più provvedimenti, chi meno… E’ forse questo il senso della “ragionevole durata” del processo? Anche se era tutto sbagliato, Maria un po’ di ragioni ce le aveva, le ragioni di chi cerca uno Stato che non sia né (troppo) veloce, né (troppo) lento, ma (semplicemente) tempestivo, uno Stato che ascolta e che guarda, uno Stato con le orecchie e con gli occhi. Con le procedure, ovviamente, con il rito, giustamente, ma con le orecchie e con gli occhi.
Maria, Maria e il suo non capire, il suo sentirsi disorientata in un luogo che le appartiene, in un luogo che è e dovrebbe essere del cittadino, in un luogo che è casa sua. Io li ho visti, io li ho visti i figli della mancata attuazione dell’art. 3, II c. della Cost.: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Io li ho visti quelli che non sono “uguali”, quelli nei quali la persona umana non si è sviluppata, quelli che sono rimasti indietro, quelli che ci guardano correre ad un’altra velocità e diventare sempre più lontani.

Quando arrivano nelle aule giudiziarie sembra che lo Stato se li sia già persi. Sono diffidenti, spesso guardano al Magistrato come ad un nemico, un estraneo da cui guardarsi, come a uno che vive in un altro mondo, un mondo oppressivo e arrogante, il mondo degli arcana iuris e dei segreti, il mondo delle manovre carrieristiche, il mondo di quelli che sembrano puliti e poi sono peggio degli altri, il mondo degli scandali esplosivi e poi messi a tacere, il mondo di quelli che stanno sopra, tanto a loro non succede mai niente. Spesso mi sono sembrati distanti, anzi irraggiungibili. Spesso mi sono chiesta se non fosse ormai troppo tardi, anche quando il processo era stato velocissimo.

Adesso che sono passata alla giustizia minorile ho capito qualcosa in più. Io li vedo, giovani, giovanissimi imputati, minorenni e violenti, minorenni e arroganti, minorenni e rabbiosi, minorenni e ignoranti, minorenni e già falsi, minorenni e depressi, minorenni e già vecchi, minorenni e soli, anzi, isolati. Oggi c’è Michele davanti a me: sedici anni e una rapina. E’ grasso e grosso e occhi non comunicativi. Cerco di sondare un po’ il terreno, smozzica poche e incomprensibili parole. Quando gli chiedo se si sente “responsabile”, mi guarda smarrito come se avessi pronunciato una parola in un’altra lingua. Sembra non capire neppure il significato della parola “responsabilità”. Michele ha la lingua, ma non ha le parole. Non ce le ha.

E’ l’ignoranza la malattia da cui sono affetti. Io lo vedo quel gigantesco vuoto, quella voragine, quel buco enorme che c’è dentro di loro. Perché è lo studio che dà il senso della dignità, che risponde alla umana e naturale curiosità, che ci aiuta a capire noi stessi, le nostre sconfinate possibilità. Sono gli strumenti che acquisiamo con lo studio che ci fanno sentire in grado di affrontare il mondo, che ci fanno sentire più forti, che ci danno speranza, che allargano gli orizzonti di esistenze meschine, di vicoli stretti, di percorsi obbligati e oscuri. Ecco, adesso mi è più chiaro, molto più chiaro che la Giustizia si costruisce innanzitutto fuori dai Tribunali. Quanta umanità mi è passata davanti, quanti occhi smarriti e persi, quante storie, quante menzogne, quanti drammi, quante tragedie, quanto dolore, quanta vita. E’ per questo che amo immensamente questo lavoro. Si, il diritto è bellissimo, è filosofia, è logica, è esperienza, è scienza, è politica, è persino arte. Ma cosa sarebbe il diritto senza la storia, senza “le” storie?

E allora arriva, con la velocità del lampo, il sogno di una scuola diversa, una scuola a tempo pieno, comunità dove Michele possa trovare le parole e molto altro, dove possa smaltire tutto quel grasso che gli fa male, dove possa impegnare il suo tempo, non vivere in mezzo alla strada. Una scuola con strutture sportive, con laboratori di ogni sorta e per tutti i gusti, con la porta aperta, anzi, spalancata sul mondo dell’arte e, quindi, della bellezza. Una scuola dove si insegni non semplicemente a rispettare la diversità, ma a capire che siamo tutti meravigliosamente diversi, uno diverso dall’altro. Per fortuna. Una scuola dove Michele possa sentirsi unico e insostituibile, una scuola dove i professori non si sentano soli, dove ci siano medici, psicologi, assistenti sociali, artisti. Va bene, è un sogno che sparisce con la velocità con cui spariscono i sogni. Però stanno arrivando dei soldi dall’Europa. E’ l’occasione giusta, forse storica, per ricordarci dell’art. 3 della Costituzione italiana, perché siano dati a tutti i ragazzi gli stessi mezzi, mezzi della stessa velocità, per percorrere le strade di un mondo complesso, sempre più complesso e competitivo, dove è necessario conoscere più lingue e usare strumenti informatici sempre più avanzati. Pensiamo alla scuola, per favore. Ai nostri ragazzi, al mondo che lasciamo, al futuro che costruiamo, pensiamo all’art. 3, II c. della Costituzione. Nel tempo vorticoso della storia che passa e consuma le nostre esistenze mettiamo il ritmo universale, l’unico certo, l’unico uguale per tutti, l’unico comprensibile da tutti, quello del cuore.

 
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