La velocità
ci ha fregati tutti

 

di Luca Caputo


Il rider mi consegna le pizze con sette minuti di ritardo rispetto all'orario previsto. Ha lo sguardo preoccupato. - Mi scusi. – dice - Non sapevo fosse un parco e… mi sono perso per trovare la sua palazzina. - Si giustifica. - Tranquillo - rispondo. - Non è successo niente. Cinque minuti in più cinque minuti in meno non mi cambiano la vita. - La mia si. - ribatte. - In che senso? – domando. - Sa, i ritardi pesano molto sulle recensioni che ci vengono date. Quindi… non mi farà una recensione negativa? – chiede. - Macché recensione negativa! - lo rassicuro. - Grazie. - mi dice. – Davvero grazie. – ripete.
E mentre lo guardo ripartire e sparire nel buio a bordo della sua bici mi domando dov'è che abbiamo sbagliato. Quando è che abbiamo deciso che uno dei principali parametri per valutare la qualità di una prestazione lavorativa è diventata la velocità. Anzi, per alcuni lavori, come quelli di un rider o di un dipendente di Amazon la velocità non è un parametro. È tutto. E ciò non solo per questi lavori.

Durante il tirocinio che ha preceduto la mia immissione in servizio come magistrato, molti colleghi, nei corsi di formazione, hanno insistito sulla necessità di essere rapidi nel depositare le sentenze, le ordinanze e tutti gli altri provvedimenti. Il ritardo nel deposito dei provvedimenti è un illecito disciplinare, tra i più frequenti e sanzionati.
Dopo aver preso servizio ho poi scoperto l’importanza delle statistiche: rilevazioni periodiche della produttività dei singoli settori di un ufficio giudiziario e del singolo magistrato. Quante sentenze depositi in un anno? - Ti chiedono i colleghi. E così scopri che quel numero, che a te sembra solo un numero, è fondamentale per valutare se sei o meno un buon magistrato. Insomma, tra illeciti e statistiche, anche nella giustizia la velocità è diventata un parametro essenziale.

Certo, tutto questo è anche la reazione comprensibile a un’eccessiva lentezza che si aveva nel decidere in passato. Perché è chiaro che una sentenza che arriva troppo tardi è una sentenza inutile. Ma è altrettanto chiaro che non tutto può essere deciso in fretta, velocemente, senza la necessaria ponderazione.

E allora servirebbe più equilibrio, più misura. Ma questi non sono tempi di equilibrio e misura.

Pochi giorni fa, a Bari, la città in cui vivo, ha chiuso il Disney store in pieno centro. Un negozio storico, aperto vent’anni fa e dal forte significato simbolico, come lo può essere un luogo in cui si vendono riproduzioni e simulacri di pezzi dell’immaginario collettivo. Il giorno dopo la chiusura sono passato davanti alle vetrine e ho visto alcuni operai intenti a smantellarne le insegne e gli scaffali, probabilmente per fare posto ad un’altra attività commerciale. Erano passate solo ventiquattrore dalla chiusura. È stato in quel momento che ho capito che la velocità ci ha fregati tutti. Nel momento in cui è diventata il parametro sulla base del quale decidere la permanenza in un’azienda di un lavoratore, la carriera di un magistrato, nel momento in cui ci ha privati della possibilità di prenderci il tempo necessario a elaborare un lutto, fosse anche un lutto apparentemente stupido come quello per la chiusura di un luogo al quale eravamo affezionati, la velocità ha vinto. Su tutto. Sicuramente sulla nostra umanità.

Intanto, lì fuori, il numero dei contagi causati dalla pandemia in corso cresce vertiginosamente, a velocità esponenziale e, in attesa dell’arrivo di cure migliori e di un vaccino, sembra che l'unica cosa che tutti noi possiamo fare per salvarci ed evitare l’apocalisse è rallentare. Fino a fermarci. Completamente. Con buona pace della velocità.
 
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