“Mamma di che sostanza
è fatta la disabilità?”


 

di Natalia Esposito


Mia figlia ha quattro anni e durante il lockdown mi ha vista tutti i giorni fare videochiamate, tutorial e didattica a distanza. Lavoro da oltre dieci anni in un centro per persone disabili e da quando è nata mia figlia l’ho portata in varie occasioni dai miei ragazzi, li conosce e loro le vogliono bene. Ma la loro presenza non era mai stata così pervasiva come durante la pandemia.

Certo può suonare paradossale parlare di presenza in un momento di confinamento, isolamento, distanziamento sociale. Ma la presenza è ben altro. L’ho capito in quarantena. La dilatazione del tempo e la diminuzione dello spazio hanno messo a dura prova l’anima. Allora c’è stato l’arcobaleno, e poi ci sono state le canzoni al balcone e tutto il resto. Ma dopo la prima fase dell’onda emotiva è stato necessario pescare un po’ più a fondo nel baule delle risorse. Ed è proprio in fondo in fondo al baule che ho trovato la presenza. Essere presenti è tutt’altro che scontato, anche per chi, come me, lavora nel campo della relazione d’aiuto, è madre, e quindi ha una necessità, un obbligo di “essere presente”. Molto spesso sono efficiente, non presente. Essere presenti vuol dire possedere uno spazio interiore di accoglienza, di ascolto, innanzitutto di se stessi e inevitabilmente degli altri. Questo spazio l’ho trovato proprio quando lo spazio intorno si è ridotto, quando si è reso necessario andare dentro le cose, dentro le sensazioni, dentro le paure e pure dentro la felicità. In genere questi sono vagoni di passaggio, non abbiamo il tempo e (lo spazio) per salirci e starci. Poi ad un certo punto si è verificato l’imprevisto, qualcosa di enorme, inspiegabile e drammatico. Ciascuno ha avuto una responsabilità; c’è chi ha rischiato la vita, chi purtroppo l’ha persa, chi ha sofferto per la morte di un proprio caro, ma c’è anche chi ha avuto semplicemente la responsabilità di andare avanti. Ci sono stati (e ci sono) tanti modi di andare avanti. Al di là dei problemi economici e delle angosce che ci hanno attanagliato e ci attanagliano, quel tempo sospeso per me ha rappresentato un’occasione. Un’occasione per compiere ogni gesto con ogni fibra del mio corpo, per osservare me stessa, mia figlia, le persone che amo, per stare dentro gli interrogativi senza la fretta della soluzione. Il tempo e lo spazio sono cambiati durante la quarantena. Non c’era più il tempo del lavoro il tempo della famiglia il tempo personale … il tempo era un continuum e i compartimenti dentro cui avevo riposto le unità produttive della mia vita si sono aperti e hanno cominciato a fluire. Lo spazio privato non è più esistito e ci è voluta tanta creatività per dare un senso nuovo a quel luogo che chiamavo casa senza conoscerla veramente. Non c’erano più la programmazione, gli obiettivi, c’era l’affidarsi e il rendersi disponibili e anche la necessità di essere pronti, davvero pronti, agli imprevisti.

 

Questo ha cambiato la mia prospettiva di madre e di educatrice. Nulla era più esattamente sotto controllo, quindi bisognava cercare nuove modalità di relazione, di cooperazione partendo da una parità emotiva perché navigavamo tutti a vista. Questa in fondo è l’empatia.


 

Allora alla domanda “mamma di che sostanza è fatta la disabilità ?”, ho risposto: “Della stessa sostanza di cui sei fatta tu io … papà”. “E allora perché nella storia che hai letto ai ragazzi c’è una mamma che lascia la bimba disabile?” “Forse perché la mamma aveva paura perché non sapeva cosa fosse la disabilità.” Peccato che non l’ha chiesto a nessuno ….è stata la sua risposta. Questo è il mio piccolo, personalissimo traguardo di questa quarantena. Ora che è iniziato un tempo nuovo fatto di vortici e girandole di impegni mi voglio tenere strette le conquiste, piccole e personali, fatte durante il tempo della mia seconda opportunità e non gettarle nel cestino insieme ai disegni degli arcobaleni che sembrano già appartenere al passato.


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