La solitudine
di Palazzo Penne

 

di Alessandra Caputi

La signora Jolanda Somma è l’ultima inquilina di palazzo Penne. Abita lì dal 1942, anno della sua nascita, in un quartino accanto al giardino. Nel corso del tempo, ha assistito allo sfratto di cinquanta famiglie di inquilini. Quando il palazzo si è svuotato, l’ha presidiato e difeso più volte da incursioni vandaliche. Oggi Jolanda è sola, e rischia di essere sfrattata dalla Regione Campania, l’attuale proprietaria dell’edificio. Palazzo Penne è uno degli edifici più antichi e prestigiosi del centro storico di Napoli, ma è anche uno dei più decadenti. Ad eccezione del portale in marmo e dell’originario portone in legno, che sono stati restaurati pochi anni fa, il resto dell’immobile versa in uno stato di totale abbandono da almeno trent’anni. Si trova nel quartiere Porto ed è compreso tra piazzetta Teodoro Monticelli, pendino Santa Barbara e via Sedile di Porto. Roberto Pane, ne Il Rinascimento nell’Italia meridionale, lo definì “un unicum del primo Quattrocento napoletano”. Fu costruito nel 1406 su commissione di Antonio da Penne, segretario di re Ladislao. La sua posizione era strategica perché affacciava sul mare – che, all’epoca, bagnava l’attuale via Sedile di Porto – ed era situato accanto al primo ingresso alla città, per chi provenisse dalla vicina spiaggia e dalla chiesa di Sant’Aspreno. Nel corso del tempo il palazzo è stato anche un luogo di cultura. Durante il decennio francese, fu acquistato dall’abate Teodoro Monticelli, un illustre vulcanologo che sistemò lì la sua biblioteca e la sua collezione di minerali. Palazzo Penne divenne così il crocevia dei più importanti scienziati dell’epoca. Successivamente la proprietà passò al pronipote dell’abate, il professore di zoologia Francesco Saverio Monticelli. L’edificio fu vincolato per il suo “importante interesse” nel 1913 con Decreto del ministero della Pubblica Istruzione, quando era ancora di proprietà del prof. Monticelli.

Nel 1942, a seguito di un giudizio, fu acquisito da Rodolfo Paladini e nel 1950 fu ereditato dai suoi otto figli. All’epoca, il palazzo era abitato da circa cinquanta famiglie. Nel 1985 l’Università degli Studi di Napoli chiese alla Soprintendenza di acquisire palazzo Penne tramite espropriazione pubblica per destinarlo alla facoltà di Architettura, ma non se ne fece nulla. Nel dicembre 1990 gli eredi Paladini vendettero il palazzo alla società romana Manuia al prezzo di 1 miliardo e 250 milioni di lire. L’immobile si presentava suddiviso in 47 unità immobiliari ed era “in gran parte locato e occupato”. Due mesi dopo, il ministero per i Beni culturali e ambientali esercitò, sebbene in ritardo, il diritto di prelazione nei confronti di palazzo Penne. La Manuia convenne in giudizio il Ministero innanzi al Tribunale di Napoli, contestando il perfezionamento del procedimento finalizzato all’esercizio del diritto di prelazione. Con sentenza n. 523/1993 (confermata anche in Appello nel 1996) il Tribunale di Napoli accolse tutte le domande della società romana. Il ministero, dunque, non poté esercitare il diritto di prelazione sull’immobile.

Dopo aver sfrattato una ventina di nuclei familiari, la società provò a trasformare palazzo Penne in una struttura alberghiera, ma si scontrò con l’opposizione di alcuni comitati di residenti, intellettuali e attivisti. Alda Croce, ambientalista e figlia del filosofo Benedetto, si batté non soltanto per il restauro conservativo del palazzo, ma anche per la sua destinazione ad uso sociale e culturale. Promosse una petizione, insieme a Italia Nostra e al consigliere municipale Pino De Stasio, inviandola alla Presidenza della Repubblica: i lavori della società furono bloccati.

Nel 2002 la Regione si impegnò ad acquistare il palazzo per destinarlo ad attività culturali e, soprattutto, a biblioteca: un progetto in linea con le previsioni del piano regolatore, che destinava (e ancora destina) l’edificio a “istruzione dell’obbligo”. Nel 2003 palazzo Penne fu venduto alla Regione Campania per 4,30 milioni di euro. Fu accantonata la richiesta di sfratto per le due famiglie che abitavano ancora il palazzo e furono stanziati 13,5 milioni di euro (fondi POR – FESR 2007-2013) per il restauro dell’immobile, ma i lavori non ebbero mai inizio. Nel 2004 la Regione stipulò un contratto di comodato d’uso con l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” che prevedeva la realizzazione di un polo umanistico a palazzo Penne. Il cantiere, tuttavia, non fu mai aperto.

Anno dopo anno, il palazzo cadde in rovina. Tra il 2017 e il 2019 sono state inviate diverse lettere alla procura della Repubblica, al presidente della Repubblica, al ministero per i Beni culturali e al presidente della Regione Campania per sollecitare sia la messa in sicurezza e il restauro di palazzo Penne sia la regolarizzazione della situazione della signora Jolanda. Si sono mobilitati diversi comitati di quartiere e associazioni ambientaliste, tra cui la rete SET, Santa Fede Liberata, Italia Nostra e il comitato Portosalvo, chiedendo alle istituzioni di aprire il giardino al quartiere e di coinvolgere gli abitanti, attraverso politiche partecipative, nella pianificazione della nuova destinazione del palazzo.

Le associazioni hanno dedicato tre giornate alla pulizia e alla cura del giardino, in seguito alle quali, purtroppo, quest’ultimo è stato vandalizzato da ignoti. Nel dicembre 2020 è stato avviato il Contratto Istituzionale di Sviluppo, che prevede uno stanziamento di 90 milioni di euro per il centro storico di Napoli. La riqualificazione di Palazzo Penne è stata finanziata con 10 milioni di euro. Il progetto prevede la realizzazione della “Casa dell’Architettura e del Design”: una casa dove non ci sarà spazio per l’anziana inquilina né per scuole e biblioteche.

Sorgono, dunque, alcuni interrogativi. Il primo riguarda la mancata applicazione del piano regolatore. Secondo quanto stabilito dal D.M. 1444/1968 – la norma che istituì gli standard urbanistici in Italia – il piano regolatore deve assicurare a ciascun abitante e a ciascun quartiere la quantità minima di metri quadrati di dotazioni pubbliche: spazi per le aree verdi, per l’istruzione, per i parcheggi, per lo sport ecc., in grado di migliorare la qualità della vita dei cittadini. A Napoli, nello specifico, il piano evidenzia che nel quartiere Porto esiste sia un deficit di spazi per l’istruzione (- 19.370 mq) sia un deficit di spazi pubblici (- 39.540 mq). Per colmarli, almeno parzialmente, esso prevede che palazzo Penne abbia come destinazione l’istruzione dell’obbligo, per un totale di 2.614 mq che andrebbero a vantaggio dei residenti del quartiere. In base a quale ragione, quindi, si è deciso di scavalcare il piano e di realizzare una “Casa dell’architettura e del design”?

Il secondo dubbio riguarda la partecipazione. Se non vogliamo che questa parola resti un mero slogan, si dovrebbero istituire delle politiche partecipative attive per coinvolgere gli abitanti. E, in effetti, la “Legge per la promozione della qualità dell’architettura” approvata nel 2019 prevede all’art. 2 “l’utilizzo di pratiche partecipative attive”. Perciò, ogni ipotesi di riconversione del palazzo avrebbe dovuto prevedere il coinvolgimento attivo degli abitanti del quartiere. Perché, dunque, questo progetto è stato calato dall’alto? Il terzo e ultimo interrogativo riguarda i 13,5 milioni di euro che furono stanziati dalla Regione nel 2003 per il restauro di palazzo Penne. Quale sia stata la destinazione di questi fondi non è dato sapere. In una recente intervista, la signora Jolanda ha dichiarato: “Sono stata lasciata sola. Viviamo in un Paese che non si prende cura degli anziani”. In una città dove l’emergenza abitativa ha raggiunto livelli insostenibili, non si può tralasciare questo problema. Salvare palazzo Penne vuol dire anche non lasciare sola la sua ultima abitante, che in tutti questi anni è stata anche la sua unica custode.
 
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