La sedia vuota

 

di Livia De Gennaro

Edward Hopper la dipinge così la solitudine, con una sedia vuota di un tavolo, di fronte ad una donna seduta nel silenzio di una luce fredda, fatta di soli oggetti quasi sospesi in un vuoto che fa da padrone. La solitudine è per me questo, una sedia vuota, lasciata così da chi hai amato immensamente e di cui non potrai più ascoltare la voce, sulla sedia siede l’assenza, quella capace di trasformarsi in quotidiana presenza avvolta nel silenzio che pesa nell’aria e più ancora nel cuore. La sedia vuota è anche il silenzio immobile dell’attesa di chi aspetti in solitudine, un figlio, un uomo, un amico e che sai non varcherà la porta preso da impegni che non possono essere rimandati. Si è soli quando qualcuno ti ha lasciato ed anche quando questo qualcuno non è mai arrivato. La solitudine ha molti volti.

Uno degli effetti collaterali di questa pandemia è senza dubbio la solitudine, quella di chi non ha potuto vedere i propri figli, i genitori, quella dolorosa delle persone malate, sofferenti, che in solitudine sono morte. In un tempo sospeso, la solitudine ed il silenzio sono diventati uno spazio vuoto nel quale si sono moltiplicati il disagio esistenziale, l’insicurezza e la paura. La paura della malattia ma anche del proprio caos interiore, con i suoi contenuti emotivi, fatti di ansie, depressione, preoccupazioni per i propri cari, e razionali, fatti di scelte da compiere, analisi critica del proprio vissuto, del proprio impegno lavorativo, dei compiti da assolvere. La sedia vuota è anche quella del compagno di banco, è nella solitudine della socialità spezzata dei bambini. E’ nella lontananza, nella libertà interrotta di giocare con altri bambini al parco, è nella privazione della loro quotidianità, degli spazi e dei ritmi vitali, degli incontri di gioco. “Vorrei tanto abbracciarti “, dice Leo a Giulia, “ma non posso” e nelle sue parole, la dolcezza di una nostalgia più grande di un bambino di sei anni. Noi genitori cerchiamo di proteggere i nostri figli ma sappiamo bene che per loro non esiste solo il rischio legato al covid-19, perché tenerli in una comfort zone ci rassicura ma li espone ad una forma di “solitudine sociale”, di socialità spezzata innaturale per la loro età e per le loro inclinazioni.

La solitudine non è solo una sedia vuota, è anche una strada affollata senza volti. Penso al celebre racconto della solitudine dipinto da Edvard Munch, “Sera sul viale Karl Johan”: la solitudine di chi si sente solo in mezzo alla folla, fatta di volti senza anima, dove nessuno parla, nessuno comunica, quasi automi, dove nessuno guarda realmente i suoi vicini. Anche la folla è il luogo in cui si può provare la solitudine più profonda. Penso alla solitudine del Magistrato tra le immagini senza volto da cui, in nome della propria coscienza ed indipendenza, e senza peso alcuno, si affranca nella consapevolezza che il prezzo della propria libertà è fatto anche di solitudine.

Si è soli nella decisione, nella stanza vuota di una camera di consiglio in cui pensi a quanto è scritto e documentato, ma pensi anche alla vita non scritta di ciascuno, alle ragioni non documentate di un’azione, al peso della dignità e della vita di un uomo. Chi giudica è solo ed il prezzo da pagare all’indipendenza è il peso della responsabilità che grava solo su di lui, anche se fa parte di un Collegio. La solitudine per noi Giudici è quasi naturale, è propria di tutti noi.

Ma c’è anche un’altra solitudine per il Magistrato che non è quella che Calamandrei indica come <> che <> e non è neanche quella di San Bernardo che esalta la limpida serenità spirituale di chi la prova. No. E’ la solitudine del magistrato rispetto alle Istituzioni, è la solitudine del magistrato rispetto all’autorità politica. E’ un sentimento di abbandono, di frustrazione per il disinteresse rispetto a denunce di problemi sollevati in merito alle falle del servizio giustizia, alla mancanza di adeguata tutela delle condizioni di lavoro del magistrato specie in seno ad un contesto di emergenza sanitaria, alla assenza di dotazioni di risorse e mezzi materiali, al mancato funzionamento dei sistemi informatici, alla non funzionalità delle infrastrutture digitali non in grado di reggere il processo telematico. E’ un sentimento di opaca solitudine di chi si rende conto che il suo lavoro, il suo impegno, la sua dedizione non contano niente per nessuno, soli nel numero dei processi da definire a fronte di “strutture” non al servizio della giustizia.

Non sempre le Istituzioni ed il potere politico sembrano essersi resi veramente conto di quello che sia amministrare la giustizia e decidere sulla sorte delle persone, apparendo spesso affaccendate non tanto nella ricerca del bene pubblico, quanto in quella di misure demagogiche e di riforme inconcludenti fatte a costo zero e ad organici invariati, alla ricerca di facili consensi negli ambiti di potere. I volti senza anima in mezzo a cui il magistrato si sente solo non si identificano esclusivamente in quelli delle Istituzioni e dell’autorità politica, ma anche in quello della Magistratura erosa nella sua autorevolezza. Lo sconcerto e la rabbia per il non riconoscersi più in un volto che è divenuto senza anima e senza identità, conduce (e sta conducendo) a rifuggire ogni forma di partecipazione alla vita associativa o a gruppi associativi della magistratura perché identificati in aggregazione di poteri senza ideali e senza volto che agiscono per favorire i rispettivi iscritti nelle progressioni in carriera condizionate da amicizie e permeabili a pressioni politiche. Accanto alla solitudine, c’è anche il timore di divenire simili a quei volti, senza anima e senza colore.

Nessuno possiede ricette di cambiamento ma sai, forse istintivamente, che non devi restare fermo a guardare quei volti sentendoti diverso da loro, sai che occorre attraversarla tutta quella strada, percorrerla e superarla per ritrovare nuovi volti, nuovi spazi per un dibattito vero, culturale, sui temi che ci appassionano di politica giudiziaria e associativa nella comune concezione del proprio ruolo di magistrato e della propria indipendenza come vittoria sulle aspirazioni personali.

La solitudine va vissuta e poi capita e la sedia vuota osservata a lungo e poi riempita; non per compensare l’assenza di chi non c’è più o di chi non arriverà mai ma perché il vuoto non è assenza quando è fatto di ricordi vivi e di parole e di immagini che non finiscono mai di parlare al cuore. Niente ci lascia mai per sempre, ed è per questo che quella sedia non potrà essere mai vuota troppo a lungo ma possiamo trasformarla in uno straordinario punto di forza.

In questo periodo particolare siamo stati messi di fronte al senso di solitudine e all’impatto della permanenza per lunghi periodi nella propria casa senza avere contatti visivi con le persone a cui vogliamo bene. Pier Paolo Pasolini diceva che per amare la solitudine bisogna essere molto forti, bisogna avere buone gambe ed una resistenza fuori dal comune. Forse ha ragione lui, e allora questo tempo dedicato a noi mi auguro ci renda più consapevoli e più forti per interagire con gli altri, per ampliare noi stessi, per uscire dalle tante strettoie mentali attingendo da sé, dalle proprie risorse e dalla capacità di utilizzare in modo costruttivo questa dimensione per farla diventare, come quella sedia, uno straordinario punto di forza.
 
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