La paura e le persone LGBT+:
un sodalizio ancora indissolubile


 

di Claudio Finelli


La paura è una compagna di vita costante delle persone LGBT+, ancor oggi e nonostante i traguardi giuridici e sociali verificabilmente raggiunti dalla comunità. Nella vita di una persona LGBT+ coesistono, infatti, almeno due tipi di paure: quella che deriva dalla percezione di un presunto pericolo o di una minaccia che incombe sinistra sulla propria esistenza e quella che deriva da un’irrazionale repulsione che alcuni individui, e talora anche le istituzioni, manifestano verso la vita stessa della persona LGBT+.
Il primo tipo di paura è una paura che potremmo definire ontologica. Una paura che potrebbe essere stigmatizzata solo dagli idioti, da quelli che si lasciano sedurre dai motti dannunziani, da quelli che interpretano la vita come fossero perennemente in guerra. Insomma, questo primo tipo di paura non è affatto sintomo di debolezza, come un certo immaginario maschilista e machista vorrebbe suggerirci, ma è uno squillo di tromba che mette in guardia, che restituisce appieno la coscienza del limite. Un’avvertenza imprescindibile che ci riconduce alla natura umana, e dunque fragile, che ci appartiene. Una fragilità che, per una persona LGBT+ è amplificata dal fatto di appartenere a una minoranza, una minoranza percepita come “diversa”, “marginale”.

Questa paura ontologica appartiene a tutti, benché si manifesti in diverse gradazioni e, nelle sue espressioni più costruttive, è un sentimento che tenta di contenere l’arrogante hybris di Prometeo, mito sopravvalutato ed esemplare dell’uomo che ha smarrito la vera essenza della natura umana. In questa liquidissima e metamorfica epoca digitale e post-moderna, l’individuo, che ha perso i cardini fondanti delle certezze ultime e delle verità stabili, non può che fare i conti con questo tipo di paura e, conseguenzialmente, con una condizione che lo pone, rispetto alla paura, in una posizione di rigenerante libertà dialettica, di investigazione e perfino di scoperta.
Questo tipo di paura, in realtà, potrebbe essere considerata una vera e propria chance gnoseologica per tutti e soprattutto per chi vive una situazione di scacco sociale e spesso istituzionale, come la comunità LGBT+. Chi può negare, infatti, che proprio la spinta di questo tipo di paura abbia offerto alle minoranze, anche in passato, la forza e la determinazione per risemantizzare quanto è stato devastato da un trascorso oscurantista e retrivo? Per escogitare perfino nuovi equilibri e soluzioni rivoluzionarie?

L’altra paura è quella a cui, in maniera più tecnica e scientifica, diamo il nome di fobia. Un tipo di paura che, a differenza di quella costruttiva e gnoseologica che abbiamo trattato prima, appartiene alla dimensione delle psicopatologie e si manifesta con la necessità di evitare l’oggetto che provoca repulsione. Secondo l’interpretazione freudiana, nel caso di una fobia assistiamo alla negazione del problema interno e alla proiezione dell’angoscia dalla situazione psicologica interna verso l’oggetto esterno che viene caricato simbolicamente di valenze negative e fobiche. Le persone LGBT+ sono purtroppo gli “oggetti esterni” di individui fobici “sui generis”. Infatti, mentre per molte fobie, come l’aracnofobia – ad esempio - vale la legge generale che regola la casistica di questa condizione psicopatologica e dunque chi soffre di aracnofobia evita con attenzione di venire a contatto con i ragni, un omofobo, invece di evitare accuratamente di entrare in contatto con gli omosessuali, manifesta un atteggiamento di negazione verso i gay, da cui può potenzialmente scaturire un comportamento aggressivo e violento, un atteggiamento alimentato da una serie di pregiudizi e di convinzioni legati ad una subcultura dominante, infarcita di integralismo religioso, superstizione, maschilismo, sessismo, misoginia e razzismo. Discorso identico vale, indubbiamente, per un individuo transfobico o lesbofobico.

Ecco, allora, che nella vita di una persona LGBT+ le due forme di paura coesistono, si contaminano e si intrecciano necessariamente. Da un lato, un individuo LGBT+, così come tutti gli altri individui, percepisce la paura che fisiologicamente deriva dall’incombere minaccioso di un agente esterno sconosciuto sulla sua vita e sulle sue attività, che si tratti di una possibile aggressione omofoba e di una potenziale esclusione dovuta alla sua condizione come di una pandemia sconosciuta, di una guerra, di un abbandono o di qualsiasi altro evento ignoto, traumatico e doloroso. Dall’altro, un individuo LGBT+ vive anche il “minority stress” che deriva dall’essere cosciente di appartenere a una comunità che viene discriminata, sia socialmente che istituzionalmente (con delle evidenti differenze d’intensità a seconda delle latitudini e dei contesti) e che è dunque oggetto di ricorrenti manifestazioni omotransfobiche, al punto tale che Giuseppe Lo Presti e Gianni Pedote, nell’introduzione al loro volume “Omofobia” (Stampa Alternativa, 2003) concludono giustamente che “Raccontare l’omosessualità nella storia significa così analizzare quali discriminazioni e pregiudizi l’omosessuale ha dovuto subire. La storia dell’omosessualità spesso non è stata altro che la storia dell’omofobia”, come dire che, in assenza di una diffusa e riconosciuta Storia LGBT+ - e conosciamo bene quali resistenze incontri ancora oggi una sistematica e scientifica narrazione del vissuto e dell’immaginario LGBT+ - la Storia LGBT+ è la Storia delle paure di un’intera comunità.

Ovviamente, in questa disamina sintetica della paura come costante compagna di vita di una persona LGBT+ andrebbe affrontato anche quel fenomeno di profondo radicamento della paura e dello stigma che porta il nome di omofobia interiorizzata e che nasce dall’odio che le persone LGBT+ introiettano sin dalla nascita e che, come ricorda Franco Buffoni in “Laico alfabeto in salsa gay piccante” (Transeuropa edizioni, 2010), “nasce dal non sentirsi previsto, e tanto meno amato, come omosessuale”. Ma questa paura, come quella del coming out, è l’inevitabile ricaduta comportamentale di una comunità frustrata e ferita che, fin quando non maturerà appieno la consapevolezza di una narrazione condivisa, fin quando non riuscirà a raccontarsi e a tramandarsi in maniera seria, fiera e identitaria, stenterà a completare quel percorso d’emancipazione culturale e sociale che è iniziato solo 51 anni fa, a New York, nel mitico Stonewall Inn Pub di Christopher Street. D’altronde, la memoria di Sylvia Rivera, Stormé DeLarverie e Marsha P. Johnson ci suggerisce chiaramente che anche la paura e le persecuzioni subite, se rivendicate con orgoglio, amor proprio e dignità, diventano potentissimi volani d’accelerazione dei processi di riscatto e liberazione.

 
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