La paura e la speranza:
fine e salvezza


 

di Antonio Lepre


Quando ero bambino sognavo come tanti di essere un giorno un uomo senza paura, specialmente quando, a letto, mi afferrava il terrore gelido della morte e mi sentivo smarrito e sospeso in un buio senza fine. Crescendo, l’affanno della quotidianità mi ha, per così dire, distratto, portandomi ad affrontare le difficoltà di volta in volta attraverso una graduale e carsica rimozione delle mie paure più profonde. E ho coltivato allora il progetto contingente, il raggiungimento di questo o quell'obiettivo rassegnato alla maturità che predilige il senso pratico. Tra il sogno di essere immune dalla paura e la necessità di doverci convivere e affrontarla ho scelto una terza via: semplicemente non pensarci, evitare di rifletterci.

Questa sorta di limbo, sospeso tra forzata indifferenza e horror vacui, è durato fino alla nascita dei figli, evento che mi ha fatto piombare quasi brutalmente nella realtà, anzi nella verità: la responsabilità di padre mi ha costretto a fare di nuovo i conti con la paura dell’incertezza del futuro, dell’assoluta precarietà e occasionalità di ogni singolo istante della mia esistenza. L’amore per i figli mi ha proiettato nella necessità emotiva di progettare un futuro non più occupato dalle mie ambizioni e desideri, ma anzi dall’ansia di costruire per loro, di aiutarli, dargli solidità: la fuga non era più ammessa. È rispuntato allora, forzando ogni rimozione, l’antico gelido terrore della morte e della casualità che governa ogni cosa; i miei progetti sono diventati confusi, in cerca di equilibri impossibili da raggiungere tra esigenze troppo contrastanti.

Ma dopo questo sbigottimento iniziale, piano piano e tra mille cedimenti ho (forse) imparato a convivere con questa emotività, traendone anzi inaspettatamente beneficio; la definitiva presa di consapevolezza dell’imprevedibilità assoluta dell’esistenza si è trasformata in un motore potente, nella principale fonte di una rinnovata voglia di vivere, talvolta confinante con la scelta incosciente, con il salto nel buio. La mia vita, quindi, senza la paura sarebbe oggi molto più arida e preda di mille distrazioni mascherate da questo o da quel progetto assunto come indispensabile. Una vita senza paura, in fondo, è una vita senza aspettative. E questo perché fedele compagna della paura è sempre la speranza, con cui coabita in un matrimonio tormentato ma fruttuoso: l’una alimenta l’altra e insieme generano il coraggio, ingrediente essenziale della dignità dell’uomo.

Perciò tra tanti eroici personaggi letterari, alla fine quello che mi è sempre rimasto nel cuore è l’Ettore di Omero. Ettore che dedica i suoi ultimi pensieri e dolcissimi gesti al piccolo Astianatte e alla sua famiglia è la sintesi potente della vicenda umana: è eroe non perché vince, ma perché, senza arroganza e con tragica umiltà, va incontro al suo destino. In bilico tra la speranza di salvezza e la paura della fine.

 
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