"La patria dei forti"

 

di Dario Raffone


Avevo una zia, conosciuta quando già era anziana. La prima di 11 figli, l’ultima era mia madre. Era nubile di diritto, ma anche di fatto non avendo mai avuto modo di fare altra conoscenza, così si narrava, se non quella della chiesa presso cui si recava inesorabilmente ogni mattina alle cinque per le prime preghiere. La sua casa era un ininterrotto susseguirsi di teche, anche gigantesche, con all’interno Santi e Gesù, sempre illuminata, più che dall’Enel, da innumerevoli lumini posti innanzi ad immagini sacre.

Un personaggio straordinario nella sua follia vocazionale che spesso, quando da me provocatoriamente interrogata sull’effettiva consistenza del suo stato “nubilare”, amava rispondere che “la solitudine è la patria dei forti”. Devo confessare che le parole di mia zia hanno sempre insinuato in me più di un sospetto sulla mia effettiva forza morale. Svariate contingenze della vita mi hanno costretto, diverse volte, a lunghi periodi di solitudine.

Una prima volta, perché espulso dalla terra nordafricana dove ero nato e dove avevo passato tutta la prima gioventù sino a diciotto anni, con tutto il carico di sofferenza dovuto alla improvvisa recisione di legami, affetti, luoghi, panorami, ecc. Una seconda volta, meno drammatica, ma forse ancor più dolorosa, per emigrare verso un lavoro che non mi piaceva ma che mi consentiva di sopravvivere e che sono riuscito a lasciare con non poca fatica. In entrambi i casi, era la solitudine la cifra maggiormente significativa di quei giorni e le parole di mia zia tornavano implacabili a segnalare le mie insufficienze.

Poi ho cominciato a capire che la solitudine non poteva appartenermi perché in realtà io sono figlio del Mediterraneo che, come spiegato dal suo etimo, è il luogo del mezzo, dell’incontro fra popoli, civiltà, usi e linguaggi diversi. Nella città dove sono nato, come tutti quei luoghi in cui si incrociavano e convivevano tradizioni differenti, la solitudine era un concetto sconosciuto. C’era sempre qualcosa che ti riempiva la vita. Se non era il richiamo del muezzin per la preghiera della sera, erano gli odori delle cucine delle case delle famiglie ebree, sempre aperte, o le urla della signora Zata, anziana signora maltese del piano di sopra, che litigava perennemente con altri suoi familiari o, ancora, i riti bellissimi della comunità greca con i suoi battesimi dei neonati nel mare e successiva distribuzione di pane.

Si viveva largamente per strada e, per dirla con la nota canzone di Ornella Vanoni, ma in realtà di Gilbert Bècaud, “ non esiste(va) la solitudine”. E, forse, in ciò, anche Napoli, nelle sue pieghe più vere, ha ancora qualcosa da insegnare, da far vedere a chi vuole veramente sapere qualcosa della vita. Era la koinè mediterranea, quella che anche noi italiani, ma specialmente quelli del Sud, napoletani, siciliani, pugliesi, ci portiamo dentro, spesso inconsapevolmente. Una koinè che si ripresentava in tutti i luoghi più intriganti del Mediterraneo, vuoi che si stesse a Tunisi, a Tripoli, ad Alessandria d’Egitto, ad Istanbul, a Beirut, a Salonicco.

Tutti luoghi in cui, oggi, questa simbiosi, questo sovrapporsi di usi e costumi non c’è più, tutti tornati alla monotona uniformità della “cultura” prevalente per effetto dei venti nazionalistici e xenofobi che hanno spazzato il Mediterraneo, a partire dalla fine degli anni ‘60 del secolo scorso, tradendo così la sua vera natura. E va anche precisato, non per pedante precisione, che il silenzio e l’assenza non mancavano e non potevano mancare in una terra alle cui spalle si distende l’immenso silenzio del deserto, con le sue luci cangianti, con tutte le sue suggestioni, non ultima quella del ritiro in se stessi.

Era, però, questa capacità innata, inconsapevole, che ci portavamo dentro, di metabolizzare il tutto in una sorta di non voluta sintesi, che consentiva anche di vivere i momenti di solitudine, che pure arrivavano, come qualcosa di naturale, di inevitabile e, come tale, di non estraneità. Qualcosa di molto diverso dalle relazioni meccaniche, distanti che vogliamo o sappiamo oggi intrattenere, precipitati inevitabili di una sempre più pervasiva tecno-modernità in cui il tempo è diventato esso stesso mezzo e fine di profitto. Nell’era di internet, la velocità è tutto e la relazione con l’altro, con tutte le sue complicazioni, contraddizioni, con le sue andate e i suoi ritorni, è certamente disfunzionale rispetto a questo progetto. Nell’era dell’efficienza, la solitudine incombe.
In quello che è stato il mio tempo passato, la solitudine poteva capitare ma era un incidente di percorso senza troppe conseguenze. Era il tempo dello sguardo, della lentezza, oggi diremmo della disfunzionalità economica. In realtà, era solo il tempo dell’umanità.
 
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