La mia idea di magistrato

Lettera da un cittadino

di Gennaro Pagano

Caro Eduardo, mi hai chiesto nei giorni scorsi di condividere con te e con i tuoi lettori il mio pensiero su un tema complesso e delicato: l’idea e l’immagine di Magistrato. Non mi hai chiesto un parere esperto e hai fatto bene perché non ho competenze giuridiche o amministrative tali da poterlo offrire. Mi hai domandato invece un’opinione a partire dalla tua considerazione circa il mio essere un uomo e un cittadino impegnato con il mondo della giustizia umana.

Ecco. La giustizia umana. Quest’aggettivo può avere due accezioni, entrambe valide seppur apparentemente opposte. La giustizia e chi l’amministra deve sempre ricordarsi di essere “umana” e pertanto fallibile, imperfetta, necessitante di conversione e purificazione. La giustizia e chi l’amministra, tuttavia, è chiamata a “farsi” sempre più “umana”, cioè capace di intervenire rispettando l’uomo, tutto l’uomo, tutti gli uomini, qualsiasi sia il loro status nella società, qualsiasi sia il ruolo per il quale, a malincuore, compaiono nel tribunale umano: vittima o carnefice e entrambi contemporaneamente.

La giustizia è la stella cometa da seguire, il seme da piantare e coltivare con cura, un tesoro fragile da custodire con prudenza ma che richiede anche la capacità di investire per farlo fruttare. La giustizia, attenzione. Non la legalità. Per alcuni le due cose coincidono. Per me no. E se mi sento chiamato a profetare per la prima, mi sento obbligato a rispettare la seconda ma non a difenderla dogmaticamente.

La legalità, cioè l’atteggiamento di profondo rispetto e osservanza della legislazione vigente, è un dovere di cittadinanza ma, al contempo, è dovere di coscienza lavorare affinché la legalità custodisca la giustizia senza diventare un contenitore disumano. Credo che il Magistrato, negli spazi e nei modi che conosce solo chi fa questo mestiere, sia chiamato proprio a questa vocazione delicata e importante: cercare tra le pieghe delle leggi, negli spazi interpretativi che pure gli sono concessi, ciò che in coscienza è più giusto, vero, buono. Ed è per questo che l’organo più importante per i cittadini togati è la coscienza. E l’atteggiamento più sano per coltivarla è la capacità di silenzio: l’unico linguaggio che consente di ascoltare sé stessi e l’Altro.

Un Magistrato, in ascolto della coscienza, è attento ad evitare le generalizzazioni in quanto l’unità omogenea della legge e delle regole non riesce e non riuscirà mai a contemplare le singolarità e le tortuose condizioni psichiche, sociali, relazionali alla base di trasgressioni e reati. Ci sono casi che solo uno psichiatra potrebbe spiegare, altri che richiederebbero l’intervento di un’equipe specializzata per una risposta capace di pesare i tanti fattori motivanti una carriera deviante, e altre situazioni in cui l’efferatezza e la gratuità di un atto non lasciano posti al dubbio tanto chiara è la colpa e la responsabilità. Per questo il Magistrato deve essere giusto tanto per Abele quanto per Caino.
E se la prima attenzione viene naturale, il secondo atteggiamento non può che essere intenzionale e frutto di una capacità riflessiva. Infatti, al margine di questo tempo ipocrita e giustizialista, occorre ricordare sempre che nessuno con onestà intellettuale potrebbe giurare sulla sua vita o sul cielo stesso di esser capace di non commettere mai e poi mai qualcosa di punibile dalla legge degli uomini. Per questo occorre occuparsi e preoccuparsi tanto delle vittime quanto dei colpevoli. Per questo, anche in questi giorni difficili di emergenza sanitaria e sociale non occorre dimenticarsi di Caino anche se è difficile stare dalla sua parte: è difficile lavorare contro ogni speranza al suo recupero, aiutandolo ad uscire dalle sbarre non tanto del carcere ma della sua mente, del suo cuore, della sua storia apparentemente predestinata. È difficile perché per molti è più facile trovare il colpevole, assolvendo sé stessi e il sistema sociale da ogni colpa e da ogni responsabilità. Cosa che aumenta la percezione della sicurezza ma senza incidere nella realtà oggettiva, più complessa e variegata.

È difficile perché nel migliore dei casi Caino perde il suo nome e viene identificato per sempre con il reato che ha commesso, etichetta permanente che lo rende riconoscibile a vista di social. È difficile perché i tanti Abele e i loro familiari vittime di dolori assurdi hanno dogmaticamente ragione e andrebbero accolti nei loro dolori impossibili, accompagnati ma lontano dai riflettori, con la discrezione di chi ha bisogno di riconciliarsi non solo e non tanto con il colpevole (cosa ardua e irrichiedibile) ma con il non senso e con la vita (cosa ardua ma necessaria).È difficile stare dalla parte di Caino perché devi essergli accanto senza parteggiare per lui ma avendo ben chiara la condanna del suo male, la necessità della sanzione e soprattutto il bisogno di impedire che altro male venga operato. È difficile stare dalla parte di Caino eppure è necessario. È la Costituzione che ci chiede di accompagnarlo nella sua rieducazione, di trovare anche negli occhi di un assassino quella traccia di umanità da cui ripartire affinché assassino non lo sia mai più. Nell’interesse suo. Ma anche nostro, di tutti. È difficile stare dalla parte di Caino ma diventa impossibile ogni qualvolta ci dimentichiamo che Caino abita anche dentro di noi e che per questo, come cantava De Andrè, anche se ci crediamo assolti siamo tutti per sempre coinvolti.

Ecco Eduardo, concludo questi pensieri sparsi e forse confusi, confessandoti un pensiero: se un giorno per i motivi più diversi mi dovessi ritrovare ufficialmente nei panni di un imputato e dovessi comparire dinanzi ad un tribunale, desidererei trovarmi dinanzi ad un giudice coscienzioso, capace di ascoltare le ragioni di Caino e di obbedire alle leggi degli uomini condannando ciò che c’è da condannare ma al contempo capace di leggere, tra le pieghe della mia storia, il volto di Abele, lavorando affinché cresca sempre più in me l’uomo giusto, per riconsegnarmi domani sano e libero alla comunità sociale. Per il mio bene. Per il bene di tutti.
 
 
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