La libreria
è un luogo lento

 

di Chiara Calò


Da dieci anni sono una libraia. Questa esperienza che avrebbe dovuto essere una parentesi lavorativa è diventata un modo di stare nel mondo. Inizio con questo riferimento personale perché quello di cui parlerò in queste righe è una specie di consapevolezza maturata nella quotidianità delle librerie in cui ho vissuto. Qualche giorno fa una lettrice mi ha chiesto “L’ultima estate in città” di Gianfranco Calligarich, pubblicato da Bompiani, un libro molto amato, che ho impiegato molto tempo per raccontare ai lettori con parole giuste. È rimasto sugli scaffali, ha aspettato, a dispetto della regola (che pure esiste) per la quale dopo meno di due mesi i libri diventano obsoleti e possono essere resi.
Angelica e Maria Carmela Sciacca, colleghe che ammiro e stimo molto, dopo aver gestito per molti anni una piccola libreria a Catania hanno deciso di rilevare una storica bottega ormai chiusa della città facendo nascere una nuova libreria, La legatoria Prampolini, che si è aggiunta alla Vicolo Stretto nel lavoro di promozione della lettura e dell’incontro. In questo frangente hanno costituito una società dal nome eloquente, “Prenditi il tuo tempo”. Ogni libraio sa che questa decisione è un passo necessario, preliminare a qualunque lettura.

In questi pomeriggi di inizio autunno mi è capitato spesso di sottrarmi ad altri impegni per andare in solitudine a leggere in una delle ville romane, in un silenzio fuori dal tempo che considero ingrediente essenziale per la mia formazione professionale. Se non esistesse un tempo sottratto alla vita sociale (ma meglio sarebbe dire alla vita “visibile”, sottoposta agli sguardi, necessariamente raccontata) il nostro mestiere sarebbe semplicemente impossibile.
Metto insieme questi tre punti scollegati fra loro perché mi pare che meglio di qualunque ragionamento spieghino che cosa intenda con l’affermazione che spesso ho fatto, che le librerie sono creature lente, le librerie sono luoghi nei quali è possibile ritrovare una dimensione umana del vivere, dove non tutti i gesti e le parole siano finalizzati ad ottenere qualcosa o a migliorare una condizione di partenza.

Fino a non molto tempo fa, anche a me probabilmente questa sarebbe sembrata una caratteristica di poco conto. Ci siamo accorti, invece, che una delle questioni irrisolte del presente coincide proprio con la gestione del tempo. Non solo del tempo che manca alla realizzazione dei nostri progetti, ma anche del tempo che c’è e non si sa come riempire, come rendere significante, senza poter “fare”. Senza poter costruire. Che cosa costruisce chi resta pomeriggi interi affondato in un divano leggendo o rileggendo? Che cambiamento immediatamente tangibile determina? Che tassello può aggiungere alla narrazione senza soluzione di continuità che dobbiamo pur fare delle nostre esistenze? Non credo che queste siano domande retoriche per le quali possa esistere una risposta immediata e universalmente accettabile. Sono interrogativi che mi accompagnano nella mia quotidianità lavorativa e non solo.

Una grande questione aperta e, purtroppo, spesso affrontata con un ricorso a formule semplicistiche è quella sulla ragion d’esistere delle librerie e, particolarmente, delle librerie di quartiere. Non voglio dire quello che penso in merito, ma fare alcune brevi considerazioni sul fatto che tenere in vita una libreria significa anche dare valore al tempo proprio e altrui. Basta poca familiarità con il mondo dell’editoria nel suo insieme per sapere che nessuna libreria, per quanto gestita con attenzione e responsabilità, è capace di offrire contemporaneamente al lettore qualunque testo di cui abbia bisogno. Questo - è banale dirlo – soprattutto perché la quantità di titoli disponibili sul mercato non sarebbe compatibile con qualunque spazio, per quanto ampio. Molto spesso, il lettore che si rivolge alla piccola libreria in cerca di un titolo specifico può trovarsi nella condizione di dover aspettare un paio di giorni per riceverlo, con tutti i disagi immaginabili che questo comporta. Gestire una libreria significa anche riuscire ad anticipare le ricerche di lettori attenti e curiosi, banalmente ascoltare.

Credo che dobbiamo venir fuori da un equivoco, penso che l’ascolto sia un dovere e un esercizio, non solo e non tanto un’attitudine. È una cosa che solo il tempo può rendere possibile, l’allenamento della percezione, delle reazioni fulminee che si possono cogliere in un dialogo, in una relazione. Perché una libreria possa stare in piedi ha bisogno di librai allenati e capaci di moltiplicare le possibilità che i lettori trovino fra gli scaffali quello che realmente cercano. Anche quello che non cercano, ma questo è un altro discorso. Credo che queste peculiarità di gestione di una libreria possano essere lette in chiave metaforica senza eccessive forzature e che si possa, proprio in questo momento in cui l’attenzione di tutti è continuamente sollecitata, aprire un confronto libero su quale sia il senso, la ragione per cui quelli che vorrei definire luoghi “lenti” (le librerie possono essere considerate solo un esempio), debbano restare in vita.

È possibile ragionare su questo considerando la differenza etimologica fra le parole “economia” (gestione della casa) ed “ecologia” (discorso sulla casa), dove la prima è l’insieme delle norme che regolano il funzionamento della casa comune e la seconda è l’insieme delle ragioni profonde per le quali queste norme sono state stabilite. Devo a don Tonino Bello il fatto di subire da decenni un fascino irresistibile per questa distinzione. Credo che sia possibile iniziare un discorso nuovo che guardi ai luoghi non solo in chiave economica, ma anche in chiave ecologica. Non con l’obiettivo di preservare i luoghi stessi per partito preso, ma con l’idea che sia possibile costruirne anche di nuovi, a misura delle persone che li vorranno abitare.
 
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