La libertà e lo Stato indifferente


 

di Dario Raffone

Clara Paglionico, giudice presso il Tribunale dei minorenni di Napoli, ha pubblicato sulla newsletter dell’associazione LOM (Laboriosa Officina Magistratuum) un lucido ed importante articolo sulla nuova improcedibilità nelle impugnazioni penali partorita dalla ministra Cartabia. Improcedibilità che consente di spedire nel nulla i giudizi di impugnazione delle sentenze penali trascorso un certo periodo di tempo. In tale articolo, chiaro anche per i profani, si dà conto di questa ennesima riforma sul rito penale collegando, ed è questo, a mio avviso, il pregio principale dello scritto, la vicenda tecnica in sé ad uno scenario non solo giudiziario ma ben più ampio.

L’autrice si domanda, evidentemente in forma provocatoria, come mai, vista la necessità di smaltire l’arretrato, altrimenti destinato alla prescrizione, non si sia emanata una amnistia che consentisse almeno di ovviare ad una mancata seria depenalizzazione. Forse perché, si potrebbe chiosare, perché la tanto invocata libertà avrebbe costretto una debolissima classe politica a misurarsi con gli umori forcaioli largamente presenti nel Paese ed alimentati con spregiudicatezza da ben individuate forze politiche. Rileva inoltre, la stessa, come tale improcedibilità risulti ancor più fuori misura della prescrizione la quale, almeno, arriva quando non vi sono elementi certi per un’assoluzione.

Si utilizza, quindi, una norma di modesto ancorché eccentrico carattere procedurale per giungere ad un risultato di portata molto pervasiva e cioè il confinamento dei giudizi penali, o di larga parte di essi, in una sorta di nuovo limbo dove, alla fine, si potrà dire (dopo tutte le notorie fatiche per giungere a sentenza nel dibattimento di primo grado e dopo tutte le risorse materiali e personali consumate): abbiamo scherzato non è successo niente! Credo che mai la civiltà giuridica di questo Paese sia scesa così in basso.

Detto questo, la riflessione del giudice Paglionico merita la maggior attenzione per il suo esplicito collegarsi a dinamiche politiche più generali, quelle tipiche dello Stato neoliberale che fa della libertà dell’individuo l’unico momento rilevante della vita sociale. Libertà che rimane un valore fondamentale ma solo se innervata in contesti non meramente solipsistici. Sarebbe qui troppo lungo e complesso approfondire il tema che pure meriterebbe una riflessione più distesa. In ogni modo, tale circoscritta vicenda ci fa capire come ci si trovi davanti ad un’altra tappa della progressiva distruzione del legame sociale a favore di un nuovo tipo di umanità che merita l’attenzione dello Stato solo per la sua attitudine a competere economicamente, a consumare. E in cui concetti come attesa, tempo, riflessività sono ormai variabili da comprimere all’infinito. E ciò perché, non essendo l’efficienza un valore ma solo uno strumento per inverare valori, il suo mondo non ha confini.

Si può sempre essere più efficienti di chi è già efficiente proprio per l’impossibilità di un limite, di un katekhon che riporti tutto a misura. La giustizia penale è, entro certi miti, una sorta di kathekon e ciò non solo per la sua intrinseca finalità ma anche per il “rito” e per le modalità del suo svolgersi che ricordano (rectius: dovrebbero ricordare) la sua origine sacerdotale, il suo porsi come momento carismatico. Concorrono a suffragare tale visione la toga dei celebranti, giudici e avvocati, la distanza fisica del giudice dalle parti, il suo scranno posto in posizione sopraelevata. Elementi tutti che vogliono ricordare una sacralità, una cerimonialità incompatibili con le dinamiche del libero commercio a cui tutto deve piegarsi. In sintesi, la visione oggi dominante ci dice che lo Stato deve essere indifferente rispetto a modelli di relazioni sociali fondate su altri valori, diversi da quello appena ricordato e limitarsi ad essere un mero regolatore di traffici su cui nulla può dire.

Valori oggi scolpiti nella nostra Costituzione non a caso oggetto di insofferenti critiche. Non bisogna disturbare gli affari dei cittadini con troppi controlli di legalità, troppe tasse, con estimi catastali aggiornati anche ai fabbricati abusivi, con normative a difesa dei lavoratori più deboli, tipo salario minimo, contratti dignitosi e perfino con il vituperato reddito di cittadinanza che ha il grave torto di sottrarre i giovani alle forme di sfruttamento più brutale. Tutte cose ritenute ormai insopportabili limitazioni della libertà che in realtà dovrebbe fare aggio su tutto. Peccato che ci sia un piccolo particolare a rendere distonico lo scenario così tenacemente perseguito: nell’era della tecnica, come è quella attuale, ogni idea di libertà, che non sia solo quella di cercare di sopraffare gli altri, di competere per l’efficienza economica senza fine, tende a tramontare. Tutti gli scenari sono già prestabiliti a dispetto di ogni nostra diversa volontà. Forse anche quella desiderosa di un processo penale che persegua un decoroso equilibrio tra garantismo e pretesa punitiva.
 
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