La giustizia
e la strada della coscienza

 

di Anna Grillo


Estate 1992. Da qualche mese era iniziata la mia nuova avventura come pubblico ministero a Lagonegro. La prima esperienza di giudice penale a Trapani, ufficio dal quale provenivo, mi aveva segnata molto. Eventi drammatici che avevano coinvolto la magistratura siciliana di quegli anni, omicidi di magistrati, corvi nei palazzi dei veleni, avevano messo alla prova, forse troppo prematuramente, la mia capacità di discernimento e di scelta di campo. Non era difficile rendersi conto che collocarsi come le tre note scimmiette (non vedo, non sento, non parlo) e soprattutto trasmettere questo messaggio di “innocuità” a chi contava, mi avrebbe reso il cammino più agevole, senza intoppi, nel rassicurante limbo della irresponsabilità. Scelsi l’altra via. Non fu semplice. Il destino aveva voluto che al mio primo impiego, al mio primo allontanamento da casa e da mio marito (ero sposata da qualche anno) mi trovassi catapultata in una realtà straordinariamente drammatica. Avevo avuto quello che, solo molti anni dopo, ho considerato il privilegio (per molto tempo l’avevo considerata una sciagura) di capire, per averla conosciuta da vicino, la mafia più feroce, ma anche di lavorare fianco a fianco di colleghi di straordinaria forza e professionalità, che nonostante avessero visto cadere amici, vicini di stanza, collaboratori fidati, ad opera di quella oscura mano nemica, continuavano con coraggio a celebrare processi scomodi, a confiscare beni a pericolosissimi boss. Ma, avevo anche conosciuto l’alta parte del pianeta. Magistrati, che occupavano posti apicali, trascorrere serenamente le loro giornate. Passeggiavano con tranquillità sul lungomare senza scorta, frequentavano circoli e salotti, senza alcun disagio.
Paolo Borsellino, Procuratore della Repubblica del limitrofo ufficio di Marsala, prima che prendessimo servizio in Sicilia, noi del concorso del febbraio 1989, ci aveva messo in guardia. Attenzione a non frequentare persone al di fuori del vostro stretto giro di colleghi, limitate le uscite all’essenziale, privilegiate gli incontri nelle vostre abitazioni private, assolutamente sconsigliato frequentare circoli e luoghi di aggregazione sociale. Noi, giovani, provenienti da varie zone dello stivale, inesperti e con limitata capacità d’incidere in quella realtà così complessa e per noi misteriosa, dovevamo stare attenti. Essere prudenti. Ci attenevamo scrupolosamente alle misure raccomandate. Ci eravamo abituati all’autista della blindata che veniva a prelevarci, prendendo nota di tutti numeri di targa delle auto che transitavano intorno alle nostre abitazioni. Avevamo familiarizzato con gli uomini della scorta armati di mitra, che stazionavano sulla porta cassaforte dell’appartamento blindato all’interno del palazzo di giustizia (costruito per Carlo Palermo, all’indomani della stage di Pizzolungo), abitato da un collega ad alto rischio di attentato. Come era possibile che in quel clima, quando noti pentiti di mafia parlavano di un programmato omicidio di un “giudice innocente”, scelto a caso, tra quelli in servizio tra Trapani e Marsala, per rappresaglia verso l’efficace attività di Paolo Borsellino (ritenuto troppo protetto per essere l’obiettivo), alcuni magistrati siciliani, nati e sempre vissuti a Trapani, conoscitori di storie, dinamiche, nomi e collegamenti, non corressero alcun pericolo? Non sta a me dare la risposta.

Certo, all’esito di una scottante inchiesta dell’epoca da parte del CSM, alcuni di quei colleghi di vertice spensierati, coinvolti nell’inchiesta, optarono per il pensionamento quando non furono prima attinti da pesanti provvedimenti disciplinari. Capii anzitempo che c’era un solo modo per servire la legge. Fare il contrario delle tre scimmiette. Cercare di maturare il proprio grado di consapevolezza e d’indipendenza. Significava uscire dalla propria confort zone, per entrare nel dramma delle vicende giudiziarie, attraversandole con coraggio e autonomia, vincendo il pregiudizio, la paura, e ogni forma di condizionamento sia esterno che, molto più spesso, interno. Dopo appena un mese nella mia nuova sede, venni raggiunta dalla ferale notizia dell’eccidio di Capaci. Avevo incontrato Giovanni Falcone e sua moglie, la dolcissima Francesca Morvillo, solo qualche mese prima. Con il mio presidente di sezione (storico amico di Giovanni) e un gruppetto di giovani colleghi di Trapani e Marsala, avevo partecipato a Palermo al suo pranzo di saluto prima del trasferimento al ministero, per ricoprire l’incarico di Direttore degli affari penali. Il clima mi era sembrato più rilassato rispetto a circa due anni addietro, quando con lo stesso gruppo di colleghi avevo preso parte ad una tavolata, in una zona appartata delle Saline marsalesi, in occasione della sua candidatura al CSM. Questa volta avevo notato minori misure di sicurezza. Forse l’imminente allontanamento dall’isola di quel fedele servitore dello stato, il nemico giurato della mafia siciliana, aveva fatto allentare la tensione per la sua incolumità.
Fui scossa da un irrefrenabile pianto. Un senso di gelo invase tutta la mia persona. Pensieri oscuri, interrogativi senza risposta affollarono per giorni e notti la mia mente inquieta. Perché tanto dolore? Quel collega dal sorriso sornione e lo sguardo intelligente, dotato di un senso dell’ironia irresistibile, mi aveva catturata più di ogni altro. Mi torna tante volte nel pensiero. Il suo modo semplice di relazionarsi, i piccoli gesti di attenzione, erano il suo modo fresco e semplice per farti capire che per lui c’eri anche tu. I ricordi che aveva lasciato a Trapani, la sua prima sede, come giudice civile, avevano la stesso valore della sua testimonianza dell’impegno antimafia. Giovanni Falcone era un uomo che non conosceva l’indifferenza verso i suoi simili e verso le vicende umane. Questa era la sua grandezza di magistrato. Di lui ero attratta dall’umanità e dall’impegno responsabile.

Gli esempi viventi entrano nelle nostre vite anche senza rendercene conto. Cambiano le nostre coscienze, ci costringono a vedere, ad ascoltare, ad uscire dalla gabbia dorata dell’indifferenza. Quella mattina di uno dei miei primi turni di servizio esterno, quando il Maresciallo dei Carabinieri di Trecchina mi chiamò per comunicarmi che un operaio era morto schiacciato dalla benna di una pala meccanica, mi recai sul posto per il sopralluogo. Ho ancora davanti agli occhi gli enormi tubi per l’acquedotto in costruzione collocati sul camion. Su quei tubi si trovava il povero operaio. Gli era stato assegnato l’inaudito compito di infilarli uno per volta in una vecchia cinghia appesa come uno staccio alla benna, manovrata alla cieca da un altro operaio collocato in una cabina di comando priva di visibilità. Ricordo che in qualche mio atto scrissi che, in quelle condizioni, soltanto un miracoloso colpo di fortuna avrebbe potuto evitare la tragedia. Come accade spesso, la grande società che si era aggiudicata l’appalto aveva affidato la realizzazione delle opere a una piccola impresa locale, priva di mezzi e sprovvista delle benché minime misure di sicurezza. Un uomo sano, nel pieno della vita, aveva lasciato una giovane vedova e due bambini in età scolare, perché aveva prevalso la legge del profitto. Prima di allora non avevo mai toccato così da vicino il dramma di una morte tragica. Non avevo mai visto un cadavere che non fosse ben sistemato tra cuscini candidi, circondato da corone di fiori e accompagnato dalla preghiera dei propri cari. Volli capire. Non ebbi la forza di entrare nella sala mentre il medico legale praticava l’autopsia. Fu l’odore nauseabondo ad impedirmelo, ancora prima delle raccapriccianti immagini di quel povero corpo sezionato. Rimasi sulla porta a distanza, solo pochissimi minuti e mi allontanai scossa da un profondo senso di pietà.

Quando tornai in ufficio, la idea che prima avevo della morte tragica non era più la stessa. Ora l’avevo osservata, odorata, in qualche modo, vissuta. Ora non potevo sottrarmi alla responsabilità di svolgere fino in fondo il compito che la legge mi aveva assegnato. Quel segmento di storia giudiziaria dipendeva dal mio impegno, dal tempo che vi avrei dedicato, dallo scrupolo con il quale avrei seguito ogni passaggio della procedura senza incorrere in omissioni o nullità, dalla completezza con la quale avrei formulato il capo di accusa per dar modo agli incolpati di esporre la loro difesa. Ora non mi era più possibile leggere gli atti trasmessi dalla Polizia Giudiziaria con sguardo distratto, con indifferenza. La fretta, gli altri impegni, non mi appartenevano più. Il senso di responsabilità nel cercare di rendere giustizia a quella vita immaturamente sottratta all’amore dei suoi cari aveva travolto ogni altra esigenza egoistica.

Il mondo della giustizia è un palcoscenico del dramma. Non lo si può percorrere senza maturare questa consapevolezza. L’esperienza giovanile mi ha fatto comprendere che per fare il magistrato non si può abbandonare la strada della coscienza. La via sempre in salita dove si mette in gioco la capacità di entrare in mondi nuovi, spesso molto distanti da quelli delle proprie rassicuranti abitudini. Nel dramma dell’uomo, nelle sue debolezze s’incontrano i propri limiti, i pregiudizi, l’impotenza ad aprire le barriere personali. Il delicato equilibrio nell’attraversare le storie senza perdere la terzietà del ruolo costituisce l’essenza del lavoro del magistrato. Questa costante ricerca è vita, è crescita, è maturazione, è conoscenza, è forza. È il fascino e allo stesso tempo è la sfida del lavoro del magistrato, sia esso giudice sia esso PM, sia che si occupi di mafia sia di finita locazione. Devo molto alle storie che ho incontrato, mi hanno aperto scenari impensabili e fatto comprendere quanto sia illusorio il piccolo universo entro il quale spesso ci costringiamo a vivere. Nella irrealtà di questi piccoli mondi si celano paure, necessità di essere riconosciuti e di affermazioni personali. E’ da queste cellette che germinano le distorsioni della giustizia. Un divorante meccanismo all’inverso, l’interversione dell’interesse: l’indifferenza nel rendere una giustizia giusta, contro un crescente interesse alla realizzazione di obiettivi personalistici e formali. Sono stata fortunata ad essermi imbattuta in situazioni e colleghi che mi hanno aiutato a riflettere sul significato del mio mestiere e sul pericolo dell’indifferenza. E’ auspicabile che alle nuove generazioni di magistrati si aprano riflessioni profonde sul senso del meraviglioso lavoro al quale hanno scelto di dedicarsi.

 
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