La giurisdizione diffusa

dei giudici "senza qualità"

 

di Maria Lucantonio

Ognuno di noi coltiva un’idea del sé che tenda il più possibile al bene, alla bellezza di forma e contenuto, e nei rapporti sociali cerca di costruire un’immagine che a tale idea corrisponda. Si tratta, credo, di una naturale inclinazione dell’essere umano, una spinta volta a dare il meglio di sé nel rapporto con gli altri, perché nessuno è più vero di quando rimane solo con se stesso e può permettersi di cantare pur essendo stonato, lontano dal palcoscenico della commedia umana. Senza ricorrere all’ abusata metafora della maschera, è innegabile che la nostra immagine pubblica rincorra sempre una versione migliore della nostra natura. Le difficoltà sorgono quando l’immagine pubblica si affeziona a un’idea, e quell’idea, immutata nel tempo, lentamente perde colore, mentre la vita scorre, con proposte sempre nuove, e si fatica a riconoscere quell’idea ormai lontana, forma vuota senza più contenuto, inseguita dall’immagine che si vuole mantenere, forse sbiadita anche quella.

Penso che questo accada anche per l’idea della magistratura, almeno per quella presente nel comune sentire, forse perché, e non dico nulla di originale, l’immagine pubblica della categoria è oggi oltremodo in crisi. Molti che, come me, sono entrati in magistratura negli ultimi anni del ‘900, ricorderanno tribunali diversi popolati da giovani colleghi che si affacciavano in questo ambiente timidi ma pieni di passione, e si tuffavano in un mare di fascicoli, convinti di poter fare tanto e bene, colleghi più esperti che, con empatia e dedizione, insegnavano la pratica del lavoro ma anche il metodo di studio e, forse esagero, ma lo dico per quanto mi riguarda, ci si sentiva così grati di poter svolgere, dopo tanto studio, l’ agognata funzione, che quasi ci si stupiva di essere anche remunerati.

Oggi non è più questa l’atmosfera che si respira, magari ci sono più competenze, una formazione più specifica, ma un certo disincanto, un’etica del lavoro volta più all’ emergere del personale che non al bene comune. Non è più il tempo degli eroi tragici della lotta alla criminalità organizzata, non più quello di Mani Pulite, non più il tempo dei girotondi, quando l’idea della magistratura, almeno per i più, aveva una forte componente etica.

Le vicende degli ultimi anni ci hanno dimostrato che anche tra i magistrati un atteggiamento eticamente rigoroso non è così scontato, e non mi riferisco unicamente ai tristi e gravi episodi che negli ultimi tempi sono oggetto di cronaca, ma a tutto un modo di sentire e di pensare il nostro ruolo ed il nostro lavoro che col tempo è mutato. Infatti si è passati da un’immagine del magistrato silenzioso, che parla solo con i propri provvedimenti, dedito allo studio e all’approfondimento delle questioni giuridiche, attivo nel sociale senza prendere parte alla politica, ad una nuova immagine, più attuale, di magistrato attivo nella vita pubblica, che scrive e tiene convegni anche in contesti non propriamente scientifici, spesso intento più a parlare che ad ascoltare, a promuoversi più che a promuovere diritti altrui.

Certo, diranno in molti, ma l’idea del magistrato sereno e distaccato, servo solo della Legge, che osserva dal suo cantuccio lo scorrere degli eventi, e non si attiva, non interviene, non esprime opinioni, è antiquata, sterile, avulsa dalla realtà.
Sarà così, sicuramente , forse il mio è lo sfogo nostalgico di un giudice “senza qualità“ del ‘900, ma non posso fare a meno di pensare che la Costituzione non si invoca, si applica e si vive, proprio come il Vangelo per chi è credente, e viverla secondo me significa vedere in ogni storia, in ogni persona, in ogni avvocato che abbia la ventura di incontrarci un’occasione di promuovere l’uguaglianza sostanziale, che può essere anche considerare importante ogni questione sottopostaci, non solo quelle che permettono di “volare alto” e di trattare temi di massima rilevanza sociale.

Certamente è utile e giusta per tutti i cittadini una qualificata attività giurisprudenziale, che porti a sollevare questioni innanzi alle Corti Superiori, in modo da consentire una evoluzione virtuosa delle regole di convivenza civile ed una promozione dei valori costituzionali, ma non dimentico che la maggior parte della richiesta di una giustizia uguale per tutti si realizza con una attività di giurisdizione diffusa, dove tutti hanno diritto di essere ascoltati ed ogni causa è importante, e merita uguale attenzione e ascolto.

La mia idea di magistrato, insieme a una immagine un po’ danneggiata ma sempre in movimento, è quello di qualcuno che ascolta, che dà udienza, e solo dopo dice, e dice ciò che sa. E che, più che sentirsi depositario privilegiato delle verità rivelate della Costituzione, la rilegge e cerca di applicarne i principi in ogni provvedimento, anche in quelli che volano basso.
 
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