La fattoria delle carezze
nel tempo dell'assenza


 

di Gennaro Pagano


Ogni giorno imparo molto dai miei animali. Nella fraternità in cui vivo, tutt’una con la realtà del Centro che dirigo, vi è un asino, quattro capre, qualche papera, molte galline, un pavone, tre cani e tanti gatti. Ogni tanto, quando ne spiego i motivi della presenza a qualche visitatore, cedo alla tentazione della funzionalità: servono a questo progetto, ai ragazzi di Casa Papa Francesco piuttosto che a quelli di Casa Raoul. In realtà non dico bugie: è tutto vero. Ma commetto una grande omissione di verità: sono qui perché sono qui. Sono parte di questa fraternità. Educatori di questo Centro Educativo. Insegnanti di spiritualità e di vita. Da loro ogni giorno imparo la bellezza dell’essere se stessi nell’essenzialità, senza ninnoli e maschere, senza profumi seducenti utili solo a nascondere quegli odori rudi e crudi che pure fanno parte della vita e siamo soliti chiamare “puzze”, semplicemente perché non ci garbano. Dal mio asino imparo la sottile sensibilità di un’anima fedele, forte, accogliente e mai lamentosa. Dai miei cani apprendo la tenacia dell’attesa, e la gratitudine continua che si accontenta di poco. Anzi, che desidera una cosa sola: la presenza. E mi mettono in guarda dal rischio dell’indifferenza, ricordandomi che la mia umanità si misura sulla capacità di attendere sempre. Senza far mai pesare ad alcuno, neanche a Dio, il tempo dell’attesa. Dai miei bipedi piumati imparo la tenerezza evangelica con la quale difendono, nutrono, accompagnano i loro piccoli: disegnando con le loro penne, tra il fango e i sassi, la colorata vicenda di quell’amore genitoriale che sa di Dio. I gatti mi raccontano invece la fedeltà di un’amicizia in cui i confini sono rispettati pur nell’intimità più grande. E ognuno resta sé stesso, in un’interdipendenza dolce, virile, persino sanamente furba ma che mai diventa sottomissione e dominio.

I miei animali sono una sinfonia di superfici, cangianti con le stagioni, dalle sensazioni tattili più variegate: è possibile affondare nella morbidezza dei conigli per poi incontrare il crespo di Bella, giovane asina sempre disponibile alla carezza umana. Dopo qualche tentativo di avvicinamento andato a male, il dono inaspettato delle piume vellutate delle oche è compensato dal salto inatteso di una gallina, le cui zampe ruvide si strofinano involontariamente ad un piede.
Non tocco spesso i miei animali, la spirale delle giornate mi concede poco ozio per potermi dedicare a loro come vorrei. Ma quando sosto un po' di più nella loro compagnia osservo la facilità con cui si toccano e in questo tempo strano ne sento nostalgia, amputati come siamo del senso sporco e delicato del tatto. Distanza, un metro, due metri, tre metri. Situazione difficile da far digerire ad un corpo che è pensato per toccarsi e toccare: dal tatto passa il senso di accoglienza, la serenità della fiducia primordiale, la capacità di sentirsi a sicuro nella vita, nella propria casa come nel proprio corpo.

Harlow, uno psicologo statunitense, molti anni fa compì un esperimento per verificare le idee di Bowlby e la sua teoria dell’attaccamento. Si rivolse così alle scimmie Rhesus, una specie asiatica di macachi, per molti versi vicina agli umani. Così - non ci sarei mai riuscito al suo posto - separò i cuccioli dalle madri per osservare la loro reazione e adottò una variabile curiosa: nelle gabbie delle scimmie c’erano due oggetti: un biberon pieno, pronto a nutrire i cuccioli e un peluche il cui pelo assomigliava a quello di una scimmia adulta. Ovviamente il peluche non forniva alcun tipo di nutrimenti ma solo morbidi peli e soffice calore. Harlow si domandava cosa avrebbero preferito i cuccioli e scoprì che senza indugio sceglievano il peluche anche se non dava loro alcun nutrimento ma che attraverso il tatto dava loro un forte senso di sicurezza. Così il noto psicologo confermò le idee del suo collega: la fiducia, l’affetto, la sicurezza passano attraverso il tatto e un abbraccio delicato e avvolgente nutre più di una mammella piena.

Cosa resterà di questo tempo senza abbracci? Quali ferite lascerà la paura di toccare che in questi serpeggia nell’inconscio come nei codici vigenti? Vedremo. Sicuramente avremo bisogno di tornare a scuola. Dalla natura. Dagli animali. Sono insegnanti saggi. Gli unici a cui in questo tempo possiamo dare una carezza senza l’ambiguità di chi teme che il suo amore sia veicolo di morte.

 
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