La disciplina del mare


 

di Paola Laudadio

"Sbatti, sbatti i piedini, muovi le manine". Si sporse dal canotto e mi sfilò un bracciolo. "Forza, piedi e mani!". Mi tolse anche l'altro. Non si voltò, si diresse verso la riva con delle possenti vogate. A fatica, sforzandomi di imitare le sue bracciate, arrivai fino alla battigia. Ero riuscita a restare a galla, avevo quattro anni.

Un vero e proprio battesimo del mare, papà ne officiava il rito, mia madre che nella gerarchia familiare era il capo di stato maggiore, osservava da lontano, per poi applaudire al mio arrivo. Mio padre ci ha addestrato ad affrontare e rispettare il mare, nessuno più di lui ne conosceva le insidie, i pericoli. Prima di tuffarsi bagnava ogni parte del corpo, poi si immergeva, senza schizzi, lo stile libero era in perfetta coordinazione tra movimento e respirazione. Il mare pareva accoglierlo come in un passo a due, in un ritmo binario. "Non sfidare il mare, non sottovalutare la sua forza e non sopravvalutare la tua". Lo conosceva, lo aveva navigato per buona parte della vita.

Durante la seconda guerra mondiale era stato al comando di un sommergibile. Nel mio immaginario infantile, la pancia della balena di Pinocchio e il sommergibile erano simili e ugualmente inquietanti. Aveva ricevuto la medaglia al valore, colpiti dal fuoco nemico, riuscì a mettere in salvo l'intero equipaggio. Lo raccontava con orgoglio e nessun accenno alla paura che deve aver provato. Mai ho associato il mare al concetto di libertà senza regole, non avrei potuto, sono la figlia "ribelle" di un ammiraglio della Marina Militare.

Se mi tuffavo dagli scogli, mi guardava risalire a galla, le considerava delle stupide ragazzate. "In mare si paga ogni errore" mi ripeteva, eppure lui lo amava, e quell'amore lo ha tramandato ai figli, ai nipoti, ai pronipoti. La manovra di attracco dei cacciatorpedinieri gli risultava semplice come parcheggiare un'utilitaria. Ritornava a casa dopo mesi di navigazione, mia madre lo aspettava sulla banchina del porto di Brindisi con mio fratello in braccio. La perfezione del suo attracco era sempre accolta con un grande applauso. Erano gli anni del dopo guerra, la sua prima famiglia era il suo equipaggio, insieme affrontavano il mare. È stato al comando dei cacciamine a scandagliare i fondali, aveva visto saltare in aria tante imbarcazioni. Lo raccontava come un avvocato discute di un ricorso, era il suo lavoro, ma lo viveva come una missione.

Nei fondali l'uomo aveva nascosto le mine e sulle stesse era esploso in miriadi di schegge umane. Il mare è onde che si innalzano e tornado che divorano ogni cosa. Il mare è abissi popolati da creature sconosciute, a volte spaventate dall'uomo, turista sprovveduto di un mondo sommerso senza barriere e confini, se non quelli creati da esseri fatti di carne e calcolo, alcuni privi di ragione, qualcuno senza cuore. Il mare è azzurro e verde e turchese, e poi c'è il nero delle profondità. Ed è la stessa oscurità dei nostri abissi interiori, abitati dalla paura dell'ignoto e del diverso. Il mare ingoia barconi e bambini, ma non è lui a ucciderli.

La libertà in mare ha leggi ferree, come in cielo, come in terra, ed è nel principio stesso di libertà l'osservanza delle regole. Mi è stata insegnata la superiorità delle forze della natura da chi amava il mare come e quanto la sua famiglia e la sua patria. Siamo stati educati all'ascolto della "Preghiera del marinaio" e al suono lacerante del "Silenzio". E "All'eterno Iddio, Signore del cielo e dell'abisso, cui obbediscono i venti e le onde" abbiamo affidato il nostro uomo di mare, nell'ultimo saluto, noi, il suo equipaggio al completo, prima di rompere le righe per sempre. Nel mare ritrovo la sua forza, la determinazione, il rigore. Nel mare rivedo i piedini e le manine che si muovevano per imparare a nuotare, o forse, semplicemente a vivere.
 
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