La cura dello sguardo


 

di Annachiara Felleca

«…guarda le cose che stanno al mondo, come se il tuo sguardo potesse salvarle» Franco Arminio

(Il titolo del contributo ripete in parte quello di F.Arminio, "La cura dello sguardo. Nuova farmacia poetica", Bompiani, 2020)

Da molti anni, alle sette e quarantacinque, ogni mattina, per andare a scuola, percorro lo stesso tragitto. Nell’ultimo tratto di strada - senza marciapiedi - la macchina va a passo d’uomo, schivando i ragazzi che dovrebbero rasentarne i lati, ma, si sa, i giovani tendono naturalmente ad espandersi al centro della carreggiata, incuranti del pericolo. Da vent’anni osservo le loro figure muoversi caute, sfrontate, nervose, scattanti. I profili dei miei alunni, facilmente riconoscibili, si sommano alle altre fisionomie meno note. In vent’anni ho visto cambiare gli zaini, prima di tutto: gli Invicta - evergreen, inossidabili a qualsiasi moda, gli Eastpack, i Seven. Lo stesso per la foggia dei pantaloni: a vita alta, bassa, bassissima. Zampe di elefante, skinny, slim fit. Resistono strappi, a volte vere e proprie voragini contro cui si pronunciano vanamente i regolamenti scolastici.

E poi, i capelli. Lunghi, lunghissimi. Con la fila in mezzo, la frangia. Rosa shocking, verdi, azzurri. Dreadlocks. Ciuffi riccioluti per natura o per le permanenti in voga anche tra i maschietti. Rasature ad hoc, come i campioni di calcio. Berretti inneggianti a squadre di calcio, di basket, gang varie. Guardo la loro camminata, posso indovinare i leader dei gruppetti, le ragazzine gesticolanti distrutte dai drammi d’amore e d’amicizia, altri su cui pesano pensieri troppo grandi per le loro spalle minute. C’è sempre quello che cammina un passo dietro gli altri, perché più lento, impacciato, fuori ritmo. Il distratto con la testa nel cellulare e le orecchie perennemente presidiate delle auricolari. E noi sempre a ricordare loro quanto sia pericoloso camminare senza avere coscienza dei rumori esterni, che se gli umani hanno sviluppato tanto l’udito è stato per difendersi dai pericoli che li circondano. Si affrettano, corrono. Perennemente a mezze maniche e con le felpe, rigorosamente col cappuccio. Testardamente senza ombrello, anche quando le previsioni annunciano diluvi biblici.

Avviluppati nel bozzolo dell’adolescenza, focalizzati narcisisticamente su sé stessi, spaventati da un mondo del quale colgono una vastità e complessità che affascina e respinge: troppe cose da vedere, troppe da sapere, pochi strumenti consapevoli per farlo. Il mio sguardo si posa su di loro, li accarezza nella loro fragilità inerme, che a volte si trasforma in aggressività. Se li tocchi con un po’ più di forza, si gualciscono. Conquistare la loro fiducia, disarmarli, richiede tempi lunghi. Fra di loro si chiamano “amore”, “tesoro”, “fratè”, “brò”.

Mi chiedo quanto pesino queste parole. Lo misuro anche nel mondo degli adulti. “Caro”, “cara” precedono le interlocuzioni. Sono diventati formule che sfuggono alle nostre labbra, leggere, lontane dall’etimo così pregno, gravido di profondità: diletto, prezioso. Si affollano e sperperano nella ritualità quotidiana dei rapporti umani fra banchi, aule, collegi. Ma forse per loro è diverso. Vorrei entrare dietro i loro sguardi, sapere cosa pensano, come ci vedono, come percepiscono il nostro modo di parlare, vivere, interagire. Se ci sentono come alieni lontani, dalle ragioni incomprensibili, o se afferrano l'entusiasmo che ancora vibra quando progettiamo un percorso, se arriva loro l'emozione che ci prende alla gola quando leggiamo un verso, consapevoli che ci stiamo esponendo ai loro occhi, al loro giudizio, come senza pelle, perché i versi, il funzionamento dell’universo, il pensiero dei filosofi sono per noi qualcosa in più della disciplina che insegniamo. Che accettiamo, coscienti del rischio, di denudarci, convinti che la passione nasca dalla passione.

Durante le lunghe giornate della pandemia, dopo ore e ore al computer, collegata con gli studenti, ho capito come è difficile stare sei ore seduti in un banco, quando hai le gambe troppo lunghe da ripiegare, un amore da gridare, la rabbia da contenere. Penso che bisognerebbe farli correre questi ragazzi, e noi con loro, per scrollare il peso dell'età adulta, la rabbia da gridare, gli amori da contenere. Dargli luoghi accoglienti dove studiare in gruppo, libri su scaffali aperti, una mensa per mangiare insieme e per conoscersi, palestre agibili, bagni con acqua calda, carta e sapone - c'è voluta una pandemia per averli! - e poi un auditorium e una sala da musica in queste nostre scuole di frontiera dove tenere un ragazzo un'ora in più al pomeriggio, vuol dire strapparlo a modelli familiari discutibili, al pericolo della noia e alle sirene dei tristi guadagni. Chiedono sempre, perché non facciamo come nelle altre scuole europee, giriamo noi da una classe all'altra, camminiamo, ossigeniamo il cervello mentre ci spostiamo?

Noi cerchiamo di spiegare che è difficile, che far quadrare gli orari è complicatissimo, per i docenti su più indirizzi, più sedi, che il modo in cui imparano purtroppo dipende dalla struttura in cui imparano e dalla storia della scuola italiana, in una eziologia stratificata di cause e problemi che li sfiducia, e che ci opprime. Davvero ci vorrebbe una rivoluzione, una spallata, a questa scuola, che infrangesse gabbie orarie e organizzative, che ne liberasse talenti ed energie. Perché c'è bisogno di una ritrovata consapevolezza di categoria, dopo anni in cui chiunque ha espresso giudizi sugli insegnanti; dopo riforme che abbiamo subito più che proposto e guidato; dopo una sindacalizzazione che ha mortificato il merito e appiattito le carriere; perché anche se i finanziamenti arrivano - e sono tanti, i miracoli avvengono grazie a quegli insegnanti che puntano lo sguardo lontano, o solo più profondamente, nel cuore dei loro studenti, cercando di comprendere cosa cercano nella scuola e orientandoli alla vita, mentre discutono sull’etimo di un termine o su un teorema di geometria.

Ultimamente si parla spesso di ripresa e resilienza, di rigenerazione dei saperi. Sono parole nate da questo tempo di dolore ed incertezza, che guardano al futuro con speranza e che cercano di fondare, credo, un nuovo umanesimo, una possibilità di sguardo sugli uomini e sul loro mondo, ancora più necessaria in un mondo dove ci si chiede cosa più possa essere considerato umano. Forse, come scriveva Calvino, “umano è dove arriva l’amore: non ha confini se non quelli che gli diamo”.

 
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