La bilancia

divina e umana

 

di Elettra Papaccio

L’ideale cade nel reale in un mare di soffici gocce , e lo schianto è fragoroso come il vento. Questo accade nella maggioranza delle ipotesi, nonché dei fenomeni che crea la nostra mente e che poi -fuoriuscendo dal mondo dei pensieri- bagnano le azioni, immergendole nel mare della realtà. Come agiamo, per che cosa ci muoviamo ? Devo conoscere i motivi ultimi e determinanti che spingono a fare ciò che facciamo, ad essere ciò che siamo. Viene prima l’idea , il pensiero e plasma le cose o vengono prima le fenomenologie esterne , la materia? Forse questa è domanda che esula dall’ambito della conoscenza umana, questione prettamente filosofica o al più morale, che descrive l’ordine in cui viviamo. Ma un’idea portante della storia della memoria collettiva dell’uomo è quella della giustizia, che continua ad aleggiare in eterno. E non morirà mai. La persona che incarna questa idea , simile all’iperuranio platonico o al paradiso di Dante, è il Magistrato.

Inteso non nella carica politica pubblica di era romana, ma nell’immaginario collettivo di massa come colui che porta il fardello della bilancia della ragione e dell’errore. Che significa Essere magistrato ? Forse è opportuno distinguere le idee. Invero, il giudice è soggetto soltanto alla legge come recita la Grundnorm della repubblica italiana, ma il suo lavoro non è solo questo, non è applicare algoritmicamente il comando normativo astratto e distante. Il suo lavoro attiene ad un senso profondo di distribuzione secondo armonia delle ragioni e delle posizioni invece non prevalenti, che possono attendere di realizzarsi sotto il cielo limpido della vita, quando sarà il loro turno e secondo la grandezza ed estensione che sarà loro concessa. Dalla prospettiva del processo civile, il suo lavoro è impiegare per le esigenze concrete l’imperativo generale della legge ( che, come ricorda Aristotele, discorre solo in universale e necessita di essere adattato al caso singolo). Dentro il diritto penale il suo compito si declina nel mantenere salde le garanzie e raggiungere un equilibrio tra scoperta della verità e rieducazione, tra sanzione e dignità della persona.

Ma dirimere controversie può essere anche molto di più? Può inglobare l’idea di giustizia? E soprattutto, la questione è cosa intendiamo quando usiamo tale concetto astratto. Dike o Themis- questa è la scelta di campo. C’è chi vede il giudice come portatore di un’idea sacra di equilibrio, che discende da arcane regole non suscettibili di essere sfidate, perché non è permesso agli uomini. C’è chi vede il magistrato come colui che fa giustizia, Dike, che attribuisce ciò che spetta ad ognuno e divide equamente. Ma dividere non è un concetto armonico, solo unire può essere equo.

Ecco perché ci sono due termini per designare la stessa Idea, che diventa altrimenti un Eidolon privo di significato che rincorriamo e che si sgretola e svuota come un soffio di vento inconsistente. Magistrato è la parola istituzionale che vede la persona in rapporto con il potere, in quanto uno dei tre separati poteri statuali. L’essenza della figura è giudice , cioè decisore, Kritès, colui che si ribella a regole prestabilite ed indiscutibili e grida “ applicare la legge, non è questo il mio mestiere”. Perché sa di appartenere a Dike e Themis. La missione è fare ciò che è giusto e spesso questo è incommensurabilmente complesso.

Perché La ragione non risiede mai tutta da un lato come per i manichei, nè alberga l’equo confine in un Muro sollevato a dividere , ma va ricercata a sprazzi. Come la felicità , primo per importanza tra i diritti dell’uomo e della Grundnorm americana ma non assoluta. Però proprio questo il giudice ci ricorda che i diritti e i doveri non sono separati nè da perseguire fino in fondo, intendo ad ogni costo, ma sono entità da soppesare sulla bilancia divina e umana, che pone come limite il rispetto degli altri. Ed ecco che l’idea diventa reale attraverso l’incontro con l’altro , specchio di noi dell’anima e della sentenza giusta.
 
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