La bellezza nell'amicizia

di Paolo Isotta

 

di Eduardo Savarese

Paolo Isotta è morto a Napoli il 12 febbraio 2021. Dedico a lui questo scritto sulla bellezza, poiché per me è stato maestro di bellezza. Ci ho impiegato del tempo a trovare il coraggio di scrivere, perché in questi ultimi anni non ci eravamo più sentiti, per ragioni del tutto, e tanto più ora, ininfluenti. L’importanza di Paolo Isotta nella mia vita è stata decisiva per almeno tre ragioni che provo a illustrare per importanza crescente. In primo luogo, Paolo mi ha introdotto al rigore ineludibile che ogni processo creativo di qualità esige, e mi ha simbolicamente schiaffeggiato quando cedevo, nei miei processi ideativi o nella valutazione di quelli d’altri, al compromesso. Era in ciò inesorabile, non per carattere collerico o compiacimento nel giudizio, ma perché amava il Vero, e il Bello è Vero, ed una delle sue verità – come per la grazia di Dio – è il non essere acquisibile, con le parole di Dietrich Bonhoeffer, “a buon mercato”.

Di qui anche certe sue rigidità che non condividevo, perché mi parevano mancare di quell’afflato misericordioso che pure egli riteneva la suprema virtù del suo adorato Virgilio. E qui devo aprire una parentesi di ricordi di bellezza nella sua casa napoletana, luminosa e silente, che guardava Capri da grandi finestre. Andavo lì di pomeriggio, e ascoltavamo musica, più di rado mi leggeva passaggi narrativi che lo avevano colpito (mi regalò Fermo e Lucia e Salammbô, e insisteva che leggessi tutto Sciascia: ho iniziato l’anno scorso, ancora un tributo alla sua presenza-assenza): un pomeriggio gli si ruppe la voce leggendo Berto.

Del rigore della bellezza mi diede un insegnamento che non dimentico, quando decise di farmi vedere e ascoltare Berlioz e i suoi Les Troyens, e in particolare la scena di Cassandra interpretata da Jessye Norman sotto la direzione di James Levine (del quale Paolo mi disse già una delle prime volte che andai a casa sua: “un padreterno!”). Ma non riesco, ora che andiamo verso la Pasqua, a non aggiungere il suo introdurmi nella musica sacra quaresimale, da Scarlatti a Leo, da Jommelli a Paisiello, o a vertici della musica contemporanea che poi avrebbe studiato per scriverne in Altri canti di Marte (tra tutti Re Ruggero: Szymanowski).

La seconda ragione per cui Paolo fu per me un incontro del destino ha a che fare con la consapevolezza di sé nel mondo, cioè con la libertà (altra faccia della verità e in specie della verità della bellezza). Conobbi Paolo precisamente quando era stato messo al bando dal sovrintendente Lissner dal Teatro alla Scala (e con che dolore bisogna ora sopportare la medesima sovrintendenza nel nostro amato San Carlo di Napoli). Aveva detto ciò che pensava. Per l’ennesima volta. E’ indubbio che spesso Paolo abbia esagerato o abbia sbagliato nel dire ciò che pensava. Questo è però un altro discorso. Piuttosto, dove Paolo non sbagliava erano le occasioni di verità che discendevano dall’intransigenza del giudizio estetico. Quell’inesorabile verità che l’arte richiede nel farsi, e che spesso è tradita quando di arte si parla e si scrive.

Mi raccontò di una volta, forse l’ultima, in cui, recatosi al festival wagneriano di Bayreuth, al cospetto di una regia dell’Olandese volante che aveva tramutato il vascello in un’astronave, aveva urlato in tedesco di chiamare un’ambulanza ed aveva così potuto fuggire dal supplizio di subire l’ennesima manifestazione di ciò che egli qualificava – e ci ho messo anni a comprendere quanto profondamente avesse ragione – l’odio contro Wagner (egli postulava allo stesso modo l’esistenza di un odio feroce contro Verdi). Paolo avrebbe dovuto scrivere un libello sull’odio e sulla “rivolta degli schiavi” per argomentare ciò che mi accennava spesso a voce e che come obiter lanciava nei suoi articoli di critico: e cioè un percorso di sostanziale disprezzo per la comprensione delle opere di taluni immensi compositori, quali Verdi e Wagner, intrapreso con la determinazione della rivalsa più abbietta da schiere di registi costumisti direttori artistici e così via.
Il discorso sarebbe lungo, e voglio qui rimandare alla lettura delle riflessioni che Roger Scruton sviluppa nel suo “La Bellezza” (chissà se Paolo ha avuto modo di leggere Scruton e le pagine sulle regie d’opera di questo suo scritto). In questa libertà di articolare il proprio pensiero senza dover stare a pensare chi e come accontentare sta il secondo caposaldo del magistero di Paolo per me. Mi ricordo che, al mio secondo romanzo, lo indicai nei ringraziamenti e lui mi mise in guardia: “non ne riceverai giovamento, giudice, vedrai” (mi chiamava giudice per il mio lavoro “principale”). Ma io nei ringraziamenti lo misi, e la foto che apre questo pezzo ritrae me e Paolo al Festival di Salerno, mentre presentiamo appunto Le inutili vergogne. Siccome la presentazione era serale, mi chiese di fermarci in autostrada per andare in bagno e per bere una Red Bull, il che mi lasciò sconvolto perché pensavo che Isotta potesse bere solo champagne e Moio. Era, il mio, un classico pensiero da piccolo-borghese. Ma non bisogna pensare che Paolo fosse uno rinchiuso in una specie di torre d’avorio. E a proposito di piccola borghesia, a luglio raggiungemmo a Marechiaro un lido che digrada verso il mare su diversi livelli di terrazze. Affacciati a una ringhiera, prima di scendere l’ultima scala, aprì teatralmente le braccia a indicare la gente sotto di noi e disse: “Piccola borghesia! Intanto in questo Paese sono loro a tirare la carretta”.

Vengo alla terza e più importante ragione della mia gratitudine verso Paolo per avermi formato. E’ la più importante perché in più di ogni altro aspetto egli ha avuto la funzione di modello, ed è quindi stato non solo amico più anziano, ma padre e maestro. Per capirci, devo raccontare come ci siamo conosciuti. A gennaio 2013 al San Carlo di Napoli misero in scena Rusalka. Poco dopo l’epifania tenni al Memus, il museo della musica del teatro stesso, una guida all’ascolto dell’opera, attività che mi dà grande gioia, anche se non sono né uno storico della musica, né un musicologo, ma un appassionato e un buon comunicatore. Ero preoccupato, perché, rispetto ad altre opere, conoscevo poco Rusalka, e l’avevo studiata proprio per l’occasione. Uno o due giorni dopo ricevo una telefonata: “Pronto, sono Paolo Isotta. Parlo con il giudice Eduardo Savarese?”. Naturalmente, per me Isotta era un mito e non sapevo neppure che vivesse a Napoli. Quindi tacqui allibito. E lui: “Pronto?”, già perentorio e infastidito. “Sì, sono io”, sorrisi e aggiunsi: “Pensavo fosse uno scherzo!”. Mi invitò a pranzo il sabato successivo, mi accolse in camicia nera, dandomi rigorosamente del voi mi chiese se fossi sposato, io dissi di no, e lui sorrise: “Neppure io”. Ero così ingenuo da portargli in dono il mio primo romanzo, che era uscito da pochi mesi. “Ah, voi scrivete romanzi!”, proruppe con un sorriso che voleva essere sarcastico, ma che già era intriso di simpatia nei miei confronti.

Mi fermo qui nel tracciare il ricordo di quella fantastica giornata condita dal pranzo succulento della sua governante, Immacolata (anche lei, ho saputo, scomparsa da alcuni mesi: requiescat in pace). Ma cosa continua a colpirmi sempre, ogni giorno che penso all’origine della nostra amicizia? Il fatto che uno come Paolo Isotta, lui avrebbe detto un “mammasantissima” della musica in Italia e nel mondo, si prendesse la briga, in un pomeriggio di gennaio, per averlo letto sul Corriere, di andare ad ascoltare un perfetto sconosciuto parlare di opera e di farsi poi dare dalla direzione del San Carlo il numero di telefono. In un Paese dove soltanto se hai una riconoscibile patente di autorità (di rado coincidente con l’autorevolezza, almeno nel senso in cui i Vangeli declinano questo termine quando si riferiscono al modo di parlare e di agire del Cristo) ti vengono a cercare, dove soltanto se sei intruppato in un gruppo, una corrente, una casacca, un partito, una élite, un’accademia, una scuola, secondo i più biechi criteri di soffocamento del libero pensiero per i quali Galileo non aveva l’autorità per opporsi ad Aristotele, ecco, in un Paese così Paolo resta per me esempio prodigioso di vera umiltà e di vera curiosità verso il mondo, e verso l’arte: un esempio prodigioso, quindi, di amore.

In quei pomeriggi solitari a casa sua, ricordo infine le varie sedute dedicate al Parsifal. Mi fece ascoltare alcuni accordi al pianoforte e, sostenendo che Parsifal era la più cattolica delle opere, cercava di illustrarmi le reminiscenze di Salve Regina gregoriani in certi momenti dell’opera. Poi volle leggermi i versi che Wagner compose per le stimmate di Francesco d’Assisi e gli occhi si riempirono di lacrime. Ecco, come vorrei poter far rivedere quelle lacrime a chi ha conosciuto solo il lato furioso, polemico, snob, brillante di Paolo Isotta: c’era tutto un dolore di sé (ne reca traccia una meravigliosa intervista apparsa qualche anno fa a cura di Stenio Solinas), tutta una proiezione verso la necessità della redenzione, che mi lasciavano sgomento…

A Roma mi fece conoscere il Maestro Muti, durante le prove di Manon Lescaut. Muti mi chiese di che parlasse un mio romanzo e io balbettai come uno scemo. Paolo, con la cura di un padre, intervenne: “Parla della redenzione prima della morte”. E Muti rispose: “Ah, potersi redimere prima della morte…”. Tutta la bellezza che con generosità senza pari ha seminato in me – e in tanti, tanti altri che oggi sono miei amici per mezzo della sua amicizia – ha portato frutti di redenzione, ne sono certo. Io sono credente, e credo che ci sarà un nuovo tempo in cui io e Paolo riascolteremo, felici, la Missa solemnis di Beethoven. E ci tufferemo pure a Marechiaro.
 
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